Mika presenta la sua tv romantica

Lo showman: «In tv essere aggressivi e volgari funziona benissimo: non sono io. L’ultima puntata di CasaMika non la guarderò. Tornerò in Italia»

I giovani europei che dal XVII secolo compivano il Grand Tour con meta l’Italia chiudevano il viaggio, che durava mesi se non anni, facendosi fare un ritratto: lo sguardo morbido, quasi languido, di chi ha visto molto, alle spalle la campagna romana, verde, dolce, con i resti di civiltà sovrapposte e mischiate come in nessun altro luogo al mondo. Mika questa sera chiude i battenti della sua astronave: quarta e ultima puntata su Raidue. Due anni dopo, l’Ufo — oggetto non identificato e sempre inafferrabile — se ne va. «Ciao, anzi addio, anzi ciao». La verità è che non c’è niente di languido, neppure un’ombra, nel racconto di questo secondo giro fuori e dentro CasaMika. «Ho tentato un esperimento con questo show. Ho coltivato un’irriverenza che non fa prigionieri, un’irriverenza costante, cosciente. Ho mischiato rabbia e amore, un’enorme quantità d’amore».

L’amore ok, ma la rabbia non è proprio la cifra che viene attribuita a Mika, cantante, showman, primo regista dei suoi talenti. Anche se è vero che in uno dei monologhi con Gregory, il pupazzo-amico d’infanzia che trascina la malinconia nel salotto di casa, la promessa è «basta lacrime e preghiere, non chiederemo permesso né perdono per quello che siamo, cerchiamo il nostro posto nel mondo». Ammesso che un posto nel mondo ci sia per ciascuno di noi…
«Va bene essere un po’ assurdo, anche buffo, ma stupido e ignaro mai. So benissimo che quest’idea del buono universale è vomitevole. I sentimentalismi sono polvere. Ma fa vomitare di più chi si mette a impersonare la caricatura del male. Suscitare reazioni negative, brusche, immediate, provocare irritazione come per la puntura di un insetto, è facilissimo in tv. Puoi dire “fuck fuck fuck” o tirarti giù i pantaloni: benissimo, possiamo tutti essere volgari e la volgarità colpisce. Ma poi? Questi format apparentemente anti commerciali dominati dall’aggressività bruciano tutto in pochi minuti di pathos autoindotto. Fai un passo oltre, e non c’è nulla. Io cerco di costruire qualcosa che ti resta addosso e magari, mentre sei lì in attesa che l’acqua del tè cominci a bollire, scava e spinge e alla fine sbuca con un pensiero, un dubbio, un movimento dell’anima. La poesia brucia lentamente. Tentare di essere liberamente poetici ha senso, sempre, anche se ti perdi qualcuno per strada».

Per Mika il primato degli ascolti viene dopo la poesia?
«Preferisco non essere il primo negli ascolti se sono quello che ha suscitato più emozioni e discussione. Vuole dire che hai toccato, forte, le persone. In queste quattro puntate di CasaMika ci possono essere state cose bellissime e altre meno riuscite. Ma l’intenzione — la mia come quella di chiunque abbia lavorato a un programma nel quale ogni dettaglio viene curato, scritto, voluto — non è mai stata nel segno del compromesso. Non ho mai calcolato vantaggi e svantaggi: la follia dell’insieme, i rischi erano parte del lavoro. Il nostro show è come un film, personalizzato, romantico, impegnativo: 10 mesi per 4 puntate. Pensato come servizio pubblico. Forse non se ne faranno più così. Perché la cifra della tv oggi è la frammentazione – format e super format – anche se è una piattaforma che già sta cambiando».

Torniamo alle emozioni. Due tra le più forti nella parte di trasmissione realizzata «fuori». Il pastore sardo che ti insegna a mungere le pecore e gli ospiti della casa di riposo Giuseppe Verdi che hai riportato alla Scala.
«Non ho mai avuto paura di uscire dallo studio. Avrei fatto anche di più, in giro per i paesi che mi aprivano tutte le porte. Anche in quei segmenti del programma, però, ogni cosa — riprese, scene, dialoghi — era parte di un progetto con autori scelti uno per uno. Ad alcune cose abbiamo dovuto rinunciare. Mi rendo conto che ho vissuto due anni come fossero dieci. A una velocità assurda, con un’intensità che a volte faceva male. Quasi sempre, però, ha vinto lo stupore di poter fare tante esperienze, di essere un ospite privilegiato nella conoscenza dell’Italia».

Dono che hai reso riproponendo l’opera lirica («L’Elisir d’amore» di Donizetti e «Madama Butterfly» di Puccini) in versione prima serata con l’aiuto di Damiano Michieletto. L’opera non deve spaventare, spacca — hai detto — come e forse più delle serie tv. E siamo passati alle emozioni «dentro». «Se bruciasse la città», 1969, Massimo Ranieri («Lo so, lo so: tu sceglieresti me». «Vedrai, vedrai», 1962, Luigi Tenco («Tu non guardarmi con quella tenerezza», rivolto alla madre). «Caro Amico ti scrivo», 2002, Lucio Dalla («Vedi amico mio, come diventa importante che in questo istante ci sia anch’io»). E «Ci vuole orecchio» («Bisogna averlo tutto, tanto, anzi parecchio») Enzo Jannacci, 1980, fatta così, un po’ stonata.
«Nell’ordine. Massimo Ranieri: ho visto la sua performance a Canzonissima 1969, una bomba. L’ho chiamato. Lui non voleva riesumazioni dal suo repertorio, credo di averlo travolto e alla fine era felice: si accende di colpo, è ancora una bomba. La canzone di Tenco: sapevo che è una cosa speciale per gli italiani, tutti mi davano consigli. Io ho smesso di provarla e l’ho cantata come non si fa quasi più: l’ho cantata come veniva, non per vincere e non per vendere. Lucio Dalla e quella canzone-lettera: il momento più bello, quello in cui mi sono sentito meglio, me stesso. Jannacci? Volevo fosse un happening, ho convocato l’orchestra intera e non ho voluto rifarla. Perché quello è il senso del pezzo. Nella cacofonia del mondo, tu sei comunque un po’ perso, anche se ti sei preparato allo spasimo come prevede un brano di Berlioz o Bach: ogni tanto finisci in controtempo».

L’orchestra suona, tutto risuona e un po’ sfugge, come nella vita. A proposito di vita. Due domande. Ma come è iniziato il tuo Grand Tour italiano? E poi, inevitabile, tornerai?
«Il mio viaggio in Italia è cominciato quando avevo 7 o 8 anni. Con mia madre trascorrevamo ogni estate due mesi da una zia nel Sud della Francia. La zia non aveva figli, noi eravamo 5 ragazzi: c’erano momenti di tensione e mia mamma ci faceva sconfinare in auto, noi bambini zingari come eravamo e siamo. L’Italia era dolce, più economica, il cibo buono. La gente adorava la mamma e le mie sorelle. Tutti stavano bene, tranne me. Guardavo quei ragazzi precoci, tanto più cool di me: mi sentivo rifiutato. Mi sono ritrovato in quegli stessi posti dieci anni fa, Sanremo 2007. E lì, poco dopo, mi è arrivata la proposta di partecipare a X-Factor. Avevo sempre rifiutato di fare tv, in Francia e in Inghilterra, ma quella volta ho detto ok, buttiamoci: magari mi nascondo un po’ dietro il mio italiano da principiante, mi proteggerà. Anche perché avevo capito: era l’unico modo di raccontarmi, una volta verificata sul campo la morte dei programmi musicali tradizionali. Così sono restato».

L’altra domanda: tornerai?
«Chi mi conosce sa che non esiste separazione tra la mia vita privata e artistica. Sono io e basta. In questo momento non riesco neppure a vedere l’ultima puntata di CasaMika, quella di stasera, montata e finita: sarebbe troppo, mi farebbe male, ho bisogno di guardare avanti, altrimenti vengo risucchiato. Non so quando, come: tornerò, certo. Un Paese fenomenale, l’Italia, una cultura infinita, stracolma. Che è una parte di me, di quello che sono diventato».

Barbara Stefanelli, Corriere della Sera

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