I Delitti del BarLume, la recensione della seconda storia: “A bocce ferme”

Tra funerali, politica e sesso, c’è un un nuovo mistero da risolvere a Pineta. “A Bocce ferme”, la nuova storia di I Delitti del BarLume, liberamente tratta dal romanzo di Marco Malvaldi, è  In prima TV assoluta lunedì 24 gennaio alle 21.15 su Sky Cinema Uno, disponibile on demand su Sky e in streaming su NOW

In prima TV assoluta su Sky Cinema, in streaming su NOW e disponibile on demand, lunedì 24 gennaio tornano I delitti del BarLume, con A bocce ferme, la seconda delle due nuove storie Sky Original, coprodotte con Palomar e liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Marco Malvaldi. Tra amori, amicizie e i soliti vecchini impiccioni; lo storico cast (Enrica Guidi, Corrado Guzzanti, Stefano Fresi, etc), capitanato da Filippo Timi nei panni del barista-investigatore Massimo Viviani, scende in campo per risolvere il mistero di un nuovo omicidio a Pineta. Al suo fianco, come sempre, Lucia Mascino nei panni del Commissario Fusco.

Per scrivere il copione del nuovo episodio de I delitti del BarLumeA bocce ferme, la squadra di sceneggiatori ha stavolta deciso di adattare il romanzo omonimo scritto dal pisano, Marco Malvaldi nel 2018, e pubblicato come gli altri libri della serie dalla prestigiosa Sellerio.

Inizia sintomaticamente con un funerale questo 18° l’episodio, nel quale gli autori inseriscono una delle tante giocose citazioni pop che hanno costituito, nel corso del tempo, una vera e propria cifra stilistica di questo prodotto così originale, colto e pop al tempo stesso: davanti ai nostri occhi sfila corte funebre sottolineato da una sezione di ottoni che intona l’aria di E la vita, la vita, capolavoro canoro scritto nel 1974 dal geniale Enzo Jannacci per il leggendario duo comico Cochi e Renato; che fu la sigla di chiusura della trasmissione televisiva Canzonissima, condotta da Raffaella Carrà. Con questo accenno, che forse non tutti coglieranno, Roan Johnson e i suoi sceneggiatori chiariscono sin da subito il campo semantico in cui ci muoveremo: la tradizione comico-goliardica della nostra migliore televisione.

Il morto è un tal Alberto Corradi, proprietario della Farmesis, azienda farmaceutica del litorale toscano. È rimasto orfano da giovane, ma sua madre si è risposata col facoltoso Camillo Luraschi, col quale il deceduto sembrerebbe aver intrattenuto rapporti turbolenti. Tale contesto luttuoso viene subito contraddetto – in pieno stile Barlume – dalle incongrue camicie hawaiane indossate dei “bimbi” presenti al funerale al gran completo, poiché il Corradi apparteneva come loro agli amici della Loggia del cinghiale e aveva lasciato disposizioni stringenti e indifferibili: banda d’ottoni e vestiti da…. (il seguito lo potete immaginare…)

Il colpo di scena della trama gialla arriva alla lettura del testamento, che recita testualmente così: l’eredità va alla mamma Franca e al figlio Matteo, e invece agli amici della Loggia del cinghiale va la cantina, a patto che organizzino col Barlume una commemorazione con Morellino di Scansano e fegatini, in cui si dovrà cantare “Puppe a pera”! Eccola la seconda unghiata degli autori: chi ha almeno 50 anni non può infatti ignorare che quella appena evocata è un’altra mitica canzone del panorama pop italiano della seconda metà del secolo scorso: quella cantata da Francesco Nuti nel suo primo film da protagonista assoluto, Madonna che silenzio c’è stasera, diretto nel 1982 da Maurizio Ponzi, dopo la separazione di Nuti dai Giancattivi; geniale trio toscano formato con Athina Cenci e proprio da Alessandro Benvenuti!

Ma torniamo alla trama gialla, il testamento rende noto che la salma si autoaccusa di aver ferito il patrigno provocandone la morte. Eccolo l’innesco, inatteso e scabroso, che getta tutti nello sconcerto e che costringe la Fusco ad agire, col solito non richiesto aiuto del Viviani. Ci sarà perciò bisogno di scavare nel passato per svelare i moventi; un passato che nel libro di Malvaldi è il fatidico ’68, e che qui diventa invece il pretesto per una serie di incursioni “amarcord” nelle puntate precedenti. Si rievocano i funerali di Ampelio del 2014, e la rissa scoppiata sempre 7 anni prima al Club 54, e ancora il farmacista preso a “branzinate” da Emo Bandinelli. In un clima semiserio che, come Barlume vuole, stempera costantemente il senso macabro della storia nei toni faceti del racconto.

Infatti, anche qui, ancora una volta la trama si sviluppa e poi dipana dal chiacchiericcio querulo dei vecchini; che è lo specchio più o meo deformato della socialità tipica, non solo toscana, di ogni piccolo paese d’Italia. E che è forse la principale ragione del successo de I delitti del BarLume; il racconto di un piccolo mondo moderno in cui molti, se non tutti, si possono riconoscere. “Un’Italia esclusa dalla ribalta mediatica, – come si legge nella quarta di copertine del romanzo – e che del Paese vero, anche quello più attuale, fa capire molte cose.”

Ciò accade, in tutta evidenza, anche perché Roan Johnson e la sua ciurma (autori e attori: sembra che sul set si respiri un’atmosfera gaissima, che è probabilmente un altro degli atout di questo fortunato progetto) sono stati capaci sin qui di introdurre, in un prodotto mainstream, nazional-popolare (che, come si è già detto, si muove un po’ nel solco della serie generalista de Il commissario Montalbano), una sequenza di licenze molto audaci.

Dopo aver sdoganato l’erba (non è un’esclusiva, anche il Rocco Schiavone di Marco Giallini lo faceva), qui si rompe un altro tabù: il sesso. In una sequenza che naturalmente non spoilereremo, assistiamo – anche se forse sarebbe meglio dire: ascoltiamo – a una scena dall’altissimo tasso erotico, con sfumature quasi hard se il contesto non fosse tutto da ridere. Vista la quale, saranno più chiare le parole comicamente amare pronunciate da Filippo Timi ai microfoni di “100×100 cinema”, quando annunciò solennemente di aver preparato una petizione da inoltrare agli autori del Barlume affinché il suo personaggio sia finalmente sessualmente attivo!

E non basta, oltre al sesso viene qui dato spazio alla seconda passione degli italiani (o la terza, contando il calcio): la politica! Senza riandare al ’68 del libro di partenza, gli sceneggiatori di A bocce ferme compiono una serie di incursioni nel logos politico della contemporaneità, in un modo così esplicito come non ce lo si aspetterebbe in un prodotto per tutti come questo.

Vediamo come. Il figliolo della vittima, Matteo, candidato in una lista civica di destra (di “fascisti” dicono i vecchini), fa un discorso di commiato facendosi il segno della croce, mentre il padre pare fosse un autentico “mangiapreti”, copyright ancora dei bimbi. È lui stesso a definire il papà un “comunistaccio”, perché vorrebbe che la Fusco interrompa le indagini fintanto che non finisce la campagna elettorale in cui è impegnato.

Non manca nemmeno la parodia della retorica forcaiola oggi tanto in voga, accade quando Pasquali convince il giovane Corradi a cavalcare il caso per fini politici, arrivando persino a evocare la pena di morte, in un video da destinare ai social network. Ma la vetta di questa comicità, ormai dichiaratamente surreale (se non fosse che la realtà è stata spesso più assurda della fantasia), si raggiunge quando Matteo, durante la commemorazione per la dipartita del padre, arriva ad affermare quanto segue: “Se mio padre ha davvero commesso un omicidio, deve essere punito. Anche da morto!” Al che non si sa bene se ridere o piangere, quel che è certo è che anche stavolta la satira degli autori fa centro.

A dichiarare il bassissimo quoziente di verosimiglianza, infine, giunge la notizia che, in caso di una paventata crisi di Governo il ruolo di ministro degli interni verrebbe affidato nientemeno che all’improbabile capo della polizia Tassone. Il quale, anche in questa storia, sembra molto più preoccupato di capire se nel Fleming Lamborghini shot ci va il lime o il limone che di assicurare i malfattori alle patrie galere.

Ecco, nella realtà una cosa del genere non accadrebbe mai e poi mai. Di questo siamo tutti assolutamente certi! O no?


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