‘DOCTOR STRANGE’, CUMBERBATCH: “IL POTERE PIÙ GRANDE È QUELLO DELLA MENTE”

In sala da ieri l’ultimo supereroe Marvel, un neurochirurgo tra universi paralleli, arti marziali e misticismo

doctor-strange-cumberbatch“Mi ha messo funghi allucinogeni nel té?”, chiede il Doctor Strange all’Antico, quando lei – una semi divinità in perenne lotta contro il male – cerca di convincerlo che questa in cui viviamo è solo una delle tante dimensioni: “No caro, solo del miele”. Benedict Cumberbatch e Tilda Swinton: due grandi attori inglesi si divertono a battibeccare nel mezzo dell’universo Marvel in Doctor Strange, forse il più eccentrico dei fumetti di supereroi. Oltretutto qui il dottore del titolo (Cumberbatch) non detiene veri superpoteri, se non quelli che derivano dall’espansione delle proprie capacità mentali. E, oltre alla produzione straordinaria e ad effetti speciali che inchiodano alla poltrona, il bello del film, scritto e diretto da Scott Derrickson, è la sceneggiatura, intrisa di humor pseudo-filosofico: un film d’azione con più motti filosofici che esplosioni.
Al centro della vicenda la storia del geniale neurochirurgo Dottor Stephen Strange che, in seguito a un tragico incidente d’auto, deve mettere da parte il suo ego e imparare i segreti di un mondo nascosto, mistico, con dimensioni alternative. Dal Greenwich Village di New York, dove vive, Doctor Strange si trova a dover fare da intermediario tra il mondo reale, come noi lo conosciamo, e ciò che giace sotto, sopra e oltre, utilizzando una serie di capacità metafisiche e oggetti per proteggere la specie umana da oscure trame e combattere maligni venuti dal passato. Girato con un budget monstre di 180 milioni di dollari, Doctor Strange ha incassato nel primo giorno in Italia oltre 300 mila euro. Il debutto negli Usa il 4 novembre. Ne parliamo, a Los Angeles, con Benedict Cumberbatch.
Benedict, il suo Dottor Strange ha più superpoteri mentali che fisici, cosa che lo rende unico tra gli eroi della Marvel, giusto?
“Sì, non posso negarlo, anche se per questo film ho dovuto fare palestra come non mai… Ma insomma, sì, Strange è tutto mentale. Per questo mi hanno scritturato, credo. È una sorta di parente di Sherlock Holmes“.
Ma nel film ci sono anche molti combattimenti…
“Ho praticato kung fu per certe scene, e mi ha affascinato l’aspetto coreografico della lotta, una specie di danza in cui sfrutti l’energia dell’altro, e lui la tua. Con Mads Mikkelsen ci siamo divertiti come due ballerini…”.
Dottor Strange significa anche spiritualità: lei si considera un essere spirituale, a dispetto della celebrità?
“Per un attore la popolarità è sempre un coltello a doppio taglio: è seducente, pericolosa, perché l’adulazione può renderti cretino, e un attore cretino smette di essere attore. Bisogna stare attenti e non lasciarsi andare al narcisismo. Uno, due, tre film ancora e poi sei fuori dal gioco. Il pubblico ti ama, l’industria ti odia. Insomma, mi godo la stabilità economica che viene dal mio lavoro, ma coltivo il mio io spirituale, come Strange. Strano ero e strano resto”.
Domanda tipica per ogni attore della Marvel: che superpotere le piacerebbe possedere?
“Vorrei poter annullare il fuso orario, evitare le ore di aereo tra un continente e un altro, poter vedere la mia famiglia all’istante. Londra-Los Angeles in un secondo, senza rincoglionimento”.
Cosa impara Strange alla fine dei giochi?
“Il nocciolo etico-morale di questo film è che il vero atto d’eroismo è il saper usare i propri poteri per gli altri”.
Il Dottor Strange è particolarmente sensibile a certe canzoni degli anni 70. In questo le somiglia?
“Amo la musica, ascolto di tutto, da Beethoven al Brit Pop, da Beck ai Radiohead a Rachmaninoff, e sto semplicemente giocando con l’alfabeto, perché potrei continuare così per mezz’ora. Torno alla B: David Bowie. Non sarei chi sono se non ci fosse stato lui nella mia infanzia e nella mia giovinezza”.

Silvia Bizio, La Repubblica

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