‘Dottori in corsia’, dopo ‘I ragazzi’, torna al Bambino Gesù di Roma: “Non è marketing ma un’opera di verità”

In onda dal 28 ottobre su Rai3, il più grande ospedale pediatrico d’Europa diventa il set di una toccante docufiction che mostra, in modo asciutto, scene di speranza quotidiana: protagonsiti i piccoli pazienti ma anche medici, infermiere e caposala. La voce narrante è quella di Geppi Cucciari

Il giorno è arrivato: il professor Antonio Amodeo, cardiochirurgo dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, annuncia a Giorgia che “c’è il cuore”. È una ragazzina con gli occhi sorridenti quella che abbraccia le infermiere e chiama le amiche per avvisarle: “Mi operano”. Una macchina perfetta si mette in moto per l’intervento, ma dietro la preparazione del trapianto – il rigore, gli esami, la corsa dell’ambulanza, l’arrivo dell’organo in una di quelle borse frigorifero che usiamo per i pc nic – ci sono gli abbracci con le infermiere, le lacrime dei genitori. Lo stress dell’attesa si dissolve nella speranza di una vita che riparte. Le parole non servono, parlano le immagini nella docufiction Dottori in corsia che racconterà, da oggi  su Rai3, il più grande ospedale pediatrico d’Europa. Un racconto asciutto che fa piangere calde lacrime, in cui le telecamere entrano in punta di piedi e i protagonisti – pazienti, medici, infermiere, caposala (le caposala potrebbero governare il mondo) – si dimenticano di essere filmati. La vita è più forte di tutto, e non a caso la sigla è la canzone di Jovanotti, Oh vita. Dopo I ragazzi del Bambino Gesù, che ha seguito la storia di dieci ragazzi del reparto oncologico, il programma realizzato da Simona Ercolani con Stand by me e RaiFiction torna a spiegare cos’è la buona sanità. “La Rai ha il coraggio di fare un documentario”, dice la presidente dell’ospedale Mariella Enoc, “anche contro tanti ciarlatani, persone che non diffondono il vero in medicina, facendo correre grandi rischi ai bambini. Ringrazio il servizio pubblico che dà la possibilità di portare nelle case le storie. Quando Simona Ercolani ci ha proposto la serie Dottori in corsia mi sembrava escludesse gli infermieri, i volontari, tutte le persone che lavorano. Invece è solo un titolo, la docufiction è un racconto corale emozionante, della realtà. Mostra quello che succede in un grande ospedale: il cuore arriva in una borsa frigorifera, non si deve perdere un istante. Tutti devono essere pronti e devono essere lì: non esiste Natale, Pasqua. Il Bambino Gesù non fa un’operazione di marketing, non ne avrebbe bisogno, ma un’opera di formazione e verità”.Spiega che “i genitori seguono un percorso, il dolore è condiviso perché purtroppo non c’è sempre il lieto fine. Ricordo quando aspettavo che si spegnesse la vita di Matilde. Mi sono girata verso i genitori: “Il nostro ospedale ha fallito”. “No”, mi hanno risposto “Matilde ha avuto tanto amore e dignità”. La dottoressa Enoc parla di “rigore terribile”, ed è così. L’ospedale Bambino Gesù è come una piccola città dove tutto deve funzionare. Ma quello che colpisce, sempre, è l’umanità, ed è commovente come tutto il personale condivida vittorie e sconfitte. “Mi hanno colpito gli abbracci” racconta Simona Ercolani “tutti – infermieri, pazienti, medici – si abbracciano continuamente.La scorsa stagione ci siamo concentrati sul punto di vista dei pazienti, poi siamo stati invitati da Papa Francesco in visita privata; in quell’occasione ci ha detto: “Ognuno di voi ha una storia, non solo i pazienti”. Ci abbiamo ragionato e abbiamo deciso di raccontare la medicina, la battaglia quotidiana che fa tutto il personale, con i genitori”. “Non sapevo che l’idea ve l’avesse data Papa Francesco” ironizza Geppi Cucciari, voce narrante della docuserie. “Se il programma è nato da un’idea del Papa, potevo mancare io? Voglio davvero ringraziare tutti”. Anche lei, gioiosamente armata di ironia, confessa di essersi commossa. “Per le lacrime mi veniva la voce di Barry White, ci mettevo un po’ per riacquistare un tono normale. Molto serie – da Er a Dottor House – sono ambientate negli ospedali, l’unica cosa che manca in Dottori in corsia sono i legami sentimentali, ma lasciamo stare, è un’altra fiction…. In questa serie si vedono più sorrisi che lacrime. Questo programma aiuta a relativizzare, a dire qualche grazie in più, a lamentarsi un po’ di meno”. “Geppi è una donna di grande cuore e sensibilità” dice il direttore di Rai3 Stefano Coletta “Risponde pienamente all’operazione verità; non ci sono artifici nella sua voce. Da quando sono direttore sto cercando di raccontare, anche con spietatezza, il reale; è necessario, non c’è solo il racconto della politica. Questo programma è vero servizio pubblico, tutti noi che operiamo nel servizio radio-televisivo dobbiamo lavorare per rompere molti tabù, primo fra tutti la malattia”. La verità è più forte di qualunque artificio, in sedici mesi il regista Marco Mangiarotti ha filmato tutto “entrando dove non si entra, per poter vivere le emozioni quando si presentano”. “Il linguaggio della docu fiction è un linguaggio di testimonianza” osserva la direttrice di RaiFiction Tinni Andreatta, “racconti quello che realmente accade. Simona ha fatto un lavoro altissimo d’autore, nella scelta dei momenti”. Le battaglie in ospedale si combattono sempre, si lotta e si spera, tutti insieme. E’ bello quando si vincono ma si possono anche perdere. “Dottori in corsia”, spiega Ercolani, “è dedicato a Flavio, uno dei giovanissimi pazienti della scorsa stagione, che non ce l’ha fatta. E ci manca molto”.

Silvia Fumarola, repubblica.it

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