Alba Rohrwacher, i dubbi di una scelta in un dramma familiare

Lacci che legano, lacci che soffocano. «Lacci» è il film di Daniele Luchetti, da mercoledì nelle sale. Dramma dell’infedeltà che va avanti e indietro nel tempo. Quasi subito Aldo (Luigi Lo Cascio) dice a sua moglie Vanda (Alba Rohrwacher) che ha un affaire con un’altra, una ragazza (Linda Caridi). E la storia, basata su un racconto di Domenico Starnone, esplode. La moglie lo sbatte fuori di casa; la rabbia e l’amarezza di un silenzio carico di parole. A Venezia, dove il film ha aperto la Mostra, Alba Rohrwacher non c’era. Parla ora.

Lei condivide le scelte di Vanda?
«Uno dei motivi per cui ho accettato di partecipare a questo film è di sposare le ragioni di un personaggio che io, in realtà, non capivo. Io non avrei reagito come lei, la sfida è stata proprio questa. La storia (che arriva dal bel libro di Domenico Starnone) ha il coraggio di mettere in scena personaggi sbagliati, non empatici. Hanno tutti storture, nessuno di loro è un eroe, identificarsi in loro è un’ammissione di colpa dolorosa per lo spettatore».

Si ritrovano tante dinamiche familiari…
«La menzogna, il falso perdono, la reticenza, la disperazione, l’inganno. E l’egoismo. Questi , che da bambini vengono genitori agiscono in nome delle loro pulsioni, senza tenere conto delle conseguenze sui loro figli così provati, esposti a tutto. Ci sono altre ragioni che mi hanno spinto a accettare: il tornare a lavorare con Daniele Luchetti, con cui feci il mio primo film importante, e l’incontro artistico e umano con Luigi Lo Cascio».

C’è una scena in cui vi picchiate.
«È stata una sorta di improvvisazione, Daniele mi ha detto: vai e sii una furia. Però, al di là della colluttazione, ci sono primi piani importanti, gli occhi smarriti e pieni di sorpresa dei bambini… La madre li espone a una violenza inaccettabile».

La storia si svolge in un’epoca di conquiste femminili.
«Si era appena usciti dalla libertà degli anni 70, ma Vanda ha un percorso di donna opposto, ha un’idea di famiglia tradizionale, non è figlia di quell’epoca, non ne assorbe lo spirito. Come se avesse vissuto, senza accorgersene, l’aria del tempo».

Il cinema, nell’alveo familiare, riduce spesso l’uomo allo stereotipo della superficialità.
«Il cinema è stato generosissimo rispetto agli uomini, con una grande offerta di possibilità. Questo film ha il coraggio di mettere in scena personaggi scomodi, anche le donne non ne escono bene».

A lei piace interpretare donne con un dilemma.
«Con una frattura, un vissuto denso. Tranne qui, ne sposo sempre le ragioni, anche quando, in “Vergine giurata” di Laura Bispuri, sono passata da uomo a donna, o nelle ossessioni in “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo».

Tanto cinema d’autore. A che punto è della carriera?
«Non so fare bilanci, però sono felice e grata dei tanti incontri. Ho meno paure del passato, prima il lavoro era quasi una fuga dal quotidiano. Ho un dialogo più semplice tra la mia vita e il mio lavoro. C’è più armonia. Sento il desiderio di andare a indagare epoche passate o future, fuggendo da questo presente. Siamo in una fase di stallo e di pandemia. E poi l’abbandono climatico, la confusione politica. Siamo stati ospiti felici e ciechi di questo pianeta: dobbiamo fare i conti con le nostre azioni».

Cosa è rimasto in lei dell’acrobata da circo che voleva fare da bambina?
«Quasi nessun lavoro perso mi resta come un rimpianto. Ma avrei voluto più lavorare col corpo. Ecco mi piacerebbe un ruolo da acrobata o da atleta, penso alla pattinatrice di “Tonya” con Margot Rabbie, mi permetterebbe, in ritardo, di riavvicinarmi a un mio sogno non realizzato».

Valerio Cappelli, corriere.it

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