NICOLA SAVINO NON SI FERMA PIÙ: “SANREMO? SÌ, TRA DIECI ANNI”

Da oggi su Rai 2 conduce Boss in incognito: “Mi identifico con i lavoratori, a volte piango” Poi, oltre a Radio Deejay e Quelli che il calcio, il DopoFestival: “Siamo pronti e preparati

nicola savinoDa vent’anni l’altra metà radiofonica di Linus, da quattro stagioni alla guida di Quelli che il calcio, da questa sera voce e volto di Boss in incognito (Rai 2, ore 21.10), e dal 7 all’11 febbraio alla conduzione del DopoFestival a Sanremo. Nicola Savino non è uno che si risparmia. Se mai ci fossero dubbi, la sua agenda di questo periodo lo conferma alla grande.
Nicola, da tecnico di Radio Deejay a uno dei nomi di punta della Rai, siamo nel momento migliore della sua carriera?
«Ma cos’è la carriera? La carriera è una truffa, non esiste. È il mio momento migliore? Non lo so, ma come mi dice sempre il saggio Digei Angelo a ogni compleanno: “L’età giusta è quella che si ha”. Però posso dirvi che il programma nel quale mi sono divertito di più è Scorie: così candido e con così tanta imperizia».
Questa sera invece partirà, dopo lo speciale prenatalizio, «Boss in incognito». Trattandosi di un format, che valore aggiunto dà il conduttore?
«Il mio ruolo è più che altro quello di una didascalia, quello di essere un volto riconoscibile di Rai 2: così sai chi fai entrare nel salotto di casa. Poi c’è l’empatia, è tempo che io mostri altre sfumature: sono un padre di famiglia che la mattina accompagna la figlia in Vespa alla scuola pubblica, riesco a identificarmi nelle storie dei lavoratori che raccontiamo, con le loro difficoltà. Non nascondo di avere anche pianto».
Quindi l’Uomo della strada, il suo primo personaggio a «Deejay chiama Italia», c’è ancora?
«La verità? Non sono mai stato un uomo della strada, quella era un’idea di Linus. Sono figlio di laureati, media borghesia. Però sì, i tamarri mi attraggono e mi piace sempre abbassare un po’ il livello della conversazione. Se parliamo di quanto guadagna Pogba, ad esempio, io dico cose come: “Allora quest’anno potrà fare tre settimane di ferie”».
Restiamo sulla radio, immagina un suo futuro senza?
«Spero che non avvenga, dipende da Linus. Però il giorno in cui dovesse dirmi che è finita sarebbe una tragedia».
In radio ma non a Deejay?
«Rispondo come Spalletti: sono un professionista, vado dove richiedono il mio lavoro».
Torniamo alla tv, «Quelli che…»con la Gialappa’s è una formula vincente, se lo aspettava?
«Per dirla come i rapper, abbiamo riconquistato la “street credibility” e anche gli ascolti vanno bene. Magari non ci crederete, ma io così corono uno dei miei sogni. Da sempre ho l’abitudine di scrivere ciò che vorrei fare: quando facevo l’autore alle Iene, scrissi che il mio sogno era lavorare con la Gialappa’s Band. E poi c’è Massimo Venier, che conosco fin da quando ho 14 anni, essendo anche lui, come me, di San Donato Milanese. A vent’anni già lavorava a Mai dire gol, un mito. Oggi è il capostruttura di Quelli che…».
Ci sarete anche la prossima stagione?
«È presto per dirlo».
Intanto vi ritroveremo al DopoFestival, come sarà?
«Seguiremo la traccia dello scorso anno. Noi siamo pronti e preparati, poi ogni puntata cambierà in base a ciò che succede all’Ariston. Ci saranno i giornalisti in studio, a volte mi metterò davanti ai cantanti a prendere le fucilate, altre lascerò che se le becchino loro. E ci sarà il grande imitatore Ubaldo Pantani in versione Roberto D’Agostino».
Quest’anno, per la prima volta, il DopoFestival andrà in onda anche dopo la finale.
«Avremo il vincitore intervistato in diretta tv a botta calda, subito dopo la vittoria. Sarà un piccolo evento per la storia della Rai. E mi sa che andremo in onda dopo le due, altro muro che sarà abbattuto».
Ma lei il Festival lo condurrebbe?
«Non ora, non mi sento pronto. Il mio manager Franchino è d’accordo con me. Chissà, forse tra dieci anni. Se questo fosse un viaggio da Milano a Reggio Calabria, ora sarei a Parma».
Il 1° febbraio a Torino ci sarà la festa di Radio Deejay…
«Metterò un po’ di musica e sarà bello incontrare chi ci ascolta. È tipo un meeting di Comunione e liberazione o Scientology. Ma divertente».

ROBERTO PAVANELLO, La Stampa

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