Massimo Boldi e gli anziani: «Sono lasciati soli, apriamo alle visite nelle case di riposo»

Massimo Boldi è abbastanza drastico: «Io, se fossi in una casa di riposo e per via della pandemia non potessi vedere figli e nipoti, potrei perdere la voglia di vivere». A 75 anni, con la prima dose di vaccino fatta e la seconda prevista lunedì, l’attore ha ancora l’età e la salute per vivere in autonomia a casa propria invece che in una Rsa, ma il pensiero degli anziani che da oltre un anno non vedono i propri cari l’ha spinto a lanciare un appello al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio «affinché pongano rimedio al fatto che in molte Rsa gli anziani non possono ancora ricevere visite». In un’Italia per lo più in giallo, infatti, e con gli ospiti delle Rsa pure vaccinati, quasi dappertutto persiste il divieto di visita. Una circolare del ministero della Salute incoraggia «strategie di screening immediato» dei visitatori e anche «sale per abbracci protetti», ma non essendoci un protocollo preciso, poche strutture si prendono la responsabilità di far entrare estranei. «È una situazione disumana», dice il Cipollino di tanti film e di celeberrimi sketch.


Boldi, perché quest’appello tramite l’AdnKronos?
«Perché senza vedere i familiari, gli anziani s’intristiscono, si deprimono, diventano inappetenti, si sentono abbandonati. Gli peggiorano l’umore e la salute. Io gli ospizi li ho frequentati. Li chiamo così, come ai miei tempi: andavo a trovare mio nonno Pietro Boldi all’ospizio di Cesano Boscone, ci è rimasto vent’anni ed è mancato a 99, sereno. Sino all’ultimo, ha avuto vicino nipoti e figli: di figli ne aveva 13, perché vendeva mattoni in tutta Europa, stava sempre via e, come tornava, lasciava nonna incinta. Insomma, in ospizio, stava bene perché noi si andava tutti a trovarlo».


E come erano le visite?
«Lo chiamavamo “pizzettino,” per via della barbetta. Era rimasto simpatico. Per dirne una, gli davano sempre le zucchine che lui odiava, ma gli dicevano: le mangi, che rinfrescano. Un giorno, ad agosto, scende nel salone dell’ospizio col cappotto e fa: scusate, ho freddo, ho mangiato troppe zucchine. A volte, la domenica, andavo a prenderlo, lo portavo a casa e lui si perdeva: lo ritrovavo nelle osterie, a bere e giocare a carte con gli amici di sempre. Io non posso neanche immaginare la sofferenza di chi, da un anno, vive come dentro una prigione. Alcuni stanno male e magari neanche se ne accorgono, ma se stai abbastanza bene, vuoi anche la compagnia della vita di prima. Mia mamma è stata in casa di riposo per sette anni e ci andavamo sempre, era lucida, capiva tutto, pure troppo».

Perché troppo?
«Era una donna molto intelligente, istruita. Quando mia moglie Marisa, prima di morire nel 2004, si ammalò gravemente e smise di accompagnarmi, mamma non mi ha mai chiesto perché: aveva capito che qualcosa andava male e preferiva non sapere».


Perché? Per non avere un dispiacere?
«Gli anziani chiusi lì dentro hanno bisogno di sapere che i loro cari stanno bene. Vivono una settimana intera per vedere i familiari felici e in salute la domenica. Stare chiusi come in una cella è l’anticamera della morte».


È un caso che lei abbia fatto l’appello nell’anniversario della morte di sua moglie?
«Sì, però è vero che Marisa è stata tanto in ospedale e io ho fatto di tutto per starle vicino. Esserci era importante per me e per lei. È stata dura, perché dovevo anche lavorare e, quando giravo, non potevo andare, e poi dovevo far finta con le figlie, che erano piccole e non sapevano che il finale era già scritto. Quando morì, dopo 24 giorni, andai a girare Un ciclone in famiglia , una fiction di successo, ma quanto mi sentivo solo la notte…».


Ora, come ha passato la pandemia?
«Sono stato fortunato, perché ho continuato a lavorare: abito a Milano, ma a Roma ho casa e gli uffici della mia società di produzione, per cui, ho anche viaggiato. E ho girato con Christian De Sica il film In vacanza su Marte di Neri Parenti. Non ho vissuto “la prigionia regina”».


Figli e nipoti li ha visti?
«A Milano, ho una villa con giardino e possiamo vederci all’aperto. Senza di loro, non potrei stare. Marta, la figlia più piccola, che ha 30 anni, vive con me. Micaela sta di fronte, Manuela vicino. Ho tre nipoti, dai 19 ai due anni e, con tutte le precauzioni, ho visto anche loro. A Natale e Pasqua, coi tavoli separati».


Quando diceva che, se fosse stato in una Rsa, avrebbe perso la voglia di vivere, esagerava?
«In effetti, credo che, prima di arrendermi, la mia reazione naturale sarebbe stata fare il comico: avrei provato a far ridere i miei compagni, come facevo da bambino a scuola. Non c’è differenza fra essere bimbi e vecchi: sei felice se senti l’affetto dei tuoi cari e se ridi».

Candida Morvillo, corriere.it

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