Luca Argentero in ‘Doc’, storia di un medico rinato. “Prendersi cura di qualcuno è l’unica cosa che conta”

Dal 26 marzo su Rai 1 la serie ispirata alla vera storia di un dottore che anni fa perse la memoria. Oggi è in prima linea contro il coronavirus. L’attore: “Tra pochi giorni sarò padre, non c’è situazione più giusta di questa per proiettarsi nel futuro”

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“Andrea Fanti è il dottore che tutti vorremmo incontrare entrando in un ospedale” dice Luca Argentero, “disponibile, umano, un uomo che sa ascoltare. E la cosa ancora più bella è che è ispirato alla storia vera di un medico oggi impegnato nella lotta al coronavirus”. Colpisce una serie ospedaliera nel periodo di emergenza. Il palinsesto televisivo ha i suoi tempi, Rai 1 propone da giovedì 26 marzo Doc. Nelle tue mani di Jan Maria Michelini e Ciro Visco con Argentero, ispirata alla storia del primario Pierdante Piccioni (l’ha raccontata nei libri Meno dodici e Pronto soccorso editi da Mondadori, scritti insieme a Pierangelo Sapegno) che dopo un incidente stradale nel 2013 a Pavia, ha perso la memoria, dodici anni cancellati. “Sono stato in coma poco più di un’ora e ho perso dodici anni, c’è chi è stato sei mesi e ha perso una settimana” racconta. “Certo all’inizio pensare di avere dei figli piccoli e ritrovarmeli adulti, una moglie con le rughe, ritrovarsi con l’euro quando contavo ancora in lire… Una madre morta, non ricordavo di essere andato al suo funerale. Ho dovuto ricominciare tutto dall’inizio”.

Tornato al lavoro, oggi è in prima linea nel lodigiano contro il coronavirus, la realtà supera sempre la fantasia. Nella serie (Lux VideRai Fiction) invece il dottor Fanti-Argentero perde la memoria perché gli sparano. A riprese quasi ultimate la fiction si è fermata per il coronavirus; ora andranno in onda quattro serate, in autunno sarà trasmesso il finale di stagione. Un po’ dottor House, carattere pessimo ma medico geniale, Fanti dopo l’esperienza da paziente diventerà un medico migliore, empatico. Il risveglio dall’intervento chirurgico è durissimo: riconosce i colleghi ma li trova invecchiati; non ricorda le tragedie della sua vita; non ricorda di essersi separato dalla moglie (Sara Lazzaro) direttore sanitario dell’ospedale in cui lavora e che è legato alla bellissima dottoressa Matilde Gioli. Peccato che dopo l’intervento alla testa, gli mettano sul letto la sua vecchia cartella di cuoio, com’è facilmente immaginabile piena di microbi. Nel cast Giovanni Scifoni e Simona Tabasco.

Argentero, tra pochi giorni diventerà padre: come sta vivendo l’emergenza coronavirus?
“La vita è più forte di tutto, i bambini continuano a nascere negli ospedali: è bellissimo pensarlo e un po’ ci consola di tutto il dolore. Ovviamente con Cristina, la mia compagna, avremmo preferito un’atmosfera un po’ più rilassata ma forse non c’è una situazione più giusta di questa per proiettarsi nel futuro. La nostra sarà la ripartenza migliore che esista al mondo”.

I medici sono stremati: questa serie oggi assume un valore diverso?
“E’ una grande responsabilità, ma la sentivo anche prima dell’emergenza coronavirus. Ho sempre pensato, fin dal primo giorno, che era importante essere credibile in tutto, dal modo in cui parli e ti rivolgi al paziente. Con la serie raccontiamo un’eccellenza italiana, la sanità, e mai come in questi giorni abbiamo la dimostrazione che siamo fortunati a vivere in Italia. La normalità non fa notizia. Oggi chiamiamo i medici ‘eroi’ ma lo sono sempre. Ho la fortuna di vestire i panni di un medico che tutti vorremmo incontrare. Pierdante, il medico a cui si ispira la storia, è una persona straordinaria”.

La storia però è molto romanzata.
“Sì, lo spunto è la perdita della memoria e la ricostruzione di un percorso di vita. Poi nella fiction c’è una sparatoria, un mistero da risolvere e un ottimo medico molto cinico che ha scelto di essere così per proteggersi dal dolore e dopo l’aggressione di cui è vittima diventa paziente. Questo lo riporta indietro nel tempo, a quando ha iniziato a fare medico, la sua è una ripartenza”.

Com’è stato l’incontro col dottor Piccioni?
“E’ un uomo molto diretto, quando incontri Pierdante sai che non ha filtri: è pericoloso ma molto interessante. Il suo libro è esaustivo, le nostre chiacchiere sono più legate a aspetti generali della vita, a come si può immaginare il mondo dodici anni fa, perché il mondo cambia in modo rapido. E’ stato interessante da lui capire questo tipo di spaesamento. Io personalmente mi sono concentrato sui rapporti emotivi”.

Quali sono le sue serie ospedaliere preferite?
“Mi ero innamorato di The good doctor, ho trovato Freddie Highmore strabiliante. Poi ho trovato bellissima New Amsterdam”.

L’aspetto più difficile del ruolo?
“Ho avuto un po’ di ansia da prestazione: la prima puntata in pratica interpreto tre personaggi diversi: Fanti pre-incidente, Fanti post e Fanti giovane nei flashback. Non si gira in ordine cronologico, la mia era anche una preoccupazione tecnica, sei diverso tutte le volte, tre personaggi in uno non sono uno scherzo. Dal terzo episodio in poi va tutto liscio, c’è il caso di puntata”.

Ha sempre preferito il cinema, ha cambiato idea?
“In questo periodo storico è stata una decisione consapevole, viviamo un momento di transizione. A prescindere dall’emergenza coronavirus portare la gente al cinema è difficile, si impone una riflessione profonda su che tipo di film devano essere realizzati. Abbiamo deluso il pubblico. Le serie stanno crescendo in termini di fruibilità e ti permettono di lavorare su un personaggio per tanto tempo. Mi interessava provarci, avevo girato Sirene ma non era così lunga”.

Resta innamorato del cinema?
“Ho sempre pensato che il cinema abbia una marcia in più perché sono un appassionato della sala, penso che sia una magia unica. Però quando mi hanno raccontato questa storia non ho avuto dubbi. Dal punto di vista tecnico è interessante, è diverso rispetto a un film, dove ogni scena è calibrata e unica. In una serie hai tantissimi giorni e mesi a disposizione”.

In una serie ospedaliera non si possono sbagliare i gesti: la prima cosa che ha imparato?
“La prima visita di approccio, con auscultazione e palpazione dell’addome. In alto a sinistra, in alto a destra: stomaco, fegato intestino, come fosse un mantra. Una cosa che i medici fanno con un automatismo. Tutti, dai registi agli attori, abbiamo fatto un training al Policlinico Gemelli di Roma. Ci siamo immersi in quella realtà da osservatori privilegiati, era l’unica maniera per sperare di essere minimamente credibili”.

Cosa insegna Doc. Nelle tue mani?
“Questa fiction racconta l’importanza del prendersi cura di qualcuno, che sia il medico con il paziente o chiunque di noi con un proprio caro o con un vicino di casa poco importa. Mai come in questo momento questa è l’unica cosa che conta. Come tutti, anch’io all’inizio dell’emergenza coronavirus sono stato preso un po’ alla sprovvista. E questa realtà così inimmaginabile, dopo aver visto come si lavora in un ospedale, mi ha colpito ancora di più”.

Repubblica.it

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