Gino Paoli: “La morte di Luigi Tenco? Un colpo di teatro non riuscito”

In una lunga intervista al Corriere della SeraGino Paoli ha parlato della sua autobiografia “Cosa farò da grande“. Il cantautore ha parlato, tra le altre cose, del suo tentativo di togliersi la vita e del rapporto con Luigi Tenco, la cui morte, è stata per lui “un colpo di teatro non riuscito. Come se avesse voluto imitare me: spararsi, e restare vivo”.

La morte di Luigi Tenco

Gino Paoli racconta ancora della tragica morte: “Andava molto una droga arrivata dalla Svezia, il Pronox, che ti dava un senso di sdoppiamento, come se non fossi più responsabile di te stesso… Appena arrivò la notizia mi precipitai a Sanremo. Il festival andava fermato; e se fossi stato in gara sarei riuscito a fermarlo. Incontrai Lucio Dalla, e lo attaccai al muro. Avrebbe dovuto ritirarsi. Tanto più che la sua canzone si intitolava ‘Bisogna saper perdere’. E tanto più che tutti collegavano Lucio a me”. 

Il rapporto con Luigi Tenco

Su Tenco rivela poi: “Lui e io ci siamo fatti l’immagine di poeti maledetti perché nei locali, anziché corteggiare le ragazze, ci mettevamo in un angolo immusoniti e tenebrosi, alla James Dean, con il pugno sulla tempia. Così le ragazze arrivavano. Non ho mai corteggiato una donna; erano loro a venire da me. In realtà Luigi Tenco era un gigantesco ca…ne. Divertentissimo. Adorava gli scherzi. Il suo preferito era quello della cravatta: si avvicinava sorridendo, ti poggiava una mano sulla spalla, ti faceva parlare, e intanto con le forbici ti tagliava la cravatta.

Gino Paolo, il tentato suicidio

A proposito di suicidio: “Una volta, dopo aver visto un film su un suicidio, rifacemmo la scena madre su un tetto di Genova: io fingevo di volermi gettare di sotto, lui di trattenermi. Dovemmo smettere perché si era creata una folla in attesa…”. Ma proprio in quel periodo arrivò il tentativo di suicidio: “Avevo tutto, e non sentivo più niente. Le due donne più belle d’Italia, Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli, erano innamorate di me. In garage avevo una Porsche, una Ferrari e una Flaminia Touring. Cos’altro potevo avere? Volevo vedere cosa c’era dall’altra parte”. A questo proposito spiega: “Il proiettile si fermò nel pericardio. È ancora lì, e mi tiene compagnia; ha anche smesso di suonare al metal detector. Meglio così. Ogni volta spiegavo: ho una pallottola nel cuore. E nessuno mi credeva”. La pallottola non era la prima scelta: “Provo con i barbiturici, il Nembutal, annaffiati con il calvados, ma non mi fanno niente. Penso di gettarmi di sotto; ma non voglio dare a mia madre il dolore di vedere un figlio straziato. Mi ricordo di avere due pistole. Faccio le prove sparando con la Derringer calibro 5 dentro un libro bello spesso, e vedo che il proiettile entra in profondità. Così mi corico sul letto, e mi sparo. Non alla testa, sempre per non dare quel dolore a mia madre. Al cuore”.

La morte

Nell’intervista Gino Paolo aggiunge: “La morte non mi fa paura. Il mio amico della vita, Arnaldo Bagnasco, era semmai convinto che fossi depresso per l’incidente stradale in cui era rimasto ucciso un giovane musicista. Io invece penso che la molla decisiva sia stata la guerra. La consuetudine con la morte. Uno dei miei primi ricordi è la fila dei cadaveri allineati sul ponte di Recco. Eravamo sfollati in collina, e da lì assistemmo al bombardamento alleato che rase al suolo Recco, senza abbattere il ponte. Mio padre disse: tanto vale tornare a Genova. Prendemmo il treno, ma sul ponte dovemmo scendere e camminare. Odore di benzina, di ferro, di morte. La fila di gente con i piedi in avanti non la dimenticherò mai“.

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