Riccardo Muti all’Arena di Verona per i 150 anni dell’opera: «Questa è una storia sulle difficoltà d’integrazioni»

La pandemia ci fa respirare e all’Arena di Verona, dopo la «sospensione» dello scorso anno, tornano le opere. E allora si è ripartiti sabato 19 giugno con Aida in forma di concerto, il titolo simbolo, quello che aprì l’Arena alla lirica nel 1913, quello che ha avuto un numero impressionante di recite: 715. All’Arena sfilano le stelle della voce mentre le grandi bacchette sono un ricordo altalenante. La sovrintendente Cecilia Gasdia è riuscita a convincere Riccardo Muti a tornare a Verona, 41 anni dopo il suo debutto. «Era il 1980, c’era stata la strage alla stazione di Bologna e la gente, tra spavento e timore, voleva un segnale di pace per le vittime. Fu un’esecuzione intrisa dal senso di dolore».

Sono passati 150 anni dalla prima di Aida per l’apertura del Canale di Suez. Partiamo da questo dato. Perché questa ricorrenza è così importante? «Non solo in quanto è una delle opere più popolari, ma perché oggi il rapporto tra Aida e Amneris è il fulcro con tutto quello che ne consegue: il rapporto tra civiltà diverse, lo scontro di due popolazioni, l’egizio e l’etiope, le difficoltà d’integrazione, il desiderio di dominio e schiavizzazione, lo scontro tra religioni diverse…Sono problemi eterni con cui facciamo i conti ogni giorno, l’opera li riporta alla loro drammatica attualità».

Muti dice che dobbiamo pensare «ai problemi sociali, religiosi e politici insiti in quest’opera» e non solo alle grandi arie dei tre protagonisti, Aida (Eleonora Buratto), Radames (il giovane Azer Zada), Amneris (Anna Maria Chiuri). Aida è la prima opera che diresse in un grande teatro straniero, nel 1973 alla Staatsoper di Vienna. «Un allestimento faraonico, poi scoprii che il tessuto vero dell’opera è la trasparenza. La Marcia trionfale del secondo atto, che ha oscurato i caratteri veri di quest’opera, segna l’occasione celebrativa di Suez».

Muti ha portato Aida a Londra, Chicago, Salisburgo. Doveva farla con Giorgio Strehler, uno spettacolo di cielo e sabbia, a sottolineare il rapporto dialettico tra la schiava e Amneris. «Strehler diceva che nella sontuosità del Trionfo non c’è bisogno di orpelli, anche quella scena doveva essere accompagnata dalle dune». Così come sullo sfondo sabato c’era l’immagine di un grande deserto. Deserto di sentimenti, di anime…». Strehler regalò al direttore un libro sul Nilo e l’Egitto: «Lo conservo gelosamente. Nella dedica scriveva: per un’Aida che non faremo mai. E non per colpa nostra. Aveva capito tutto, una frase tremenda, il presagio della sua fine. Morì dopo pochi mesi».

«Tra Italia e Egitto ci sono problemi seri. Una volta veniva chiamato Verdi per sottolineare un fatto culturale e economico. Lui non era mai stato in Egitto. Non c’è una sola nota riferita a melodie mediorientali. L’esotismo di Verdi è un’invenzione sua, anche se aveva visto quadri orientalisti. Debussy scrisse Le colline di Anacapri dopo aver avuto in dono un vino con l’etichetta che rappresentava Capri e da lì assorbì l’atmosfera dell’isola. Con Verdi è la stessa cosa».

Cita il famoso terzo atto delle sacerdotesse, «che ha carattere religioso, sembra uscito da una chiesa. Verdi era in un negozio quando sentì la voce di un uomo che in strada vendeva delle pere cotte. Tirò fuori il taccuino e annotò quel suono. Così è nata la melodia delle sacerdotesse, che poi riprenderà nell’Hostias del Requiem e nel Falstaff».

Maestro, la pandemia è un’occasione per trovare nuove strade per l’opera? «L’unica cosa che mi sento di dire è che abbiamo perso un’occasione di dare in tv un maggiore accento alla cultura mentre eravamo chiusi in casa. La vita riprenderà, ma è bastato un virus letale per sottomettere un intero pianeta. Aida insegna che l’amore trionfa».

Valerio Cappelli, corriere.it

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