ZALONE SALVA IL CINEMA ITALIANO: GRAZIE A QUO VADO IL 2016 SEGNA UN +6% SUI BIGLIETTI VENDUTI. NATALE NERO SENZA DI LUI

Checco_Zalone_1San Checco Zalone pensaci tu: i dati annuali degli incassi al cinema si dividono in ‘con’ o ‘senza’ il film dell’attore pugliese. Così nel 2016, anno di Quo vado?, i dati del box office italiano secondo il Cinetel – che rileva il 93% delle presenze dell’intero mercato – sono con il segno +: 6,06% sui biglietti venduti (e 105 milioni di ticket) e 3,86% sugli incassi (661 milioni di euro). Senza Zalone, che rappresenta una quota di mercato dell’8,89% di presenze sul totale, il 2016 sarebbe con il segno meno. E infatti il bilancio delle feste, ossia le tre settimane dal 16 dicembre 2016 al 6 gennaio 2017, in assenza del re degli incassi è un bagno di sangue: – 38,06% di incassi e -35,71% di presenze.
La chiamata di Zalone per il pubblico è fuori discussione: nelle 3 settimane delle feste l’offerta non è mancata, anzi se è per questo è stata eccessiva con ben 29 titoli (contro i 17 del 2015) a dividersi fettine magre di torta. E il trend sul 2017, con questa partenza, non è dei migliori. Tutto il cinema italiano ruota intorno a Luca Medici? Naturalmente no, ma “è un grande fenomeno italiano – commenta il presidente dell’Anica Francesco Rutelli – e dobbiamo esserne fieri”.
Il bilancio dei dati dice anche molto altro sulla stagione passata e sulle tendenze in atto: ad esempio che l’oscillazione da un anno e l’altro è relativa, “il range di presenze in sala oscilla tra i 90 milioni anno nero e 115 anno ottimo – dice il direttore generale cinema del Mibact Nicola Borelli – ed è tra i peggiori in Europa rispetto alla popolazione.
La nuova legge, con i relativi decreti attuativi, aspira a ben altre cifre di queste, vuole far fare un salto deciso al cinema in Italia”. La riforma ‘costringerà’ in un certo senso tutti gli operatori del settore a fare sistema, osserva il presidente dei produttori Anica Francesca Cima, “la sfida è prima di tutto culturale: questo è un paese che chiude per ferie tre mesi il cinema e il teatro anche ora che le abitudini dei cittadini non sono più quelle di un tempo, bisogna tutti insieme invertire la tendenza”.
I numeri potranno essere ben diversi se si portano al cinema “tutti coloro che ora non hanno accesso”, per questo è in corso una ricerca sul ‘non pubblico’ che è rappresentato dal 52% degli italiani che non vanno al cinema neppure una volta in un anno.
Infrangere la regola della stagionalità cinematografica è l’obiettivo che prioritariamente si dà l’Anica nel 2017, attraverso – sottolinea Rutelli – un coordinamento di produttori, distributori, esercenti. “Una sfida che è industriale e culturale insieme – aggiunge il presidente – osservando i dati emerge una volta di più l’anomalia italiana che fa vivere il cinema in sala da settembre a primavera”: 40 milioni di biglietti nel primo trimestre 2016, 19 milioni nel secondo, 15 nel terzo e 30 nel quarto. Il presidente dei distributori Andrea Occhipinti azzarda la soluzione: “Blockbuster americani anche in estate e soprattutto in contemporanea day and date porterebbero pubblico in sala anche in quel periodo. Quei titoli di appeal insieme ad altri italiani farebbero la differenza. E il clima c’entra fino ad un certo punto, visto che altri paesi simili a noi non hanno questo problema”.
Commenta il ministro Dario Franceschini: “Gli italiani stanno tornando al cinema e l’aumento del numero degli spettatori in sala è un’ulteriore conferma della crescita dei consumi culturali nel nostro Paese: dal cinema al teatro, dai musei all’acquisto dei libri, fino ai concerti, in questo 2016 il segno è stato positivo”.
Tra gli altri dati non meno importanti la quota di mercato del cinema italiano, salita al 28,71% di presenze (21,35% nel 2015), in calo quella del cinema americano (55,19% rispetto al 60% 2015), mentre i film distribuiti sono passati dai 480 del 2015 ai 554 del 2016. Forse troppi? “Alcune sono uscite tecniche per beneficiare dei contributi – spiega Borrelli – e con la nuova legge accadrà molto meno, oppure per essere poi venduti alle pay tv”.

L’Huffington Post

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