Elio Germano, l’uomo del mistero: «La mia battaglia»

Dell’attore pluripremiato non si sa nulla. O quasi (andate alla fine dell’intervista). Una cosa è certa: è appassionato di politica. Nel weekend delle Europee accenderà il Wired Next Fest di Milano con uno spettacolo di denuncia ispirato a un grande dittatore. Indovinate quale

Quando si parla di vita privata, ci sono gli attori riservati, i riservatissimi, e poi c’è Elio Germano. A parte la lunga e pluripremiata filmografia, tra cui spicca La nostra vita di Daniele Luchetti che gli è valso la Palma d’Oro a Cannes, del 38enne romano non si sa niente. Vive nel quartiere periferico di Roma dove è nato e cresciuto: quale sia, mistero. Ha una compagna, pare di nome Valeria, pare insegnante di sostegno: informazione mai confermata. Si vocifera abbia un figlio in età di asilo e una bambina di pochi giorni ma, sull’argomento, silenzio stampa.

Non è presente sui social, centellina gli eventi mondani, rilascia poche interviste parlando solo di lavoro.

Una cosa è risaputa: Elio Germano è di sinistra. Alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2014, si è presentato con il pugno alzato. Con altri colleghi, tra cui Claudio Santamaria e Neri Marcorè, ha fondato Artisti 7607, una cooperativa per la tutela dei diritti degli attori. Pungolato, non lesina dichiarazioni marxiste tipo «gli uomini si dividono in due categorie: i lavoratori e chi profitta del lavoro altrui». La fervente passione politica è tale da avergli ispirato lo spettacolo teatrale, Segnale d’allarme – La mia battaglia che, tra il 24 e il 26 maggio, presenterà in versione «realtà virtuale» alla decima edizione del Wired Next Fest di Milano, la kermesse di tecnologia e innovazione organizzata dal magazine Wired Italia. «Ogni spettatore sarà dotato di un visore e potrà godere lo show in 3D come se fosse in prima fila a teatro».

La trama: un comico cerca di affabulare il pubblico. Comincia coinvolgendo gli astanti con un tono amicale, a tratti ironico. Poi si fa più minaccioso, prefigurando scenari apocalittici. Termina con un colpo di scena degno dei grandi dittatori del secolo scorso, e con un uditorio ormai assoggettato al suo volere.

È una critica al percorso di Beppe Grillo, da comico a creatore di un movimento politico fondato sulla rabbia?
«È una critica, innanzitutto, a me stesso che sto spesso su un palco e vedo come sia facile, per un attore, manipolare gli altri. Faccio un mestiere che dà molta visibilità e, solo per questo, vengo fermato per strada con dichiarazioni tipo “sei un grande” o “dovresti candidarti in politica”. Questi episodi mi fanno preoccupare».

Perché?
«Perché l’Italia è malata di leaderismo: siamo alla costante ricerca di un eroe a cui credere ciecamente. Se qualcuno ci piace, appoggiamo ogni sua posizione in maniera acritica. Rinunciamo a pensare. Basta stare su un palco e qualsiasi cosa detta passa per vera».

Il ministro per la propaganda nazista Goebbels sosteneva: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità».
«Oggi, poi, è difficile informarsi e trovare giornali imparziali».

Lei quali legge?
«Scorro il Corriere e la Repubblica online, guardo Rainews24 ed Euronews, approfondisco con Limes e Internazionale. Ma, se voglio avere il polso di quello che succede sul territorio, ascolto la radio: lì l’informazione è più libera, la gente chiama, si confronta, fa emergere la verità della strada».

Un esempio di «verità della strada»?
«50 persone di CasaPound fanno un po’ di casino in un quartiere di Roma. Stampa e tg parlano di “quartiere fascista”. Basterebbe allargare l’inquadratura per capire che, quella zona, è per la maggior parte popolata di persone che convivono tranquillamente. Lo stesso vale per il terrorismo dei furti: a sentir parlare alcuni sembra che viviamo in un Far West in cui è imperativo proteggersi. Ma di cosa stiamo parlando? Negli anni ’90, venivamo scippati per strada. A me hanno rubato la benzina, le ruote della macchina».

Ora invece?
«Ora in periferia non c’è pericolo. Al massimo c’è disagio culturale. Ma mi fanno più paura i piani alti. Ci scandalizziamo se un ragazzo muore di overdose: gravissimo, per carità. Però ci sono leggi che ammazzano più persone di quanto non faccia l’eroina, e altre che rubano il lavoro in maniera molto più sistematica di quanto non potrebbero mai fare gli stranieri».

Nell’ordine, sta parlando di due provvedimenti di chiusura: lo sbarramento dei porti e quello dei negozi di cannabis legale. O sbaglio?
«Si tratta di manovre che non si prefiggono di risolvere problemi reali, ma di raccogliere tanti “mi piace”. Prendiamo la chiusura dei negozi: volete tutelare la nostra salute? Smettete di inquinare l’ambiente. Senza contare che…».

Che?
«Siamo pieni di piante regolari e pericolose, come la velenosa cicuta. O la datura, i cui bei fiori decorano lo spiazzo di fronte alla chiesa del paesino molisano da cui provengo: basta un seme per fare un viaggio lisergico senza ritorno. Magari ci giocano i bambini».

L’argomento l’accalora e, presto, avrà l’occasione per dire la sua: il 26 maggio si terranno le elezioni europee. Dopo la partecipazione al Wired Next Fest volerà a Roma a votare?
«Mah, sì, probabilmente».

Probabilmente?
«La politica mi interessa, ma non basta mettere una croce vicino a una faccina. La vera politica si fa prendendo posizione: sul proprio posto di lavoro, nella propria città, interessandosi al bene comune».

Lei l’ha fatto fondando Artisti 7607, la cooperativa che si occupa di amministrare i fondi derivati dal diritto d’immagine.
«Prima, questi introiti venivano gestiti da una società chiamata Imaie, che è stata chiusa, perché raccoglieva i proventi e non li distribuiva: aveva accumulato circa 120-150 milioni di euro. Nel mio ambiente i sindacati sono assenti, così ci siamo organizzati da soli: la 7607 divide i ricavi e offre servizi di welfare, come consulenze gratuite con avvocati e commercialisti e rimborso spese per i provini».

Ora però l’Imaie è stata ricostituita: si chiama Nuovo Imaie e annovera parecchi professionisti tra le sue schiere.
«Suggerisco agli iscritti al Nuovo Imaie di chiedere conto di tutti i soldi che la società investe nel sovvenzionare i David di Donatello o la Mostra del Cinema di Venezia, perché li sovvenziona: il loro logo non manca mai. Quei finanziamenti spetterebbero agli attori».

Pare anche che distribuisca quote ai produttori cinematografici a patto che i vari cast siano composti solo di iscritti al Nuovo Imaie.
«Alcuni attori che erano con noi, pur di lavorare, sono passati di là. Scelte personali. Mi stupisce però che i soldi siano dati ai produttori: è come se parte del Tfr di un operaio venisse devoluta al capitalista».

Se si fosse iscritto all’Università, avrebbe scelto Scienze politiche?
«Mi sono iscritto, a Villa Mirafiori: Filosofia del linguaggio».

Era un bravo studente?
«Al liceo mi barcamenavo. Facevo molte assenze: nelle materie umanistiche me la cavavo, in matematica ero un disastro».

Sempre promosso?
«Con i voti, scarsini, che meritavo. Non verrò certo ricordato per la più brillante delle pagelle».

Per che cosa verrà ricordato?
«Per questioni che preferisco rimangano nella mia sfera privata».

Si espone su argomenti spinosi ed è reticente a raccontare una bravata adolescenziale?
«Mi terrorizza l’idea che la gente possa parlare dei cazzi miei».

Perché?
«Perché io faccio l’attore, ma non sono un attore. Come tutti i cristiani, mi piace avere un confine tra il lavoro e la vita».

Ci racconti almeno come, a 13 anni, è stato scelto per il suo primissimo film: Ci hai rotto papà.
«Non mi sono proposto io. I registi cercavano, tra le scuole di Roma, un ragazzino cicciottello. Io lo ero…».

A che età è dimagrito?
«Dopo la fase dei 12-13 anni in cui ero tutto ciccia e brufoli».

La buona tavola però le piace ancora: tempo fa ha dichiarato che spesso cucina per l’intera troupe.
«È capitato, sì. Cos’è, siamo passati alle “domande di colore”?».

Non le piace il colore?
«Dipende da quale! Questi argomenti mi mettono in imbarazzo».

Lo stesso che prova quando un fan le chiede un selfie dopo uno spettacolo teatrale?
«Esatto: preferisco scappare».

E negare, a chi la stima, un secondo della sua attenzione?
«Ho brevettato una grande invenzione: faccio una sola foto, con tutti. Così poi costringo la gente a diventare amica su Facebook per condividerla. E così io me la squaglio e corro a casa a dormire».

Dorme bene in queste notti?
«Ci provo, perché?».

Si dice che sia diventato papà per la seconda volta, da pochissimo.
«Ma no da tantiss… Cioè, sono veramente fatti miei. Comunque sono notizie sbagliate. Antiche. Ma non dico di quanto».

Corre voce che siano notizie antiche di due settimane o poco più. Effettivamente, nell’era dell’Insta-tutto, dell’hic et nunc, quindici giorni sembrano un’eternità.

Nina Verdelli, Vanity Fair

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