Shabaka Hutchings, la rivoluzione jazz contro razzismo, violenza e patriarcato: “La musica è politica”

Shabaka Hutchings è uno dei personaggi cardine della new wave jazzistica inglese. Fondatore di Sons of Kemet e The Comet is Coming, ha pubblicato recentemente l’ultimo album del progetto Shabaka and the Ancestors: con lui abbiamo parlato di musica, identità, patriarcato, (non)violenza e di ciò che comunemente chiamiamo jazz.

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Se bisognasse guardare da qualche parte per capire dove può andare la musica nei prossimi anni, Londra sarebbe, ancora una volta, una delle città da visitare. Da qualche anno a questa parte, infatti, un gruppo di musicisti inglesi di origini variegate (dall’Africa ai Caraibi) sta rivoluzionando la scena che comunemente chiamiamo jazz ma che in realtà è in continuo movimento e in questi ultimi anni si è spesso mescolata con altri generi, in particolare il rap.

Una compilation , “We Out Here”, ha raccolto alcuni dei nomi più importanti (da Moses Boyd ai KOKOROKO, passando per Nubya Garcia e gli Ezra Collective, ma i nomi sono veramente tanti) portandoli, come scena, anche al di fuori dalla Gran Bretagna e alle orecchie di chi non seguiva come si deve quel mondo lì. Uno dei personaggi cardine attorno a cui gira questa scena, questo gruppo di musicisti talentuosi, è senza dubbio Shabaka Hutchings, sassofonista e clarinettista originario delle Barbados, che contemporaneamente porta avanti tre progetti importanti: i Sons of Kemet, i The Comet is Coming e Shabaka and the Ancestors, da poco usciti con il secondo album “We Are Sent Here By History”, il primo uscito per la Impulse!. La musica è politica, è impossibile separare le due cose quando si ascoltano i progetti del musicista inglese con cui abbiamo parlato di identità, patriarcato, violenza e nonviolenza e tanto altro.

L’impressione, a vedere quello che succede dall’Italia, è che lei e un gruppo di musicisti stiate cambiando qualcosa nel jazz o in quello che comunemente definiamo jazz. Cosa sta succedendo?

Penso che la scena musicale stia acquistando più fiducia nel mostrare una certa identità personale rispetto alla nostra musica e alla nostra tradizione, venendo noi dalla Gran Bretagna e da Londra. Stiamo usando la tradizione americana come un punto di partenza a cui aggiungiamo qualcosa che abbiamo imparato nel corso degli anni, insieme alle esperienze e alla musica che ci rappresenta. Penso che aggiungiamo una certa vitalità al mondo del jazz perché la nostra è una prospettiva diversa da quella americana, che è stata così importante in tutti questi anni.

C’è anche una diversità nel suono, qualcosa che affonda le radici nell’Africa e nei Caraibi, giusto? 

Sì, esattamente, una delle caratteristica determinanti dell’essere figli di una diaspora e di non essere americani rispetto al jazz è una ricerca costante di ciò che racchiude la tua identità. L’identità viene dai Caraibi e dall’Africa allo stesso modo in cui viene dagli Stati Uniti ma è tutto in misura eguale. Non c’è predominio, non c’è gerarchia rispetto a quale musica o quale tradizione venga messa per prima.

In che modo la compilation “We out here” ha aiutato la crescita del movimento e a definirlo come scena?

Ciò che la compilation ha fatto è stato cercare di catturare l’energia, scattare un’istantanea di ciò che è già successo. Credo che molte persone non sono state in grado di unire i puntini in termini di diversità di giovani gruppi trovando la loro voce: è stato un buon modo per rendersi conto di quanto stesse accadendo tutto insieme in uno stesso posto perché c’è sempre stato qualcosa che accadeva a Londra, gruppi di musicisti che suonavano e interagivano tra loro ma spesso il problema era che non sempre sono stati considerati come scene, quindi non necessariamente la gente univa i puntini in termini di impatto che la musica è stata creata. Questa compilation, invece ha aiutato a solidificare cosa stava succedendo nel tempo e nello spazio.

Quanto è importante, rispetto anche agli altri progetti che porta avanti, il lavoro con gli Ancestors?

È stato importante perché quando ho iniziato a suonare col gruppo non c’era nulla che riflettesse il mio modo di suonare rispetto a quello che si associava all’epoca con la con la parola free jazz. I Sons of Kemet sono nati dall’incrocio tra i Caraibi e la tradizione londinese, Comet is coming dall’unione di tradizione, elettronica e dance music, ma non vi era nulla che rifletteva quello che chiamiamo spiritual jazz music ed è stato bello essere in grado di identificarmi con questa tradizione.

È quasi impossibile distinguere la musica dal messaggio sociale e politico, quando si ascoltano i suoi progetti.

Credo che la musica sia un’espressione di come la gente vede il mondo, di come la gente sceglie di articolare il mondo usando un linguaggio non verbale. La musica è parte del cercare di identificarsi con il mondo usando il suono ed è la stessa cosa che cerca di fare la politica: la politica cerca di articolare i nostri bisogni in quanto esseri umani nel mondo, in modo da permetterci di organizzarci, in modo da aiutarci ad organizzarci, come un’utopia ci permette di trovare un modo per rendere il mondo un posto migliore e più compatibile a vivere insieme. Credo che le due cose abbiamo un intento comune. Se consideri la musica come un modo di articolare la tua visione del mondo allora la musica ti permette di esprimere ciò che vedi.

Nel suo album i titoli di molte canzoni hanno a che fare con il concetto distorto di virilità, machismo. In che modo la discussione riguardante questo “manhood” diventa la chiave per cambiare e comprendere la società?

Ne abbiamo cominciato a parlare all’interno del gruppo quando il cantante e poeta dell’album Sia (Siyabonga Mthembu, ndr) ha avuto una bambina. Abbiamo parlato molto del mondo in cui aveva fatto nascere sua figlia e di come lui e noi tutti dobbiamo indirizzare la nostre vite in modo tale da essere sicuri di non cercare di non propagare le stesse tendenze dalle quali stiamo cercando di salvarla. È cominciato un processo per cercare veramente di riflettere su come il patriarcato stabilisce il modo in cui noi vediamo il mondo e come noi possiamo cambiare tutto ciò.

La vostra musica non è esclusivamente per i fan del jazz, anzi. Gilles Peterson ha detto che i confini tra il jazz e la club culture stanno sempre più scomparendo, credi che questo fenomeno stia aiutando il jazz ad espandere il suo pubblico? 

Credo di sì, perché quando il jazz, questa musica e questa tradizione, si sono spostati nei club, si è spostato in un ecosistema diverso. E questo significa che si è spostato in un posto in cui la priorità della musica è differente e il suono della musica è differente. Sai, se suoni musica jazz in un grande club il modo in cui la musica vibra con gli ascoltatori è diverso perché suona in un ambiente più grande, e anche l’intento del musicista deve essere diverso perché stai suonando per molte persone che magari vogliono solo ballare, o magari vogliono trascendere il ballo attraverso la musica, ma in ogni caso il musicista deve soddisfare quel desiderio, e ritengo che nel tentare di soddisfare questo desiderio di permettere alla gente di continuare a ballare nei club e al tempo stesso, mantenendo comunque una sorta di integrità musicale, la musica stia progredendo.

Possiamo ancora chiamarlo jazz o sta cambiando anche l’idea che abbiamo della musica jazz?

Sì, non si sarebbe dovuto chiamare jazz neanche inizialmente, perché nessuno dei principali musicisti che rispettiamo come i maestri di questa musica volevano questo termine. Il termine è sempre stato usato come un modo per limitare ciò che i musicisti potevano o non potevano fare. Se arrivassimo ad una fase in cui il suono della musica si è sviluppato da ciò che la gente ha originariamente associato con il genere e cercassimo di tenerlo aggrappato a quella originaria concezione, allora penso che staremmo in realtà facendo un torto a quello che la massa aveva originariamente compreso essere l’intento di questo genere musicale.

Cosa pensi riguardo ciò che sta succedendo attualmente negli Stati Uniti riguardo il movimento Black Lives Matter e il rapporto tra Potere e afroamericani?

I problemi ci sono sempre stati, la gente parla di questi problemi da anni, da secoli. Penso che siamo arrivati ad una certa giunzione soprattutto considerata la morte di George Floyd. Penso che il video dell’omicidio sia stato così traumatico e significa che la gente che ha visto il video deve aver compreso le radici sistematiche che hanno portato a tale violenza e la gente non può mentire su quanto quelle radici di razzismo si riflettono nella loro società, quando vedi una cosa del genere in America non puoi mentire a te stesso e pretendere che la situazione non sia critica. Quando pensiamo all’eredità di questo razzismo in Inghilterra non possiamo mentire a noi stessi sulla natura della società e del razzismo da cui dipende. Siamo stati in lockdown per il coronavirus e questa cosa ci ha fatto considerare noi stessi come una unità, come un’unica società, anche se è durato solo qualche mese. Tutti, in questa nazione, sono stati uniti nel cercare di impedire che la pandemia avesse un esito tragico e nel momento in cui abbiamo trovato il modo per superare tutto ciò, abbiamo cominciato realizzare che come un’unità possiamo cambiare la società se la vediamo come qualcosa che sappiamo come può essere affrontata, come il razzismo.

James Baldwin ha scritto: “La vera ragione per cui la nonviolenza è considerata una virtù dei neri (…) è che i bianchi non vogliono che le loro vite, la loro immagine o le loro proprietà siano minacciate”. Cosa ne pensa dell’idea della nonviolenza, oggi?

Lo stato sa come reagire alla violenza, lo stato italiano e sicuramente quello americano sono stati addestrati per secoli a come rispondere alla violenza rivoluzionaria, quindi, detto questo, la cosa che probabilmente vogliono di più è la violenza. La domanda è come possiamo attuare gesti radicali di nonviolenza che portino al cambiamento – è questa la risposta che non abbiamo ancora trovato. La violenza è efficace fino ad un certo punto ma ha anche bisogno di essere associata a nuovi e inventivi metodi nonviolenti perché quando gli Stati vogliono rispondere alla violenza sanno perfettamente come fare e si sono addestrati nelle colonie per contenere le proteste. Lo hanno imparato durante nel corso degli anni e dei secoli come sopprimere la violenza nella società. La violenza non può essere l’unico modo che abbiamo di rispondere alla nostra insoddisfazione e voglia di giustizia.

Francesco Raiola, Music.fanpage.it

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