Rosa Fanti e la vita con Carlo Cracco: «L’equilibrio degli ingredienti»

Trentasei anni, emiliana, è cresciuta in una famiglia «tradizionale». Che l’amore avesse diverse sfumature, tutte altrettanto importanti, l’ha capito quando ha conosciuto lo chef, già stato sposato, già padre. Dieci anni, un matrimonio, due figli (e un grosso impegno lavorativo insieme) dopo, ci racconta come si vive (bene) da famiglia «allargata»

Rosa Fanti, 36 anni, ha da poco festeggiato due anniversari importanti. Il primo anno di matrimonio con lo storico compagno Carlo Cracco, 53, padre dei suoi due figli (Cesare, 5, e Pietro, 7,); e il primo anno di Cracco in Galleria, lo spazio milanese dello chef stellato che non è solo ristorante, ma anche bar, galleria d’arte, cantina. Un progetto in cui c’è, certo, tanto di lui ma che coinvolge (tanto) anche lei. Rosa – che cura la comunicazione, gli eventi, e le relazioni con i clienti – è l’unica che riesce a tirare lo chef fuori dalla cucina: «È un militare. Se non ci fossi io che di tanto in tanto lo tocco su una spalla e gli dico “dai, stacchiamo un attimo”, lui resterebbe lì. Del resto, si tratta della realizzazione del suo sogno». A chiederle se abbia mai avuto paura di unire «lavoro e privato», ride: «All’inizio ero dubbiosa, ma in realtà è molto bello e stimolante. Facciamo due lavori completamente diversi, abbiamo solo lo stesso obiettivo», spiega, seduta a un tavolino del bar al piano terra. Tutto è pronto per l’inaugurazione della nuova installazione – firmata dal duo artistico Goldschmied & Chiari – che decora le vetrine-lunette del ristorante (fino al prossimo 30 novembre). «Inoltre», aggiunge, «in cucina si fanno degli orari talmente impossibili che se avessi fatto tutt’altro avremmo fatto fatica a far combaciare la vita privata».

Lavoro a parte, qual è il momento imprescindibile di casa Cracco?
«Abbiamo un rito quotidiano: ceniamo tutte le sere, insieme, alle 18.30. All’inizio mi sembrava di far merenda, adesso è uno dei momenti più belli. Torniamo a casa verso le 17.30, e Carlo massimo alle 20 deve essere al ristorante. Così lui si mette ai fornelli e ci mettiamo a tavola presto, con i bambini, e ci raccontiamo la nostra giornata. E dopo, confesso, io sto da Dio: lui va a lavorare, i bambini a dormire, e io ho il mio momento di gloria».

È cambiato qualcosa da quando siete marito e moglie?
«In realtà nessuno dei due aveva grande intenzione di sposarsi, non ci interessava più tanto. È stata una cosa nata in fretta: Carlo l’ha deciso a dicembre, e dico “deciso” perché ha fatto tutto lui. Io ovviamente ho accettato subito, e già immaginavo una festa in spiaggia, magari a luglio. Ma lui mi ha detto: “Non voglio aspettare sei mesi”, e io “Ma come hai aspettato 10 anni?”. Lui è così: quando decide una cosa, vuol farla subito. Nemmeno un mese dopo, a gennaio, eravamo già sposati. È stata una festa tra amici, niente di formale. Devo dire che non cambia niente, però, è come se ci fossimo regalati un atto romantico. Io non credo così tanto nel matrimonio nel senso originario, ma come atto romantico sì. Ed è una cosa che ci ha rafforzato, ci ha dato ancora più entusiasmo e voglia di ricordarci che stiamo bene insieme».

Lei e Carlo siede andati a nozze dopo 10 anni, due figli. Per lui si tratta del secondo matrimonio. In queste settimane si è tornato a parlare molto di famiglia «tradizionale». Qual è la sua idea di «famiglia»?
«È ovunque ci sia amore. Io sono nata e cresciuta in una famiglia super tradizionale. I miei stanno insieme da quasi 50 anni, sono ancora molto innamorati, mi hanno dato un’educazione classica. Il mio concetto di famiglia “tradizionale” sarebbe già dovuto andare a incrinarsi quando ho conosciuto Carlo, perché lui aveva già alle spalle un matrimonio, era separato, aveva già due figlie (Sveva e Irene). Per me era una situazione totalmente diversa da quella a cui ero stata abituata. Ma ho capito subito che con l’amore e con i sentimenti positivi si può mettere insieme tutto, anche due famiglie, e crearne una nuova, una famiglia cosiddetta allargata. Ci può essere amore tra due uomini, tra due donne, ci sono tante forme di amore. Quindi far rientrare tutto in un concetto già prestabilito è assurdo, e lo dico pur venendo da una famiglia molto classica, romagnola, coi tortellini in tavola ogni domenica. E tutto questo dovrebbe essere ormai una cosa ampiamente scontata».

È di pochi giorni fa anche il ritorno ai termini «mamma» e «papà» sulla carta d’identità dei bambini, al posto di «genitore». Cosa ne pensa da madre?
«Mamma, papà, sono solo parole. I bambini stanno bene dove ci sono amore e armonia. Non hanno preconcetti e sovrastrutture. Da genitore la cosa più importante che auguri a un bambino è che stia bene, che sia voluto bene, che sia amato. Il resto non conta».

Si è mai immaginata mamma di una figlia femmina?
«Io avrei voluto una bambina, ma adesso che ho due maschi mi piace tantissimo. Sono l’unica donna in casa, la regina della famiglia. I maschi sono mammoni, mi dicono delle cose che penso nessun uomo mi abbia mai detto».

Per esempio?
«Pietro magari quando alcune volte si sveglia, viene da me nel letto e dice: “mi sei mancata tantissimo stanotte, voglio stare sempre con te”, oppure mi vedono arrivare in tuta ed esclamano: “Mamma, come sei elegante, come sei bella!”. Un’enorme iniezione di autostima (ride, ndr). Ho anche scoperto, vivendo con tre maschi, che spesso sono molto più semplici, più lineari ma nel senso positivo che non vuol dire banali. Mi piace l’universo maschile».

Non c’è qualcosa da cui la escludono?
«Sono molto attaccati alla mamma, ma ci sono delle cose che vogliono fare solo col papà. Per esempio quando vogliono imparare a fare qualcosa di fisico, loro cercano Carlo. È il papà quello che gli ha insegnato a nuotare, ad andare in bicicletta. La mamma è quella per le coccole, anche se in realtà sono io quella più severa tra i due».

Dovesse dare la ricetta, che cosa fa funzionare il vostro legame?
«L’equilibrio degli ingredienti, nel senso che ci compensiamo molto, io e Carlo. Siamo complementari, lui ha dei difetti che io riesco a colmare con i miei pregi e viceversa: dove non arriva lui, arrivo io. Io cerco un po’ di ammorbidirlo su certe cose, lui cerca di mettermi in riga per altre».

È cambiato qualcosa da quando lui ha detto basta a Masterchef e dintorni?
«Devo dire che la televisione è stata molto positiva per certi versi, utile per raggiungere degli obiettivi ma Carlo l’ha sempre vissuta come un mezzo, mai come un fine. Non ha mai avuto ambizione di diventare un personaggio tv. È stata un’esperienza che gli è capitata, e quando non ha sentito più di doverci essere ha deciso di allontanarsi. e dedicarsi di più a quello che è il suo lavoro. Non è stata una scelta facile perché la tv ti risucchia. È stato coraggioso a dire “mi fermo qua” nel momento di maggiore successo. Credo sia stata la scelta giusta, un suo grande atto d’amore per tutto il resto».

Stefania Saltalamacchia, Vanity Fair

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