In Rai retribuzioni a pioggia

La raccolta pubblicitaria di Mediaset, nel 2018, in base ai dati Nielsen, è stata pari a 2,16 miliardi di euro. E l’amministratore delegato della concessionaria Publitalia, Stefano Sala, come risulta da documenti Mediaset, ha ottenuto una retribuzione pari a 2,17 milioni di euro. Uberto Fornara è amministratore delegato di Cairo communication, che tra le altre cose si occupa della raccolta pubblicitaria di La7, pari a 167 milioni di euro nel 2018: la sua retribuzione annua, come pubblicato su documenti ufficiali, è stata di 795 mila euro.

La concessionaria Discovery Media, per il gruppo Discovery, ha raccolto 260 milioni di euro nel 2018, e quella Sky Media, per il gruppo Sky, è a 500 milioni di euro. E i due manager che guidano le società, Giuliano Cipriani e Giovanni Ciarlariello rispettivamente, tra retribuzioni fisse e bonus viaggiano oltre i 400 mila euro, a cifre ben più alte dei 240 mila euro annui che, per legge, non possono essere sforati in Rai. E che quindi rappresentano anche il compenso di Gian Paolo Tagliavia, amministratore delegato di Rai pubblicità che nel 2018 ha raccolto (stime Nielsen) 709 milioni di euro.

Una evidente assurdità. Anche perché l’ex manager di una importante concessionaria televisiva ha raccontato a ItaliaOggi che «pochi anni fa io davo 240 mila euro all’anno all’agente che copriva la Toscana, neanche una regione tra le più importanti».

Sono le evidenti contraddizioni di una legge relativa ai manager pubblici e che ha introdotto tetti retributivi eccessivi per lavori di grande responsabilità (non ha senso che l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, guidi una società con 13 mila dipendenti e 2,6 miliardi di fatturato per una retribuzione da 240 mila euro annui) senza invece incidere su quella pletora di dirigenti che popolano viale Mazzini con retribuzioni importanti ma senza incarichi significativi.

Ve lo ricordate Francesco Pionati? Il giornalista si è formato al Tg1 fino a diventarne vicedirettore. Poi nel 2006 si è candidato per l’Udc ed è stato eletto due volte in Parlamento, prima al Senato, successivamente alla Camera. Da fine 2013 è rientrato in Rai. Con una retribuzione annua pari a 209.803 euro. Per fare cosa? Prima «alle dipendenze del direttore del Tg1», ma dal 2014 viene «distaccato presso Rai Com, alle dirette dipendenze dell’amministratore delegato. Si è occupato delle attività connesse al protocollo d’intesa tra la regione Campania e la Rai per la promozione dell’immagine della regione e del territorio attraverso forme di comunicazione istituzionale e la realizzazione di opere audiovisive». E mentre riceve regolare stipendio dalla Rai, recita il cv di Pionati pubblicato sul sito della Rai, «ha collaborato al settimanale Panorama, al supplemento Leonardo de La Stampa di Torino e ai quotidiani Gazzetta del Mezzogiorno, Roma e il Popolo». Quindi, in sostanza, ha lavorato per editori che nulla avevano a che fare con la Rai. Infine, «nell’ottobre 2018 viene assegnato alle dirette dipendenze del direttore della Testata giornalistica regionale-Tgr con l’incarico di coordinatore delle attività da realizzare per la trasmissione regionale e/o nazionale (sempre in ambito Tgr) dei prodotti forniti dall’Associazione delle tv europee Circom e/o da altri broadcaster».

Sono questi i casi che giustificano gli interventi promessi dal governo per ridurre, come hanno detto alcuni politici, i «dirigenti Rai che si occupano di annaffiare le piante». Casi che, se hanno retribuzioni superiori ai 200 mila euro (60 tra manager e giornalisti), sono tutti consultabili sul sito web Rai Trasparenza. Ma sotto i 200 mila euro rimangono un piccolo segreto aziendale. Il problema fondamentale è che in Rai, una volta raggiunto il grado di direttore, non lo si perde più. Si resta direttori, o alle dipendenze di qualche amministratore delegato, o come direttori ad personam.

Tanto per buttare lì qualche nome, c’è Ida Colucci, 235.855 euro di retribuzione, che è stata direttore del Tg2 e ora è alle «dirette dipendenze dell’a.d.»; Andrea Fabiano, ex direttore di Rai Uno e di Rai Due, a 207.521 euro di retribuzione, ora «alle dirette dipendenze dell’a.d.», Carmen Lasorella, senza alcun incarico ufficiale, citata solo come «già direttore di New media platforms in ambito della direzione digital», a 211.557 euro all’anno. O Fabrizio Maffei, ex direttore di Rai Sport, ora «alle dirette dipendenze del direttore di Rai Academy» a 240 mila euro all’anno.

E, ancora, Nicoletta Manzione, ex direttrice di Rai parlamento, ora alle dirette dipendenze dell’a.d. a 227.042 euro all’anno; Stefano Marroni, 201.561 euro, alle dirette dipendenze del direttore del Tg2. Così come Andrea Montanari, ex direttore del Tg1, o Angelo Teodoli, ex direttore di Rai Uno, entrambi alle dirette dipendenze dell’a.d., con retribuzione di 240 mila euro. L’ex direttore di Rai Tre, Andrea Vianello, è invece alle dirette dipendenze dell’attuale direttore di Rai Tre, a 240 mila euro all’anno.

Claudio Plazzotta, ItaliaOggi

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