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BRIGHT LIGHTS, IL DELICATO RITRATTO DI CARRIE FISHER E DI DEBBIE REYNOLDS

In onda il 18 gennaio alle 21.15 su Sky Cinema Hits HD e alle 23.30 su Sky Arte HD, è il racconto del rapporto tra madre e figlia, della loro vita vissuta sempre vicine, fino alla morte, e della loro incredibile amicizia

Da una parte c’è Debbie, la madre, voce delicata e canterina; dall’altra la figlia, Carrie: «Immagino che non volesse essere né Eddie [Fisher, ndr], né me. Ma Carrie, solo Carrie. Adoro la sua voce. Non è una voce stupenda?» I ricordi inseguono i ricordi, e Bright Lights, il documentario di HBO in onda il 18 gennaio alle 21.15 su Sky Cinema Hits HD e alle 23.30 su Sky Arte HD, diventa ritratto, testamento, quindi rimpianto. Non c’è niente della superficialità o dell’ostentazione delle primedonne, in questo film. C’è la vita vera, quella quotidiana e dolente; e ci sono due persone – due amiche, prima che parenti – che si raccontano alla camera e che sono semplicemente sé stesse. Debbie Reynolds, incapace di accettare l’età, «dentro si sente ancora giovane, e non riesce a capire perché il suo corpo non le risponda»; e Carrie Fisher, confidente e consigliera, esplosiva e più apprensiva della madre. «Amo il Natale», dice a un certo punto, i capelli grigi e lunghi come fili d’argento, gli occhiali sul naso e un mezzo sorriso sulle labbra. «Mia madre è il Natale».
«Non vivevamo insieme», ricorda. «Condividevamo solo lo stesso spazio». Le case e le feste, i matrimoni e i divorzi, un’infanzia difficile, con il papà cantante che si innamora di Elizabeth Taylor, che lascia tutto e che scompare. «Però sono stata felice. Ero felice, vero?» Chiede la figlia alla madre. Sullo sfondo scorrono immagini di repertorio: una Debbie giovanissima che abbraccia una Carrie neonata in bianco e nero, poi una Carrie più grande, adolescente, sfumata di colori; quindi il viaggio a Venezia, in gondola, le smorfie e le risate a favore dell’obiettivo della Super 8. «Urli a tua madre, ecco che fai». E intanto risuona Frank Sinatra, il vecchio Frank, come lo chiama Debbie, e la sua bellissima Just in time.
Diretto da Fisher Stevens e Alexis Bloom, Bright Lights racconta gli anni immediatamente successivi al ritorno di Carrie Fisher in Star Wars (lei che combatte con la dieta, con l’esercizio fisico e con la sua passione per la Coca Cola), il suo rapporto con la madre – che si era quasi ribaltato nei ruoli: lei che veglia e l’altra che, indispettita, la fa disperare – e il piccolo, grande mondo in cui vivevano. Una accanto all’altra, vicine nello stesso giardino. La casa di Debbie era più semplice, classica e ripulita; quella di Carrie, invece, era eccentrica, piena di oggetti e di cartelli (ce n’era uno, appeso a un albero, che diceva: «infarto»), un pianoforte in bagno e tantissime foto. A Debbie le sue reliquie dello spettacolo, con le scarpette rosse del Mago di Oz sul camino; e a Carrie la sua bambola a grandezza naturale della Principessa Leila.
Eccole sedute una accanto all’altra, sui gradini di casa, a mangiare un po’ di sformato e a parlare. Debbie è stata invitata a Las Vegas per uno spettacolo, Carrie all’inizio non vuole che ci vada ma poi desiste e accetta di starle vicino. «Adoro i miei fantasmi», dice Debbie. «Adoro avere i miei ricordi». «Era molto buona con sua madre», racconta Carrie. «Ma lei non lo meritava. Debbie, invece, sì: lo merita». Mai nemiche, mai opposte, sempre pronte l’una per l’altra. Fino alla fine, fino all’estremo saluto. Dimenticate le dive e dimenticate lo scintillio senza senso di Hollywood. Bright Lights – che tradotto letteralmente in italiano significa «Luci brillanti» – è un film-racconto, uno spaccato di vita quotidiana; il ricordo di due persone, di due donne, entrambi forti e straordinarie, che hanno sempre dato tutto – l’una all’altra e poi, anche, al resto del mondo.

di Gianmaria Tamarro, La Stampa

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