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Il Report di Sigfrido Ranucci: “Non voglio liberarmi dall’ombra di Milena Gabanelli”

Il giornalista racconta a Fanpage.it la stagione di Report complessa e di successo che si è appena conclusa: “Abbiamo cambiato la narrazione dell’emergenza, evitando un racconto omologato e buonista”. Per niente sorpreso dalle polemiche del governatore Fontana per l’inchiesta sui camici venduti a Regione Lombardia, Sigfrido Ranucci non ha alcune intenzione di liberarsi dall’eredità della storica conduttrice di Report: “Sono solo il custode di un Dna, lei resta una figura importantissima”.

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L’anomalia del coronavirus ha condizionato ogni aspetto delle nostre vite quotidiane, compresa la televisione. Se molti programmi hanno dovuto soccombere agli effetti della pandemia, ce n’è uno che ha superato a pieni voti l’emergenza, forse subendo alcune mutazioni irreversibili. Report è stata una trasmissione Rai simbolo della pandemia, ne è convinto anche Sigfrido Ranucci, conduttore che dal 2017 ha preso il posto di Milena Gabanelli alla guida dello storico programma d’inchiesta Rai.

Questa stagione di Report non è stata come le altre, vi siete rapportati a una situazione di aggiornamento quotidiano.

Il cambiamento è stato proprio qui, noi siamo abituati a lavorare in profondità con temi che molto spesso non hanno un legame stretto con l’attualità. Questo è stato il forte cambio di paradigma.

Vi siete trasformati in una sorta di Tg settimanale.

Sì, ma mantenendo il nostro sguardo. Ha comportato un dispendio di forze psico fisiche enorme per la redazione e per gli inviati. Spesso abbiamo confezionato le puntate il venerdì e il sabato, giorni in cui solitamente è tutto già chiuso. Però credo sia stato importante aver mantenuto un format.

Questa virata necessaria verso l’attualità può cambiare l’identità di Report?

Nì. Abbiamo dimostrato di poterlo fare, però programmare una stagione così è praticamente impossibile. Oggi hai avuto il Covid che aveva infinite sfaccettature da approfondire ed ha fagocitato tutto il resto. Io credo che su una progressiva mutazione di Report negli anni abbia inciso anche il cambio di collocazione.

In che modo?

Lo spazio tradizionale della domenica, che per tanti anni ha avuto Milena Gabanelli, ci teneva per forza di cose lontani dall’attualità. Il passaggio al lunedì ha reso necessario stare più al passo con gli affari quotidiani.

Siete partiti il 30 marzo, la percezione è che Report sia stato tra quei programmi Tv che hanno contribuito ad avviare un processo critico verso la gestione dell’emergenza coronavirus.

Fino a quel momento aveva prevalso legittimamente un’idea buonista della situazione, in cui tutti dovevamo unirci e stare insieme. Report ha continuato a mantenere il suo sguardo, perché ne va della reputazione del programma. Degli errori nella gestione ci sono stati e crediamo che non capirlo ci faccia rischiare di ripetere gli stessi sbagli la prossima volta. 

Siete stati premiati anche dagli ascolti.

La prima puntata è andata oltre il 10%, così come l’ultima e credo che siamo diventati un faro in questa pandemia, con un format che è unico nel suo genere perché non ha persone in studio, non ha ospitato virologi e non ha partecipato a una narrazione omologata. Abbiamo deciso di esserci a modo nostro.

Il programma riprenderà regolarmente in autunno?

La rete ci ha chiesto uno sforzo ulteriore per un potenziamento del programma, quest’estate ci saranno repliche e alcuni Report Cult.

Picco assoluto della stagione è stata l’ultima puntata, preceduta da un treno di polemiche politiche per la vicenda dei camici legata al governatore Fontana, che non l’ha presa bene. Vi aspettavate questa reazione?

Non mi ha sorpreso. A sorprendermi è stata semmai l’interrogazione parlamentare della Lega dopo la puntata incentrata su De Luca. La Lega che difende De Luca è una cosa che potrebbe sollecitare letture politiche interessantissime.

Nel momento in cui tutto finisce nel frullatore della polemica politica, non si svilisce anche il lavoro giornalistico?

Io penso che in questo momento parlare di Report ti faccia finire subito sulle agenzie di stampa. Il programma è diventato sostanzialmente una vetrina, non credo ci siano altre spiegazioni. Il più delle volte le critiche, persino le interrogazioni parlamentari, appaiono come strumentali, non si sa a quale scopo, ma hanno risonanza proprio perché parlano di Report.

Tanto rumore per nulla.

Noi qui siamo con i palinsesti bloccati, 120 milioni di euro mancanti tra introiti pubblicitari e gettito del canone, tutto un apparato di smart working da mettere a fuoco. Ci sono problemi seri di cui la politica non si sta preoccupando, stiamo parlando dell’azienda culturale più importante del paese.

Quando succedono queste cose vi percepite tutelati dalla Rai?

Siamo abituati alle polemiche da 25 anni e ci sappiamo difendere da soli. Quello che posso dire con certezza è che io in Rai sono sempre stato libero e, cosa più importante, mi sono sentito libero, oltre che tutelato da un punto di vista legale. Questa è una cosa che non ha prezzo. Io credo che la maggior parte dei dipendenti Rai sia dalla nostra parte.

Il lavoro di inchiesta è forse il più complesso da rendere in televisione. Come si fa ad evitare che una specifica narrazione prevalga sulla cronaca dei fatti?

La tentazione di cadere in questa trappola c’è sempre. Da quando sono arrivato io ho provato ad aggiungere un pizzico di narrazione perché credo che alcune cose, a mio parere, potevano essere migliorate proprio nella chiave del racconto televisivo. Se non fai così è impossibile.

Le necessità televisive rischiano quindi di forzare i contenuti?

Spesso trattiamo argomenti che hanno il sex appeal di un manuale della caldaia, se non gli dai un appeal narrativo che renda digeribili questi argomenti è impossibile farli passare in televisione.

C’è un fronte di opinione diffuso che critica Report di essere trasmissione emblema della cosiddetta tecnica del giornalismo a tesi, ovvero inchieste che non nascono neutrali.

Una volta qualcuno ci accusò di fare un giornalismo a tesi, riconoscendoci però di farlo contro tutti. Io credo che un po’ come chi è sempre abituato a guardare in cagnesco la vita, Report si è caratterizzato negli anni per guardare sempre alle cose con il sopracciglio alzato. Essere ruvidi è la nostra abitudine.

Credi che Report abbia contribuito in parte a coltivare quell’indignazione che ha segnato un tempo ben preciso e caratterizzato la nascita del movimento più votato alle ultime politiche?

Siamo stati spesso abbinati al Movimento 5 Stelle, ma poi in me si sono aperti dei dubbi. Come mai, ad esempio, Milena Gabanelli è stata candidata alla presidenza della Repubblica dal Movimento, ma quando questo ha avuto potere nelle decisioni politiche, non l’ha messa nei ruoli apicali della Rai per farle fare il lavoro che sa fare? Non è che è stata utilizzata come icona per mandare un messaggio, ma poi dopo quando ci si siede dall’altra parte si finisce per adottare le stesse logiche di potere?

D’altronde se c’è una cosa che il Movimento sta soffrendo è proprio la contraddizione rispetto al purismo delle origini. 

Se fai il patto col diavolo, perdi. Se non altro in purezza.

Hai ereditato una delle conduzioni più pesanti che si potesse immaginare. È possibile che proprio questa stagione ti abbia liberato dall’ombra di Milena Gabanelli?

Non credo esistesse un programma più identificato nel proprio conduttore come Report e non so se questo passaggio sia avvenuto, ma è un problema che lascio agli altri. Personalmente dico che non vorrei essere liberato dall’ombra di Milena, io mi sento custode di un DNA, lei è per me una figura importantissima e voglio che continui ad essere così. Le sono profondamente grato per l’atto di fiducia nel lasciarmi quella che era una sua creatura, per tutti i consigli che mi ha dato.

Andrea Parrella, Fanpage.it

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