«Chiudi gli occhi, torna bambino», Tommaso Paradiso ci racconta la sua infanzia

Ma voi ve la ricordate, com’era l’estate quando era infinita, e, come cantava Gino Paoli, il tempo era “dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale”, la ricordate? Che facevamo le follie, e l’incoscienza era beata, e la pelle si abbronzava facilmente, e non temevamo altezze per i tuffi, profondità per le capriole in acqua, erano nostri i cieli e le notti, i fili d’erba e le prime scoperte.Non c’era ancora Felicità puttana, eppure il nostro ospite di oggi, il leader dei Thegiornalisti già la provava. Siamo tra la fine degli Anni Ottanta e gli inizi degli Anni Novanta, nell’Italia dei Mondiali, degli attentati a Falcone e Borsellino, dello scandalo di Mani Pulite, dell’ascesa di Silvio Berlusconi, mentre negli Stati Uniti si passa da George Bush a Bill Clinton e dall’Inghilterra parte l’incubo della Mucca Pazza, ma anche le canzoni degli Oasis. Non lontano dal disastro di Chernobyl, nelle case, intanto, regna Super Mario Bros, mentre cresce il magnetismo della Tv commerciale sui ragazzini, che seguono anche le serie Beverly Hills 90210, i Simpson. Ayrton Senna ancora corre e ancora vince, prima di morire a Imola nel 1994, il Muro di Berlino è caduto, la guerra fredda finita. Nelle librerie spopola Il nome della Rosa, L’insostenibile Leggerezza dell’Essere. E noi balliamo, balliamo davanti a Thriller di Michael Jackson e ci spaventiamo al cinema per horror come Shining e la Casa, e restiamo a bocca aperta davanti a futuri classici come La Sirenetta, La Storia Infinita, Ghostbusters, Chi ha incastrato Roger Rabbit, Jurassic Park. Freddie Mercury muore di Aids, Vasco Rossi riempie per la prima volta di musica uno stadio, Laura Pausini vince le nuove Proposte di Sanremo con La Solitudine. Sulle passerelle della moda, sfilano intanto Claudia Schiffer e Naomi Campbell.Nato a Roma il 25 giugno 1983, mamma che ha dovuto fargli da madre e da padre, e che su tutto gli ha insegnato «l’educazione e il rispetto per gli altri», gioca con noi a Chiudi gli Occhi, torna bambino, Tommaso Paradiso.

«Allora…mi potrei ricordare sicuramente di Fregene. Con la chiusura delle scuole a giugno, ed essendo ancora piccoli, funzionava così: i genitori non avevano ancora finito di lavorare, così si prendeva una località vicino Roma (ci si può arrivare in 20 minuti), e tua madre può andare a lavoro la mattina e tornare la sera. Affittammo le villette, erano carine, ne abbiamo cambiate parecchie. Una volta ce n’è stata una con una grande quercia dentro, dove mi arrampicavo. Sapevo salire su, non riuscivo a tornare giù. Ogni tanto ho avuto bisogno di aiuto per scendere, piano piano ho fatto poi pratica. C’erano tutti i cuginetti, eravamo disciplinati ma discoli, da ragazzini facevamo le cose per farci del male, quei giochi pericolosi. Eravamo in fissa con l’arrampicarci ovunque, con i tuffi azzardati. Eravamo un po’ degli stuntman, e poi a casa avevamo le nonne che ci facevano trovare la pizza bianca con i fichi dentro, una cosa tipicamente romana. La mattina, invece di andare al mare, restavamo a letto ci vedevamo MacGiver Super Vicky, giocavamo a Sega Master System, una delle prime console. Il gioco con cui stavamo più in fissa era “Le olimpiadi”. Ci consumavamo le dita su questi tasti per lanciare il giavellotto veloce, poi andavamo allo stabilimento. Se stavamo a Fregene nord, andavamo al Miraggio. Se invece stavamo a sud, andavamo al Tirreno o al Capri, ci divertivamo. Ricordo che in un’estate intera avevamo collezionato una scatola intera di pistolini delle ruote delle gomme delle biciclette, quelle con cui devi chiudere la camera d’aria per gonfiarle. Mi ricordo che spesso dormivamo insieme, e scorrevamo le prime cose del sesso, da piccoli, e ci sentivamo degli dei, alle elementari sembrava una cosa super-hot, ma erano semplicemente queste tv private che a mezzanotte mandavano in onda queste ragazze con i culi di fuori che dicevano “chiama questo numero” e ci sembrava di toccare il paradiso. Infine andavamo sempre a prendere il gelato, la sera, quasi sempre, e questa gelateria c’era un juke-box che funzionava benissimo, e mettevamo sempre Elton John, quella canzone tutta piano che si chiama Song for guy. Una sera poi è venuto giù un acquazzone incredibile, tremendo, usavamo la pioggia come sciolina perché quando andava sul cotto del Miraggio prendevamo la rincorsa e scivolavamo di pancia e ci facevamo anche 15/16 metri. Ricordo che una volta è entrato un adulto, e fa: “Sono vostre, le gemelle?” Sembravamo delle ragazzine, da piccoline, per via dei capelli lunghi, sembravamo, e invece no, eravamo dei maschietti. Poi che ti posso dire… questi erano gli stati prima che poi si facesse il viaggio, quando genitori finivano di lavorare, si partiva. Sono andata anche da solo, ai campi basket, dove tutti soffrivano della nostalgia di casa e io invece no, stavo molto bene, socializzavo con i bambini degli altri Paesi, poi purtroppo si cresce, succede questa piccola cosa, e quando si cresce mi è rimasta molto un lato fanciullesco che farei sempre quelle cose un po’ da stunt-man, questa vena per cui con le biciclette facevamo delle virate assurde, prendevamo degli angoli ciechi senza vedere se passavano o meno le macchine. Spesso ci sfracellavamo, anche un po’ apposta, sui cancelli, andavamo sui tetti degli stabilimenti, che erano alti, e ci arrampicavamo sulle cabine, e ci buttavamo a volo d’angelo sulla spiaggia. Stavo proprio bene, e anche adesso, quando sto al mare, cerco sempre uno scoglio alto da cui lanciarmi, lo cerco come un puntatore, cerco la sensazione di vuoto. Poi bisogna anche saper cadere».

Lavinia Farnese, Vanity Fair

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