Approda a teatro “Il conte Tacchia”, di Enrico Montesano

”Il conte Tacchia, oggi? Devono fa’ la conta per trovarlo…”. Ride Enrico Montesano. Dopo il successo di Rugantino e Il marchese del Grillo è pronto a tornare in teatro con un altro personaggio simbolo della romanità, che lui stesso aveva interpretato al cinema nell’82 per Sergio Corbucci: Francesco ‘Checco’ Puricelli, alias ”Il conte Tacchia”, nella nuova commedia musicale scritta con Gianni Clementi, in prima nazionale al Sistina di Roma dal 21 febbraio al 25 marzo e la prossima stagione in tournée. ”Lo avevo in mente da tempo”, spiega all’ANSA Montesano, che dello spettacolo cura anche la regia e che ha trasferito la vicenda dalla Trastevere di inizio ‘900, al ’44 tra le truppe americane venute a liberare l’Italia. ”E’ il racconto di una Roma che sta cambiando, ma che ancora conserva certi di modi di dire e pensare. Dell’originale abbiamo tenuto i momenti salienti, il brano ‘N sai che pacchia del maestro Armando Trovajoli”, accanto a nuove canzoni scritte da Maurizio Abeni. E se al cinema Tacchia (chiamato così perché aggiusta mobili traballanti con le zeppe di legno dette, appunto, ‘tacchie’) sfuggiva a un matrimonio combinato, a un duello, alla guerra in Libia ed ereditava il titolo nobiliare, ora è un sergente dell’esercito americano e ”la vicenda diventa soprattutto una grande storia d’amore” con la popolana Fernanda. Tra ”un corridoio intero di costumi” e ”18 cambi di scena, con i fondali che salgono e scendono, non con le proiezioni”, al fianco di Montesano ci sono anhe Giulio Farnese, Giorgio De Bortoli, Monica Guazzini e Michele Enrico Montesano, suo figlio, che dopo il Capitano Blanchard in Rugantino ora interpreta un marchese lombardo-veneto. ”Si è laureato in Scienze politiche, ora è al primo anno dell’Accademia. Che vuole farci – sospira papà – certo che sono preoccupato. Questo è un mestiere difficile, senza certezza, con una concorrenza a volte sleale”. Poi si torna al conte Tacchia e ad Adriano Bennicelli, nobile romano vissuto tra il 1860 e il 1925 cui si ispirò Corbucci. ”Era uno che lottava contro i soprusi. Si candidò alle elezioni e regalava pagnottelle per accaparrarsi i voti”, racconta ancora Montesano, che ha avuto anche lui un breve trascorso in politica negli anni ’90. ”Bennicelli – dice – nella vita era bravissimo a guidare le carrozze, anche il tiro a 6. Anche io dovetti imparare per il film. Quella – prosegue – era anche una Roma di imbrogli. Si stava costruendo il Monumento a Vittorio Emanuele II, rubano il Tevere alla città ingabbiandolo nei muraglioni. Nel grande marasma di oggi trovo similitudini sconcertanti, tra trasformismi, corruzioni e collusioni, passaggi da un partito all’altro, debiti e il popolo che si arrangia. Servirebbe un altro Tacchia a dare una frustata a tutti”. Ma nella commedia, prosegue, ”c’è ancora il sapore di quella Roma un po’ sonnacchiosa, l’humus trasteverino e un po’ monticiano. E’ una Roma bella a cui sono affezionato, perché il romano non è becero. Pensi a Sordi o Gassman: il romano è schietto, ironico, ma con una sua cultura e un patrimonio storico che vive tutti i giorni. Ha una sua malinconia, al tramonto con il venticello che sale. Come dire, a Roma siamo tutti un po’ poeti e un po’ bruschi”. Ma chi è il Conte Tacchia oggi? ”Devono fa’ la conta per trovarlo…- ride Montesano – Ha una sua fondamentale onestà, una nobiltà d’animo, che il popolo dovrebbe auspicare in chi si appresta alle elezioni. Speriamo bene. Come diceva Montanelli, ci tureremo il naso e andremo a votare”.

Daniela Giammusso, ANSA

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