Silvia Rossi de I Trentenni: «Torniamo per una settimana negli Anni Novanta?»

Arriva in libreria «Ci vediamo all’uscita», il secondo libro di Silvia Rossi, Stefania Rubino e Ilaria Sirena, autrici del blog (bellissimo e seguitissimo) I Trentenni. L’intervista

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Sei in piazzetta con gli amici, seduto a terra o su una panchina e in lontananza senti quel rumore che ti fa battere il cuore all’impazzata. È la marmitta modificata di quello che ti piace, sei lì che aspetti solo il suo arrivo per dare un senso a quel sabato sera appena iniziato. E no, non hai uno smartphone tra le mani con cui stai controllando tutti i suoi ultimi accessi a Whatsapp.

Al massimo una cabina telefonica nei paraggi a cui hai fatto fare uno squillo a vuoto perché hai riagganciato al telefono appena hai immaginato che a rispondere potesse essere davvero lui.

Eccoli, sono gli anni Novanta, quelli che ripiombano meravigliosamente alla mente di qualsiasi trentenne, quasi quarantenne di oggi, appena inizia ad ascoltare Silvia Rossi, o meglio Silvia de I Trentenni, il progetto web (con una pagina Instagram da oltre 100mila follower) che ha creato insieme alle amiche di sempre Stefania Rubino e Ilaria Sirena e con cui è arrivata in libreria con il secondo (strepitoso) romanzo: Ci vediamo all’uscita edito da Sperling&Kupfer.

Quando iniziamo a parlare Silvia fa un respirone, quello tipico di chi è all’ottavo mese di gravidanza e deve modulare bene le energie.

Com’è iniziata la scrittura?
«È stato difficile, eravamo in pieno lockdown e ci siamo trovate a scriverlo in quel momento. Dovevamo inventarci tutto, non volevamo essere banali e scontate. I protagonisti sono cinque amici che si ritrovano ad un funerale. Sarà in quel momento che si troveranno a vivere una cosa disarmante che ci riporta negli anni ’90, al loro ultimo anno di liceo, quello della maturità».

E lì parte l’amarcord. Quali sono i tuoi personali ricordi di quegli anni?
«Ho avuto una bellissima adolescenza, facevo parte dei ragazzini incazzati e ho sempre amato la musica rock, grunge. Ero l’alternativa del gruppo, andavo alla fiera di Senigallia e ai concerti punk. In quei momenti avevi una forza dentro che ti faceva dire questo mondo può essere mio. Quella è la sensazione a cui sono più legata, così come la musica, la condivisione con gli amici di determinate esperienze».

Qual è la tua colonna sonora di quel periodo?
«Sicuramente sono cresciuta con la buona musica perché mio padre era un appassionato e un musicista. Sono cresciuta con Bruce Springsteen e Janis Joplin, lui non si spiegava come potessi emulare totalmente Kurt Cobain e i Nirvana, era una figura controversa ma come gli risposi anche Janis Joplin è morta di overdose. Ascoltavo tantissimo gli Oasis, poi Pearl Jam ma anche 883: “Hanno ucciso l’uomo ragno” tutta la vita.

Che effetto fa essere quasi mamma ed essere in libreria con questo romanzo?
«È la cosa più bella del mondo. Il romanzo è un secondo sogno che si avvera, la riconferma di qualcosa che avevo sempre sognato da bambina, quindi una grandissima gioia. Scriverlo incinta è stato un sogno. Le vicende, le emozioni, i ricordi li abbiamo vissute noi così come le persone che ci seguono».

Da rockettara avevi sempre anfibi e felpone?
«Esatto, anfibi Dr.Martens che ho ancora, jeans lunghi e stracciati che mia mamma odiava perché portavano in casa tutta la sporcizia, borsa militare, felpone usato. Poi c’è stato il momento Courtney Love, quindi vestitini di Kookai e anfibi che all’occorrenza diventavano eleganti».

Cosa diresti alle te ragazzina, oggi?
«Alla mia ragazzina le direi di esporsi sempre, di non avere mai paura di dire la sua. Non so se sia un pregio o un difetto, tante volte non sei ben vista se ti esponi così tanto però io continuerei a dirle di essere esattamente com’è stata. Con un pochino meno di aggressività ed empatia, forse».

E ai ventenni di oggi?
«Di non sottovalutare niente, dalle emozioni alle situazioni. Oggi c’è una grandissima offerta da tutti i punti di vista, sia emotiva che di consumo. Gli direi di scegliere senza fretta, di provare a starci un attimo nelle cose, nei sentimenti, nelle relazioni, nei lavori. Gli direi anche di vivere un’esperienza: un mese negli anni novanta, quindi lasciare i cellulari, i ritmi. Per esempio, oggi c’è lo streaming, noi invece dovevamo aspettare una settimana per vedere la puntata della nostra serie tv preferita, registrarla in VHS e sperare che i nostri genitori non ci registrassero niente sopra. Ci piacerebbe che leggessero il libro per sapere cosa ne pensano».

Quali sono i vostri progetti per il futuro?
«Sicuramente continuare a raccontare con i libri, stiamo cercando un produttore per la serie tv del primo romanzo “Hai detto trenta?”. Il sogno è di poter portare anche questo libro in tv o al cinema, a teatro. Naturalmente continuare con il progetto dei I Trentenni, sarebbe bellissimo avere una propria trasmissione radio, siamo in ballo con dei podcast, vediamo cos’arriva».

Arriveranno I quarantenni? 
«I domini ci sono, stiamo cercando di capire strategicamente cosa fare. Dobbiamo trovare un nome tipo “I trentenni di una volta” qualcosa che ci renda riconoscibili. Qualcosa ci sarà: stiamo crescendo insieme alla nostra community».


Alessia Arcolaci, Vanityfair.it

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