Così nasce “Romulus” serie sull’origine di Roma

Dopo il successo de «Il primo re» ora la preistoria dell’Urbe tornerà a rivivere a puntate su Sky

Nei calderoni bollenti, che aggiungono ardore alla spianata senza ripari sulla Pontina, le tuniche di tela grezza diventano verdi, porpora, blu. Intanto, filano le macchine da cucire portatili: c’è da cucire il saio di Iemos, il cinto della Vestale, il cappuccio di Enitos e un calzare di cuoio abbisogna d’un giunto. Intorno a questo fermento, che sembrerebbe pizza&fichi, per dire alla romana qualcosa d’improvvisato e artigianale al limite del possibile, è organizzato il set di Romulus, nuova serie Sky di Matteo Rovere. Un regista pazzo, per la definizione ammirativa di Riccardo Tozzi, produttore di Cattleya coinvolto con Groenlandia nel finanziamento di tale impresa, ispirata a Il Primo Re, film di Rovere che, per la prima volta, ha parlato del mito di Roma. Della sua nascita brutale, del suo fango, del suo sangue fratricida. Non di sole commedie vive il cinema italiano. E siccome quel racconto ha avuto successo, in piena era sovranista, quando gli sradicati e gli offesi cercano la propria identità culturale, brancolando nell’épos, ecco la prosecuzione di quel discorso sul piccolo schermo e sulla rampa di lancio internazionale. Una vena che s’apre sull’ordinameno primitivo dei nostri progenitori: Mito, latinità, inizio del rito, desiderio, seme. Tensioni tra fratelli e cugini intorno ai luoghi del sacrificio, dove era stata costruita una città: Albalonga. E siamo qui,in un’Alba aggregata intorno alle capanne di fango e paglia, alle spalle di Cinecittà World, mentre attori ventenni o poco meno, gli stessi che avrebbero difficoltà a capire un testo (così le statistiche), parlano in protolatino: «Kwo éysi?», «Dove vai?» e «Tùtemet òinos règs», «Ci sarà un solo re», si sente dire tra i ragli d’asino. Il sorvegliante filologico della sceneggiatura è Valentino Nizzo, direttore del Museo Nazionale Etrusco di Roma: non compete soltanto a Mel Gibson l’uso delle lingue arcaiche. D’altronde, non esistono dischi, scherzavano i professori del nostro liceo, e il latine loqui è frutto d’una fantasia scatenata, ma suggestiva. Come efficace è la scelta di abbinare ogni cittadella primitiva a un colore: Alba è rossa, Velia è ocra e nera, Gabi ha i colori della terra, perché la abitavano i pastori. E pelli di cinghiale e altri animali sono stese sui pali conficcati nel suolo riarso: i Greci,più evoluti nel 753 a.C., quando Romulus inizia, definivano isola delle scimmie quell’aggregato di bruti seminomadi, che avrebbero fatto di Roma l’Urbe divina. Guardando i costumi della serie, 28 settimane di lavorazione e un cast con Andrea Arcangeli e Marianna Fontana (interprete di Indivisibili), Francesco Di Napoli e Ivana Lotito, oltre a un team di registi che si alternano Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale si avvicendano a Rovere -, viene in mente la contemporaneità lacerata della Roma odierna. La costumista della serie, Valentina Taviani, spiega la simbologia del sole con la svastica e lo sforzo creativo, tra bozzetti e documentazioni improbabili. «Per i costumi siamo partiti da una tomba etrusca, riproducendo quanto era lavorabile al telaio. Dal popolo di Albalonga è nata Roma, tra l’880 e il 900 a.C. e abbiamo avuto un fossile per guida: ossia una placca metallica che si metteva a ridosso del cuore», spiega la Taviani, aggirandosi tra i sandali del soldato Mezentius e le pelli conciate per il Principe di Corato. Intanto, dalla roulotte un artigiano ostende il busto prostetico di un primitivo, affogato nel fiume: roba che neanche a Hollywood. Peli, barba e grugno perfetti. La casa di Amulius, fratello di Numitur, è una capanna di argilla e paglia, però è dimora nobiliare. «Siamo al preludio della casa romana, col calidarium all’ingresso», dice lo scenografo Tonino Zera, lo stesso de Il Primo Re. Per Niels Hartmann, capo di Sky, «Sky è la casa del talento: mai fatta, prima, una cosa così!», riflette, fotografando ogni coccio, entusiasta come un turista tra i giocattoli dell’antica Roma. Quanto a Tozzi, patròn di Cattleya, «la serialità italiana desta interesse internazionale: soltanto noi italiani puntiamo sulla qualità della regìa, con immagini fuori dagli stereotipi». E il testo, questa volta, è al centro del potente racconto fra storia, leggenda e rivoluzione. «Qui si snoda il racconto diffuso e realistico della costruzione del potere: nel 753 a.C. tutto cambia e il mito della fondazione di Roma ci parla, tra il bosco e la città. C’è un gruppo di giovani, con un principe spodestato, che dovrà conquistare il suo trono», spiega Matteo Rovere. Al giovane e talentuoso regista chiediamo se, prima dei suoi film, ci fosse un tappo ideologico sul vaso di Pandora delle nostre origini giudaico-cristiane. Nessun approccio ideologico. Ho fatto studi classici e studiando l’Anabasi, avrei voluto vedere un film su quel soggetto».

Cinzia Romani, ilgiornale.it

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