Nina Zilli: «Sogno un varietà tutto mio»

Freddo pomeriggio di gennaio, Arco della Pace. L’appuntamento è a casa di Nina Zilli, per parlare del suo primo romanzo, L’ultimo di sette(Rizzoli). Quando arrivo, siamo soli. Non sono ancora arrivati il fidanzato Danti (all’anagrafe Daniele Lazzarin) e i loro due cagnolini Mojita e Lucio Dalla. Mi offre un caffè, mentre mi racconta della sua emozione per il lancio di questo suo primissimo romanzo. Iniziamo a chiacchierare in mezzo a una sala piena zeppa di colori e riferimenti, dove quello che può sembrare caos (un elemento che tornerà, nel corso del nostro incontro) è un meraviglioso ritratto, unico al mondo. Così come è lei. Così come è il suo romanzo.

Quando lo ha scritto? E perché?
«Ho iniziato a scriverlo tempo fa. Nella mia vita dai 18 anni in poi ne ho iniziati tantissimi, di romanzi, e non ne ho mai finito nemmeno uno. Questa volta, invece, sono arrivata alla fine innanzitutto grazie a un manager letterario molto insistente, Enzo D’Elia, che avendo letto il mio libro di illustrazioni ha notato questo mio guizzo di scrittura e mi ha spronata a finire questa cosa che avevo in testa. L’avevo già data per perduta. Tra l’altro, l’avevo inserita tra le mie “opere incomplete” in Dream City (il libro di illustrazioni di Nina Zilli uscito nel 2019, ndr). Poi la vita ci sorprende sempre. Questa volta ci ha sorpreso in modo collettivo con una pandemia globale e quindi ho avuto tanto tempo per me. Ho avuto tempo non solo per finire questo romanzo ma anche per lavorare sulla mia musica».

Ha terminato i lavori sul suo nuovo disco?
«Certo. Ovviamente sì. Tra l’altro, dopo aver annunciato questo romanzo, ho letto una news su internet che parlava di un mio addio alla musica. Quindi ecco, mettiamo subito i puntini sulle “i”. No: ho solo scritto un romanzo. Non ho abbandonato nulla. Tra l’altro non vedo l’ora di farvelo sentire, questo nuovo disco. Secondo me mi sentirete arrivare con la primavera».

In cosa si assomigliano i processi di scrittura di un album e di un libro? E in cosa, invece, differiscono?
«Sono due cose veramente diverse. Scrivendo questo romanzo mi sono sentita molto più libera. Di solito scrivere una canzone è scrivere sillabe, rispettare una metrica, un tempo, un ritmo, la rima, che è una cosa condizionante. Per la scrittura di un libro, invece, c’è molta più libertà. Si parte prima da un flusso che è sia conscio che inconscio. Magari leggere il tuo libro, una volta terminato, può essere sorprendente. Ma ecco, rispetto a una canzone, lo è sicuramente meno. Scrivere un libro è più liberatorio a livello di espressione però è meno folgorante».

Ad esempio?
«Certe volte, come dice Vasco Rossi, le parole vengono da sole. E quando arrivi alla fine capisci davvero cosa ti sta succedendo. Non avviene con tutte le canzoni. È una sorta di autoanalisi. Il libro, invece, è un flusso. Un flusso di immagini, di ricordi, ecc. Non ci sono riferimenti didascalici ne L’ultimo di sette: è tutta un’invenzione».

Però sembra che abbia inserito qualcosa di sé in tutti i personaggi. È così?
«Assolutamente sì. Non mi rivedo nella protagonista Anna. Anche se sicuramente anche in lei ci sono delle cose mie: a un certo punto dice di avere i capelli della bambina di The Ring. Beh… eccomi, sono proprio io (ride, ndr). Nei personaggi del romanzo ho inserito i tratti dei miei amici, la vita da tour, i miei musicisti, le nostre battute, la vita che vedo sotto casa, le sfumature dei cuori diversi che ho tentato di immaginare. Dato che è il primo romanzo, ho preferito parlare di qualcosa che conoscevo. Non volevo imbarcarmi in temi lontani».

Scrivere questo romanzo durante il lockdown l’ha aiutata a superare quei momenti di isolamento?
«Senza dubbio. Ho citato posti del mondo a me carissimi come la Grecia. Io ci sono stata veramente, nella spiaggia dove va Anna. Chiaramente questo essere inglobata a casa, davanti a uno schermo, in una condizione fissa e non solo momentanea a causa della pandemia, mi ha fatto viaggiare tantissimo con la mente e sono andata nei luoghi a me cari. Credo che manchi solo la Giamaica. Ma ho citato molte canzoni giamaicane…».

A proposito, la musica torna spesso nel romanzo. Potrebbe essere considerata come il settimo protagonista della vicenda. Immagino che anche per lei, così come per la protagonista, la musica sia sinonimo di vita. Ma come ha modificato la sua emotività?
«La musica ha curato la mia emotività. Lo ha fatto in tutti questi anni, fin da quando ero ancora bambina e, a livello inconscio, mi attraeva, come fa la luce per una falena. Seguendo questo esempio, la falena poi va a morire. Grazie a Dio la musica, invece, ci salva. Anche se anche lei a volte ci fa soffrire. È un rapporto odi et amo».

Anna dice: «Faccio i salti mortali piuttosto che lasciar naufragare anche solo una buona idea, figuriamoci la relazione più importante della mia vita». Anche lei è così?
«Parafrasando una mia canzone, “preferisco sempre andarci a sbattere la testa e tu, come l’inferno tu” (ride, ndr). Sì, certe volte sì. Da una parte questa cosa può essere un pregio incredibile. Dall’altra no. Perché fondamentalmente anche lì sei cosciente dell’esistenza di un cordone ombelicale, di un laccio, che va assolutamente tagliato e quindi perdi tempo. Ti crogioli nell’accidia, nel “ma sì, va bene così”. Poi, ahimè, ti ricordi che dentro di te c’è una voce che ti dice: “Ma tu non sei una che si lascia vivere e che si accontenta di quello che capita”. E quindi, vai di tasto dell’autodistruzione e ricominci da capo. Credo che ognuno di noi lo faccia. C’è chi aspetta un po’ di più e chi un po’ di meno. Io sto lavorando per perdere il meno tempo possibile ma non è semplice».

La protagonista del romanzo subisce il fascino del musicista Raffaello. «Gli artisti cuccano un casino perché emanano figaggine ma allo stesso tempo sono enigmatici, maledetti, attorcigliati sulla loro passione», gli fa dire. È vero?
«Io ho voluto fare l’artista proprio per questo (ride, ndr). Ero un’eterna sfigata incompresa e non mi si filava nessuno. Questa cosa l’ho sentita dire anche da Stefano Bollani. Lui ha iniziato a suonare il piano ma in realtà voleva fare il cantante. Voleva farlo perché guardava con ammirazione alcuni cantanti divenuti dei veri latin lover. Anelava a quello. Quindi, è tutto uno scherzo. Ma è anche tutto vero. Quando ero piccola, vedevo questi cantanti – maschi o femmine che fossero – con tutta quell’energia, quel trasporto incredibile. La televisione te li fa sembrare dei supereroi. Infatti si chiamano “star”. Non sono personaggi uguali alla tua vicina di casa. Cantano benissimo, fanno la loro arte. E quindi, da piccola, nel mio essere così tanto un brutto anatroccolo, ho avuto questa precisa pulsione. A cinque anni volevo andare al Conservatorio. Dicevo che sarei diventata una famosissima cantante e che avrei cantato a Sanremo. Una bambina folle, piena di grandi sogni, di quelli “da bambini”…».

Però oggi è legata sentimentalmente a Danti, che guarda caso è proprio un artista…
«Povera me! (ride, ndr). Lavorare con Danti mi stimola molto. È molto simile a me. Siamo cantautori 3.0. Nel senso che facciamo anche tante altre cose. Ci piace mettere le mani in pasta. E quindi ci divertiamo tantissimo, sia quando scriviamo la musica, un video, una creatività per un post dei social. Ci stimoliamo a vicenda. Poi chiaramente il nostro amore più grande è e rimarrà sempre la musica».

VanityFair.it





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