Liam Neeson, thrilling hitchcockiano sul treno

“Se qualcuno ti chiedesse di fare qualcosa di apparentemente insignificante, ma di esito certo, in cambio di un considerevole compenso economico, lo faresti?”. Questo l’interrogativo posto dal regista spagnolo di L’uomo sul treno-The Commuter, in sala il 25 gennaio con Eagle Pictures, per presentare la scelta filosofica del personaggio principale, Michael McCauley, interpretato da Liam Neeson, al quarto ruolo diretto da Jaume Collet-Serra (Unknown, Non-Stop, Run All Night). In questo personaggio l’attore britannico concentra su di sé la necessaria tensione del racconto. “Il personaggio principale si rende conto di quello che ha messo in moto e si prefigge d’identificare la persona che possiede la chiave di tutta la cospirazione. Così, la tensione cresce a ogni fermata del treno in stazione, con nuovi passeggeri che salgono e nuovi indizi per lui. Il pericolo diviene gradualmente sempre più grande e il film diventa un thriller psicologico ad alta velocità, simile a L’altro uomo o Intrigo internazionale di Hitchcock”, spiega Neeson, del suo Michael. Un sessantenne distinto, un assicuratore ed ex agente di polizia, che nel giorno del suo improvviso licenziamento, prende il treno per l’ennesima volta in dieci anni, da pendolare, e nella sua routine s’innesca la dinamica straordinaria, quanto reale, dell’essere incluso in una pericolosa cospirazione criminale. Il film mostra indubbiamente un uomo qualunque, per questo l’identificazione da parte del pubblico non è difficile, anche nel creare un parallelismo rispetto alla domanda iniziale del regista, e quindi al cuore scatenante di tutta la situazione, come ha messo a fuoco anche la criminologa Roberta Bruzzone, presente all’anteprima del film per cercare di guidare, in forma ludica ma professionale, lo spettatore all’analisi della scena. “La cosa che ho reputato più interessante è il viaggio dentro se stesso, dopo il tradimento dei valori principali. E tutta la fatica che fa per riscattarsi agli occhi di sé – spiega la criminologa – Si può capire come uno scenario disperato, ma con la possibilità di una cospicua ricompensa, può far dire a chiunque: ‘perché no?’. Ognuno di noi deve dare un prezzo alla sua anima, in questo caso non deve essere abbastanza alta la considerazione, evidentemente”. Con una metodologia selettiva per deduzione, la criminologa ha cercato di portare lo spettatore alla comprensione delle figure coinvolte, al fine di riuscire a leggerne il reale coinvolgimento, anche se la suspence gioca bene il proprio ruolo, e come ricorda lei stessa “è un meccanismo psicologico strepitoso perché crea ansia anticipatoria”, cosa che nel film succede dall’istante in cui il meccanismo della scelta di Michael s’innesca. Un meccanismo messo in moto e incarnato da Vera Farminga – l’attrice aveva già lavorato con Collet-Serra in Orphan – nel ruolo di una possibile psicologa, Johanna, apparentemente seduta su un affollato treno pendolare, proprio di fronte a Michael. Lei si fa portatrice della “domanda chiave” della questione, tanto pratica, quanto necessariamente rivolta, oltre che all’uomo, alla sua rettitudine morale. E il tutto accade nella quotidianità scandita dalla ritualità più scontata, e su un mezzo di trasporto quanto mai ripetitivo come può essere un treno pendolare. “Una delle sfide che ho dovuto affrontare come regista, stava nel capire come mostrare questa routine, così ho avuto l’idea di iniziare il film con una ripresa per ogni giorno della settimana – afferma Collet-Serra – Quindi, la prima scena è il lunedì, la seconda il martedì e così via e quando le sequenze vengono montate, l’unica cosa che cambia è lo sfondo, gli abiti e il tempo, mentre il suo comportamento è sempre lo stesso. Così le immagini si mischiano. È un modo molto interessante di iniziare il film, perché dà immediatamente agli spettatori la sensazione di essere stati con lui per un anno. Per me, era fondamentale iniziare il film con una sequenza che mettesse noi, il pubblico, immediatamente su quel treno con Michael”. Una regia efficace non solo nell’intento narrativo e psicologico, ma anche nella costruzione estetica di questa sequenza, in particolare nella visione del protagonista che attraversa Grand Central Terminal a New York, molto suggestiva esteticamente, seppur non realmente girata in loco. Le riprese, durate dieci settimane, sono state realizzate infatti nei teatri di posa dei Pinewood Studios, oltre ad alcune location a Longcross nel Surrey.

Cinecittànews

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