Liam Neeson: “A 66 anni meno ancora le mani ma sogno di tornare in Irlanda su un muletto”

“Allora, vi è piaciuto?”. Quarant’anni di carriera, una nomination agli Oscar (Schindler’s List di Spielberg) e Liam Neeson cerca ancora conferme. “Per un attore, la corsa al consenso è infinita” dice. “I giornalisti, messi così a dura prova di questi tempi, sono dei registratori importanti. Dei megafoni. Abbiamo bisogno di loro per tramandare storie. Se, tra cinquecento anni, i miei film saranno ancora visti e apprezzati, se la tecnologia li terrà in vita – in chissà quale cineteca digitale – vorrà dire che ognuno di noi ha fatto bene il suo lavoro. Influenzare il mondo con il cinema è un’arte. In Italia, dopo la filmografia di Fellini, forse, ci sarà qualcuno che andrà a sbirciare sotto la N di ‘Neeson’. E troverà Un uomo tranquillo“.

In sala dal 21 febbraio distribuito da Eagle Pictures, se non all’usura del tempo e ai suoi 10 gradi sottozero, Un uomo tranquillo almeno sopravviverà alle scazzottate tra Neeson e il cartello dei narcotrafficanti. Il remake in lingua inglese di Kraftidioten (In ordine di sparizione) diretto nel 2014 dallo stesso regista, Hans Petter Moland, ha “lo stesso effetto di una play norvegese trasposta a Broadway”. Più pop, ironico e violento dell’originale (interpretato anche da Bruno Ganz, l’attore scomparso il 16 febbraio). Siamo nel cuore delle Rocky Mountains. Il figlio del ‘cittadino dell’anno’, il conducente di spazzaneve Nels Coxman (Neeson), viene assassinato da Viking (Tom Bateman), un signore della droga flamboyant che detta legge in Colorado. Nels comincia a farsi giustizia da solo; non sa, però, che sulle tracce di Viking c’è anche lo storico rivale, White Bull (Tom Jackson), boss della mafia nativo americano. “Un barattolo di vermi. Ecco cosa scopre il mio personaggio quando entra in guerra col cartello dei narcotrafficanti. Ormai sono abituato a ruoli borderline” commenta Neeson, le mani incrociate, vestito di nero come le Vedove/Widows di Steve McQueen, dove interpreta il marito di Viola Davis.

Il cinema, una valvola di sfogo. “Sono stato il mito greco Zeus in Clash of the Titans, il padre-assassino della serie Taken, Gawain, nipote di Re Artù, Jean Valjean, Oskar Schindler, Michael Collins. Ho persino impugnato una spada laser nella saga di Guerre Stellari, ero il maestro Jedi Qui-Gon Jinn. Se mi avessero detto che, a 66 anni, sarei diventato uno dei picchiatori più famosi del cinema, avrei detto: chi volete prendere in giro? Ora che ci penso, va bene così. Io mi sento ancora un giovane quarantenne”.

Neeson, come l’ha convinta il regista Hans Petter Moland a girare un remake americano che aveva per protagonista Stellan Skarsgård? 
“Mi ha chiesto: “Ti andrebbe una storia di rivincita e violenza ambientata in una località sciistica?”. Il mio pedigree da ‘uomo d’azionè non ha resistito al richiamo. È un incrocio tra Fargo dei fratelli Coen e Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah. Lo è nei colori, nello humor, nella sua follia”.

Prima di diventare attore, lei ha guidato per lavoro uno dei camion di Guinness, simbolo irlandese per eccellenza. 
“E in Un uomo tranquillo mi metto al volante di uno spazzaneve, anzi tre. Sul set mi hanno fatto un training serrato, ora sono innamorato di quei macchinari: quando sei seduto al posto di guida, ti sembra d’essere il re della strada. Senti tutto il potere metallico del motore. Quei cosi riescono a trangugiare la neve e a spararla a 50 metri di distanza”.

È nato a Ballymena, Irlanda del Nord. 
“Sono fiero dei miei genitori – una cuoca e un custode scolastico – e sono orgoglioso di essere irlandese. Ricordo i miei giovani anni da pugile, là, da adolescente. Ripenso alla ricorrenza del dodici luglio, avrò avuto nove anni; la mia famiglia mi teneva in casa, mentre i miei compagni erano in strada: è stata la prima volta che ho percepito una differenza, un loro e un noi”.

La violenza che effetto le fa?
“L’ho vista in faccia, sin dai muri dell’odio tra cattolici e protestanti”.

Ora risiede a New York. Tornerà a vivere nella sua terra?
“A volte mi alzo dal letto e mi dico: diamine, non sei ancora andato in pensione? Altre, invece, vado dritto al sodo: non sarà meglio tornare in Irlanda a guidare un muletto?”

Qual è il segreto della sua resilienza? 
“Per rispondere adeguatamente, devo menzionare l’attore e ballerino americano James Cagney: ‘Cammina sul palco, pianta bene i piedi a terra e dì la verità’. Ecco cosa significa per me recitare, essere integri nel proprio mestiere, metterci passione ed elasticità. Quando leggo un copione, cerco sempre di far mie le battute che dovrò dire di fronte al pubblico di tutto il mondo. Le devo sentire nel cuore, non importa se è un noir, un giallo o un film di guerra. La verità è ciò che conta, in tutte le cose che faccio”.

Vale lo stesso per un cavaliere Jedi?
“Varrebbe anche se interpretassi il presidente Trump”.

Lei è uno dei pochi attori che unisce diverse generazioni di pubblico ed è amato da tutti.
“Forse perché i cinque anni di teatro che ho fatto negli anni Settanta hanno forgiato la persona che sono oggi. Prima ho provato a fare l’insegnante al St. Mary’s Teaching College, Newcastle, poi nel ’76 sono entrato a far parte del Belfast Lyric Players’ Theater, debuttando in The Risen People. Due anni dopo mi sono trasferito a Dublino; all’Abbey Theater ho studiato tutti i classici. Il regista John Boorman mi ha notato sul palco e mi ha preso per Excalibur nel ruolo di Sir Gawain. Ai giovani attori direi di studiare teatro e stare alla larga da chi ti vuole subito bello, bellissimo. Quella non è recitazione. Riconosco che non è poi così male aver sempre attorno qualcuno pronto a truccarti, prima di entrare in scena”.

Cosa pensa di Broadway?  
“Sono almeno dieci anni che non tocco un palco. Broadway è sempre più una industria che pensa al profitto. Deve far soldi, è legittimo. Certe produzioni sono sorprendenti perché non sono soltanto teatro. Sono un’esperienza sensoriale”.

Oltre a Laura Dern, nel ruolo di sua moglie, in Un uomo tranquillo lei recita accanto a Tom Jackson, attore e cantante folk nato da un’indigena dell’America del Nord. Ha saputo che lo shutdown ha penalizzato non solo le attività del governo federale ma pure l’accesso dei nativi americani al sistema sanitario? 
“Io e Tom abbiamo avuto una conversazione approfondita sul concetto di sistema sanitario. La parte più spaventosa dello shutdown, per Tom, è la sensazione che qualcuno possa all’improvviso rubarti la vita, portartela via. Se il governo ti dice ‘Scusa, ce ne andiamo per una settimana, veditela da solo’, e tu hai bisogno immediato di cure, la reazione è: cosa? Non puoi farlo a chi vive nel tuo giardino”.

Di chi è la colpa?
“Dei leader mondiali. Hanno zero empatia. Pensano solo a costruire muri. Uno in particolare. Non so come faccia ma riesce sempre a spuntare tutte le caselle del quadro clinico di uno psicopatico. Inoltre, so che nel Mediterraneo la situazione è disperata, con i barconi alla deriva. La questione dei migranti è seria. Non seguo da vicino la politica italiana ma ammiro Angela Merkel. In Germania milioni di immigrati, dai più poveri a quelli privi di titoli di studio, hanno ottenuto asilo. Anche noi, nell’Irlanda del Nord, abbiamo fatto la nostra parte. Queste persone hanno bisogno di aiuto. Non devono metterci paura. È un problema che riguarda tutti, voltare la testa dall’altra parte non servirà a niente. L’Italia deve riapprendere il senso dell’abbraccio. E tendere una mano”.

Filippo Brunamonti, Repubblica.it

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