Quel Gucci che non ti aspetti e la Sicilian Jungle di Dolce & Gabbana

Volge al termine la Fashion Week milanese, che cala nella sua quinta giornata ben due assi. Gucci, che sorprende con uno show quasi essenziale e sexy, e Dolce & Gabbana, che ci immergono nella loro giungla ideale. Che profuma di Sicilia

La grande sala dove si terrà la sfilata, nel quartier generale di Gucci in via Mecenate a Milano, è trasformata in un immenso garage sui generis.

Bianco, ma lo vediamo rosso grazie alle tante luci a forma di stella a sei punte sul soffitto, che irradiano un’atmosfera calda, inquietante e volutamente fastidiosa.

Delle saracinesche in lamiera d’alluminio chiudono varchi ad arco acuto. Una serie di tapis roulant paralleli tagliano in tutta lunghezza la sala.

La sfilata inizia. Le luci si fanno abbacinanti, si alzano le saracinesche.

E sui tapis scivolano come automi una serie di modelle e modelli vestiti tutti di bianco, con quelle che sembrano divise spoglie e umili. In alcuni casi la foggia è quella delle camicie di forza.

L’antitesi esatta di quell’iperdecorativismo massimalista, di quell’estetica dell’eccesso e dell’eclettismo camp che hanno costruito e consolidato la grandiosa fortuna dell’epoca Alessandro Michele della griffe fiorentina. In sala c’è perplessità, oltre all’inevitabile sorpresa.

Ma la musica, dopo una buona manciata abbondante di uscite, si interrompe brusacamente. Le luci si spengono, il buio ammanta la sala. Nell’ombra si intuisce un fuggi fuggi di modelli. Qualcosa sta accadendo, qui e ora davanti ai nostri occhi incapaci di vedere.

«È stata una gran bella sorpresa anche per me. È stato difficile», racconta Michele al termine dell’applauditissima sfilata, dopo cioè che agli sguardi di giornalisti, buyer e ospiti ha fatto la sua epifania la nuova collezione della griffe della doppia G.
«Difficile perché ho cercato di rimanere nello stesso luogo; ma di aggiungere cose, e di toglierne altre. Ho voluto guardare altre cose, sfidare parole e attitudini», continua il direttore creativo, che conferma  anche quello che sembra trasparire dal suo stato d’animo: «Ero molto emozionato. Moltissimo, come se per la prima volta mi fosse sembrato di raccontare la mia passione per la moda e il motivo per il quale io l’ho scelta per la mia vita».

Perché la collezione che ci ha incantato è un po’ così: un punto a capo, una riflessione, il risultato di un lavoro raffinato e quasi chirurgico di pulizia, di scavo nelle radici del brand ma anche in quella che il designer chiama la sua «archeologia personale». Un ritrovamento di sé come esito di un processo potente di sottrazione. Un modo, da parte del designer, di combattere quella noia che mai, a suo avviso, dovrebbe entrare nel processo artistico di un creativo.

In passerella rimandi sottili alle epoche d’oro del passato di Gucci, dalla metà anni 70 ai 90, rispetto ai quali non mancano citazioni (ma possiamo anche chiamarli omaggi) all’era Tom Ford. Un’eleganza sexy, fatta di linee semplici, di corpi scoperti ad arte, di colori mixati con un’audacia suadente. Di perversione, di dettagli sexy, quasi sadomaso: non solo i frustini che echeggiano al mondo dell’equitazione tanto caro alla griffe, ma anche le sottolineature di vernice nera di dettagli qua e là: colli, maniche e non solo. «Lo show e un’occasione dove si può fare sesso con una cosa che ti piace», stuzzica ancora Michele, che cita a proposito gli accessori con la scritta Gucci orgasmique.

Michele ha desiderato, insomma, staccare la corrente, interrompere il flusso, distruggere quelle divise funzionali sì, ma che ci rendono invisibili (quelle divise che abbiamo subìto increduli a inizio sfilata), divertendosi – a sua detta – moltissimo: «Seguire la moda e una cosa da pervertiti. Ma questo lavoro è veramente bellissimo. Forse è una banalità, ma è così».
Lo potremmo archiviare come «lo show della rinascita», se fossimo certi che tutto quel che c’è da capire è quanto abbiamo capito. Ma, sibillino, Michele aggiunge proprio alla fine: «A me piacciono le cose che non si capiscono bene».
E adesso come la mettiamo?

di Federico Rocca, Vanity Fair

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