CLAUDIO AMENDOLA: “VERO, ERO UN COATTO MA ANCHE BORGHESE”

Regista del noir ‘Il permesso’, si ritaglia una parte “che mi ha fatto pensare a Lino Ventura”

Il sorriso delle commedie vanziniane e la durezza ermetica di Suburra. Claudio Amendola da regista ripropone la doppia faccia che ha accompagnato la sua lunga carriera. Dopo il tenero La mossa del pinguino il suo nuovo film Il permesso-48 ore fuori (in sala il 30 marzo) è “orgogliosamente noir”. Un racconto a quattro, detenuti in permesso dal carcere di Civitavecchia. Luca Argentero insegue la moglie, finita in un giro di prostituzione. Il pluriomicida Claudio Amendola scopre che il figlio ha intrapreso la carriera criminale. Angelo Giacomo Ferrara e Rossana Valentina Bellè sono più giovani, lui è dentro per rapina, lei, figlia di una diplomatica, è stata fermata all’aeroporto con chili di cocaina.
“Della sceneggiatura di Giancarlo De Cataldo e Roberto Iannone mi ha colpito la struttura a treccia, utile per raccontare solo il meglio di questi due giorni. De Cataldo ha attinto alla sua esperienza di magistrato a Civitavecchia, partendo da storie vere. I personaggi di questo film crudo sono mossi da un sentimento alto – l’amore per una donna, un figlio, gli amici – dal bisogno di un abbraccio caldo fuori dal freddo della galera”.
Stavolta si è ritagliato anche una parte d’attore.
“Quando ho letto il ruolo di quest’uomo che torna in famiglia, eroe solitario e sconfitto che si immola ho pensato a Lino Ventura e ho detto: “Lo faccio io””.
Com’è stato dirigersi?
“Difficile. Pensi: “Sarò capace di riconoscere i miei errori d’attore? Potrò fidarmi delle persone a cui chiedo “come sono andato?””
A chi l’ha chiesto?
“A Francesca Neri, che è stata sul set tutti i giorni in cui giravo io. E’ la mia coach. E al direttore della fotografia Maurizio Calvesi, all’aiuto regista Simone Spada”.
Luca Argentero si è trasformato fisicamente.
“Un grande lavoro: dieta, allenamento, costruzione emotiva. Era l’unico in grado di arrivarci. Lo so perché sul set con Risi, avevamo una scena di colluttazione e per la prima volta dal 1981 qualcuno è riuscito a farmi male. Di solito ero io a chiedere scusa ai colleghi, stavolta è venuto lui. Sono fiero anche dei ragazzi, Giacomo mi era piaciuto in Suburra, Valentina dice sempre le battute in un modo diverso da ciò che ti aspetti”.
Cinema di riferimento?
“Sono cresciuto con il cinema americano degli attori che doppiava papà, da Scorsese a Cimino. Amo anche i poliziotteschi italiani anni Settanta”.
Le piace raccontare personaggi di classi disagiate.
“Gran parte dei miei amici erano il figlio del portiere e quant’altro. Ero spesso a cena con le loro famiglie, capivo la differenza di come si metteva in tavola il cibo da me e in una casa in cui si lottava per arrivare a fine mese. Film come Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg robot mi hanno restituito fiducia nella possibilità di raccontare storie diverse”.
Ha spesso giocato a fare il coatto anche se veniva da una famiglia borghese.
“Era argomento di discussione divertente a casa mia. Un giorno mio padre mi disse: “La pianti di dire questa cosa del coatto che sei un ragazzo borghese con ottime frequentazioni?”. Ma io ho vissuto in strada da sempre. Ero un ragazzino libero in quella famiglia moderna, borghese, di sinistra”.
Cosa le piaceva della strada?
“La condivisione. L’Italia negli anni Settanta e Ottanta aveva i muretti, le piazze, i bar, il pallone per strada. I giochi erano biliardo, biliardino e carte. Alla fine della partita ti dicevi in faccia se avevi giocato male o no, ma ti trovavi solo davanti a uno schermo. Sarà un discorso da vecchio, ma è così”.
Cosa le ha regalato l’esperienza della regia?
“E’ più appagante della recitazione, specie se hai un ego importante come il mio. Ricordo una Domenica in con Pippo Baudo, io, diciottenne, ridevo, Massimo Bonetti e Barbara De Rossi tremavano”.
Lei quando ha tremato?
“Al primo ciak con Scola. Non sono neanche riuscito a dire la battuta. Apparivo in Capitan Fracassa con lo schioppo, sparavo e partiva il monologo. Me la facevo sotto, c’erano Massimo Troisi e Ornella Muti. Ho finto che il botto mi avesse assordato, Ettore gentile: “Sì Claudio, anche a me ha dato fastidio”. Ero emozionato perché era bellissimo stare al Teatro 5 di Cinecittà”.
Porte in faccia ne ha prese?
“Eccome. L’ho presa male solo quando Marco Risi, con cui avevo girato due film, mi disse dopo il provino per Il muro di gomma: “Sei stato strepitoso, ma non ti prendo”. Ho rosicato, anche perché c’era il caso Ustica e ideologicamente volevo farlo”.
Il più grande rimpianto?
Bagno turco, non ho capito che occasione poteva essere per me il ruolo che poi fu di Alessandro Gassman. Non mi sono fidato di me né di Ferzan che mi diceva: “E’ questa la scelta che devi fare, che ci vuole a infilare un altro coatto?””.
Perché ha detto no alla serie Suburra?
“Per girare in Armenia la commedia del mio aiuto regista Simone Spada. Poi ho un altro progetto e fare due serie significa non vivere più”.
Dopo I Cesaroni è diventato allergico alla serialità?
“Quando è finita ero contento, ma a quegli anni penso con un sorriso enorme”
Per quale film la fermano di più?
“Per I Cesaroni e, in assoluto, per Vacanze di Natale. Ma anche Amarsi un po’, tra i due film con Pretty Woman più passati in tv”.
Se dovesse mandare a Scorsese il ruolo di cui è più fiero?
“Manderei Domenica di Wilma Labate, anche perché l’ho girato in un momento emotivo speciale, nei primi anni con Francesca, era appena nato nostro figlio Rocco”.
Il suo amore per Roma l’ha resa negli anni termometro della situazione. Come siamo messi?
“Mi sono sempre roso, ora sono sfinito. Credo che Roma, al di là delle polemiche con i Cinque stelle e la Raggi – di cui comunque non sono simpatizzante – sia ingovernabile perché abitata in larga parte da gente che se ne frega degli altri. Il lavoro da fare è ricominciare a educare i nostri figli, io l’ho fatto con i miei. Al di là del voto, a Roma come nel resto del paese ci aspetta uno stallo enorme e terribile. Mi stupisco che non ci sia un movimento ecologista vero. Il mondo ci insegna che potrebbe essere una grande ripartenza, noi ridiamo della green economy”.
Una volta era comunista. Ora ecologista?
“Credo sia questo lo sviluppo di un pensiero di sinistra, l’unico modo di essere comunista oggi. Sono queste le battaglie da fare. Rimetterei l’articolo diciotto, ma vorrei poter licenziare in tronco chi firma il cartellino altrui o chi ruba le valige all’aeroporto”.
Il prossimo sogno?
“Un western. Bufalo Bill è venuto a fare il circo qua, ha incontrato i butteri sa? Ma chi me la fa fare la storia di Bufalo Bill e i butteri? Altrimenti un action, un poliziottesco con i soldi, sennò fai ridere”.
E’ nel documentario Pino Daniele. Il tempo resterà, in sala il 20, 21, 22 marzo.
“Francesca lo conosceva bene dal film con Troisi. Eravamo amici, ma io mi sentivo sempre fan, avrei voluto una foto con lui. Il film racconta Pino nel suo essere un musicista umano, del popolo. C’è uno momento in cui, durante uno dei suoi primi concerti al Nord, inizia a parlare in dialetto napoletano. Uno dal pubblico urla: “parla italiano” e lui “vabbuò non importa, l’importante è che saccio suonà”. Quello era Pino. In più gli riconosco una valenza da musicista unica. Per noi rocchettari e fan del blues è stato motivo di orgoglio: anche noi ne avevamo uno così”.

Arianna Finos, La Repubblica

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