Valerio Lundini: il comico surreale è ormai cult

Cè stato un momento preciso in cui Valerio Lundini ha capito che la tv era un mestiere di cui avrebbe potuto vivere: «È stato qualche mese fa: ho preso una multa e per la prima volta non ho provato la sensazione di essere rovinato per sempre». Trentacinque anni, una laurea in Lettere, un passato come autore tv e uno show che alla seconda edizione è già un piccolo cult, Una pezza di Lundini (su Rai2 dal 20 aprile, seconda serata). Titolare di una comicità nonsense, fa ridere stando serissimo.

Che effetto le fa quando la definiscono «un genio»?

«Lo dicono di tanti… magari questa volta è vero eh, ma ieri ho visto un elicottero e mi sono reso conto che non so chi lo abbia inventato. Chiunque sia, per me lui è un genio: non saprei mai progettare una cosa così pesante che vola. Al massimo io dico delle cose simpatiche».

Sperava di lavorare in tv?

«In realtà lo escludevo. Non ho mai avuto aspettative: mi ha incuriosito, anzi, vedere come cose che pensavo facessero ridere solo me e i miei amici al massimo, siano piaciute a un pubblico non di nicchia. Spero che tutto questo apprezzamento non si tramuti in odio collettivo».

Era il compagno di classe che faceva ridere? Quello delle imitazioni ai professori?

«Neanche tantissimo. Facevo le imitazioni di quelli che facevano le imitazioni. Tipo di quelli che imitavano Antonio Lubrano. In realtà non ho proprio mai avuto l’esigenza o l’intento di far ridere».

Infatti è sempre serio. Cosa la fa ridere?

«Mi diverte l’elemento straniante, ma non associo necessariamente il divertimento alla risata. Certe cose mi divertono molto ma non rido. Mi fanno ridere nella testa. Da quando faccio questo lavoro però, l’ultima cosa di cui ho voglia è la simpatia. Evito tutte le cose comiche, non ne posso più. Per rilassarmi seguo la cronaca nera, guardo film dove la gente si mena, scarto quelli anche minimamente divertenti. Non sono mai riuscito ad appassionarmi calcio ma vorrei iniziare: cerco cose per non pensare».

Il suo self control è reale o studiato?

«Fa parte di me. Lavoro con il surreale: se mi mettessi pure a fare l’estroverso o il caotico sarebbe un po’ troppo. Preferisco scrivere cose assurde e muovermici in tranquillità».

C’è chi la ama e chi proprio non la capisce. Che ne pensa?

«Ci può stare. Io non capisco i Radiohead ma so che sono molto bravi. Poi non è che abbia mai lavorato tantissimo per far sì che la gente mi capisca, quelli che lo fanno sono già grasso che cola».

Chi stima in tv?

«I conduttori classici, stimo il loro modo di lavorare, non saprei farlo. Insinna, Amadeus… L’istituzionalità è sottovalutata, io l’apprezzo».

Tra i comici?

«Tutta la scuola di Arbore, e quindi Frassica. Poi Corrado Guzzanti, Lillo e Greg. E anche Manfredi, Sordi e Totò, di cui sono fan. Come di Pozzetto e del Celentano attore».

Come è passare da dietro a davanti la telecamera?

«È stato graduale. Prima ero autore, poi apparivo in alcuni sketch. È stato strano vedere degli operai che costruivano uno studio tv apposta per me. Mi dicevo: ma questi davvero lo stanno facendo? Quindi entro e li devo salutare? Io che se li devo chiamare a casa ci metto una vita…».

Ha molti ospiti e pare che tutti vengano volentieri da lei.

«Ci mancherebbe, è la trasmissione più bella che c’è».

Chi vorrebbe intervistare?

«Il Papa. Va bene anche Ratzinger».

Si è esibito a Sanremo con Fulminacci. Come è stato?

«Non sono ansioso solitamente, ma nella prova generale un po’ di agitazione l’ho provata. In diretta meglio. Non ho mai pensato di condurre Sanremo ma se me lo proponessero lo farei».

C’è chi la paragona a Luttazzi.

«Non so se abbia senso. Vedevo Barracuda e certe cose mi piacevano, ma non era tra i miei comici preferiti».

Lui ha criticato la sua comicità «innocua».

«Per fare satira politica dovrei saperne di più, se no anche il peggior politico riuscirebbe a darmi addosso. Preferisco concentrarmi sui deboli che sui potenti, è più facile».

Ha scritto una lettera d’amore alla terza arrivata a Miss Italia: le ha risposto?

«No. Anche perché non ho specificato di che edizione».

Chiara Maffioletti, corriere.it

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