90 anni Tullio Gregory, filosofo gourmet

Una vita in nome della ragione, si dedica a problemi traduzione

Si sta occupando dei problemi della traduzione, ”che vuol dire tradurre, trasportare, trasmettere, perché traducendo si trasmettono i valori e i modelli culturali”, spiega Tullio Gregory che lunedì 28 gennaio compie 90 anni e ha pubblicato il saggio ”Translatio linguarum” e continua a lavorare tutti i giorni. ”Noi viviamo di passato che di volta in volta interpretiamo traducendolo al presente e magari forziamo in un senso o un altro”, spiega all’ANSA, aggiungendo per esempio che ”anche i fenomeni migratori sono traduzioni: trasportano e traducono valori in modo dinamico favorendo interazioni e elaborazioni tra culture, religioni, tradizioni. Per questo un aspetto fondamentale della traduzione dei valori e di questo incontro diventa la tolleranza, il rispetto verso il diverso”. Storico della filosofia, nato il 28 gennaio 1929, docente di storia della filosofia medievale e di storia della filosofia presso l’università La Sapienza e attratto da sempre dei momenti storici in cui si sono verificate grandi svolte culturali che hanno portato a un cambiamento della vita degli uomini, delle società: prima lo studio e la passione per il Medioevo e in particolare il XII secolo con la sua rinascita grazie alla scoperta del pensiero greco e arabo, poi il Seicento con la caduta della metafisica tradizionale e la nascita della nuova scienza e di quello che viene chiamato illuminismo, da cui gli deriva quella ”fiducia nella ragione, che va sempre difesa perché se si perde si perde la sostanza del nostro essere uomini. Ma sapendo che impegnarsi nell’uso duro e demitizzante della ragione va fatto alla luce del dubbio. Chi è sicuro di sé può diventare un tiranno”. Quindi uno studioso ma che proprio in collegamento con i suoi interessi principali, si è trovato a farsi parte attiva nel mondo, a criticare, denunciare, proporre soluzioni e spesso a agire in prima persona, in tante commissioni ministeriali legate a problemi universitari o di beni culturali, alla Treccani, al Cnr, e persino alla Rai, dove fece parte nel 1993 del Cda cosiddetto dei professori: ”Chi invita alla ragione, chi pretende venga messa al centro dei problemi e le riflessioni – chiosa – dovrebbe sentirsi poi in dovere di impegnarsi usandola nei confronti degli altri e con gli altri”. Socio nazionale dal 1987 dell’Accademia dei Lincei, Gregory ha promosso nel 1964 ed è sempre stato direttore del gruppo di ricerca CNR e poi Istituto del Lessico Intellettuale Europeo. È stato directeur d’études all’École pratique des hautes études di Parigi (1975-77, 1985-86) e professore alla Sorbona (1986-87) che gli ha conferito la laurea honoris causa nel 1996. Entrato alla Treccani nel 1951, ha diretto la sezione di storia della filosofia e del cristianesimo e ha poi collaborato e guidato e ideato molte delle opere e linee di sviluppo dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, dove ancora oggi cura un progetto sulle parole chiave del XXI secolo. Così il suo impegno morale in una vita che potremmo definire per molti aspetti ascetica ha poi risvolti invece di partecipazione e godimento della materialità dell’esistenza, tanto che a un certo punto è diventato un noto gourmet, un difensore della tradizione e della grande cucina che ”è un fatto culturale”, di cui ha scritto in più occasioni (anche una storia e lode del pomodoro per l’inaugurazione vicino Parma di un ”Museo del pomodoro”), specie a ogni apertura del Festival della filosofia di Modena, di cui è uno dei fondatori e membro del comitato scientifico e per il quale cura i ”menù filosofici”, convinto che ”ognuno deve impegnarsi a fare al meglio quel che fa, anche un piatto di spaghetti alla matriciana” e spiegando che ”a tavola forse troviamo davvero quella verità intera, piacevole, morbida, profumata che possiamo non solo contemplare ma gustare, come volevano i mistici medievali”. Non si può non citare poi almeno alcuni dei titoli della vasta bibliografia di Tullio Gregory, tutta ispirata a quell’idea di filosofia come ”modo di riflettere sulle condizioni umane storiche e culturali, strumento che aiuta nel tempo a crearsi una metodologia e dà suggerimenti per intendere meglio la realtà in cui ci si muove”. I titoli vanno da ”Platonismo medievale. Studi e ricerche del 1958 a ”Studio su Gassendi” (1961), ”Etica e religione nella critica libertina” (1986), ”Mundana sapientia. Forme di conoscenza nella cultura medievale” (1992), ”Origini della terminologia filosofica moderna. Linee di ricerca” (2006), ”Principe di questo mondo. Il diavolo in Occidente”, sino all’ultimo ”Michel de Montaigne o della modernità” (2016) su cui ha fissato la propria attenzione perché fu ”il primo a intuire gli effetti della scoperta del nuovo mondo. Quando dice che tutto crolla intorno a lui, intende non solo che il mondo è finito, ma che uno nuovo si approssima. Le conquiste del moderno servono a Montaigne per negare la possibilità di soluzioni definitive”. Alla vigilia dei festeggiamenti, che ha voluto solo famigliari, di questi 90 anni dice di aver ”avuto molto dalla vita ma continuo a vivere di progetti” e aggiunge di essere ”felice” del bel rapporto che ha con le due figlie. Alla fine ripete certe sue convinzioni da uomo che non ha rapporti con la fede religiosa: ”il problema è che fede è sostanza di cose sperate. Voglio dire che il comportamento sul nostro futuro solo in parte è dettato dalla ragione, di cui dobbiamo accettare durezza e limiti per non rischiare manie di onnipotenza”.

Paolo Petroni, Ansa

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