Come cambierà la radio nell’era Covidica. Parla il direttore di Radio Rai Roberto Sergio

Video Killed the Radio star dei Buggles, una celebre canzone simbolo degli anni’80 sosteneva che la tv avrebbe soverchiato la radio. Molte stazioni radiofoniche, dopo il successo del brano, temettero realmente che questa profezia si avverasse ma non è stato così. La radio è viva e gode di ottima salute, dimostrando, anche nell’era della pandemia da Covid-19, di avere 7 vite come i gatti. Ne abbiamo parlato con Roberto Sergio, da tre anni e mezzo direttore di Radio Rai.

Direttore stiamo attraversando una fase storica, si può dire, con le dovute accortezze che la radio abbia ricoperto di nuovo un ruolo fondamentale come lo fu Radio Londra durante la guerra?

La radio riesce a essere in onda anche nelle condizioni più estreme. La filiera produttiva è molto corta e oggi che è tutto lo è ancora di più. Di fatto a un giornalista basta uno zainetto, come quelli che abbiamo realizzato per i nostri colleghi dei Gr, e può andare in onda in diretta da qualsiasi parte del mondo con la stessa qualità che avrebbe in studio. Questo fa sì che la radio, davvero, non si ferma mai. Riesce a essere tempestiva, e a portare informazione in tempo reale e per questo, nelle emergenze diventa un porto sicuro in cui fermarsi. Nei primi giorni dell’emergenza, gli ascolti delle radio prevalentemente informative sono aumentati tantissimo. Adesso si è ristabilito un certo equilibrio con tanta richiesta di intrattenimento e svago.

Come cambierà la radio nell’era già ribattezzata “covidico”?

Cambierà del tutto e non cambierà per nulla allo stesso tempo. Mi spiego. Cambiano alcuni aspetti tecnici. Oggi , grazie alla straordinaria digitalizzazione di Rai Radio degli ultimi due anni, facciamo interi programmi con conduttori e registi in smart working, utilizzando in alcuni casi addirittura i servizi di messaggistica audio per inviare gli speech da smartphone. Quindi, semplificazione, snellimento dei flussi, massima flessibilità. Ma tutto ciò, di fatto, è il dna stesso della radio. Quindi nella realtà il Covid 19 ha rappresentato un acceleratore di alcune tendenze in atto, magari uno stimolo a un cambio di passo per alcune aree produttive che erano rimaste più indietro nel percorso di digitalizzazione. Ma la natura della radio non è cambiata e non cambierà. Una amica fedele che porta informazione, musica, intrattenimento. E noi in Rai eravamo già pronti.

La Rai in TV è stata molto reattiva facendo il pieno di ascolti. Anche Rai Radio ha reagito così prontamente?

Assolutamente sì. Dall’8 marzo la stragrande maggioranza dei colleghi erano già in smart working, con tutte le piattaforme software attivate e operative a distanza. Dalla stessa data e dai giorni immediatamente successivi, i palinsesti sono stati modificati per rispondere alle diverse esigenze di ascolto. Non mi riferisco solo ai contenuti, di cui abbiamo in parte già detto, ma anche alle abitudini di ascolto. Un esempio per tutti. Il cosiddetto drive time, ovvero il picco di ascolto mattutino e pomeridiano coincidente con l’ascolto nel tragitto casa-lavoro-casa, è stato quasi annullato. L’ascolto si è distribuito durante il giorno spostandosi anche nelle fasce prima meno frequentate come ad esempio quella della tarda mattinata. Evidenze che abbiamo analizzato e utilizzato per riadattare i palinsesti.

Quali differenze ci sono tra i contenuti di prima e quelli che la gente chiede ora?

Oggi le persone chiedono leggerezza intelligente. Hanno bisogno di svago, di sorridere, di pensare positivo. La grande fame di informazione che c’è stata all’inizio, come detto, è un po’ scemata e dalle radio in questi ultimi giorni gli ascoltatori si aspettano voci amiche per guardare con fiducia al domani. Il che non significa umorismo di basso profilo, che anzi viene rifiutato. Leggerezza intelligente. La radio può spaziare in qualsiasi argomento, ma la musica resta la colonna portante. Eventi, concerti live creano un indotto proprio come accade nello sport. Il settore musicale e dello spettacolo è uno di quelli che maggiormente sta soffrendo la crisi del lockdown. Anche perché è probabilmente quello su cui ci sono meno certezze per una ripresa. Oggi i tempi e le modalità per tornare ad avere stadi e teatri pieni di pubblico per un concerto sono totalmente oscuri. Credo che sia necessario proprio per questo fare qualcosa e dare dei segnali. Noi, in collaborazione con Siae, stiamo mettendo in piedi una serie di eventi da realizzare nella nostra sede di Via Asiago,  con cantanti, musicisti, attori. Il tutto sarà fisico, ovviamente nel rispetto delle norme sul distanziamento, e virtuale, mandando in onda gli spettacoli su Rai Play Radio e su Rai Play, oltre che in radio. Dobbiamo ripartire, anche in questo settore. Credo che siano necessari degli interventi come questo per dare speranza e vitalità a tutto il settore.

Fase 2, distanziamento sociale, mascherine, ecc. Come vi siete organizzati?

Attenendoci in modo molto rigido alle indicazioni. Rai ha deciso di prolungare ancora lo smart working e di continuare nella politica della riduzione massima del personale nelle sedi. Chi oggi lavora negli uffici Rai Radio è controllato all’accesso, riceve in dotazione i dispositivi di protezione e deve seguire molto attentamente le norme sul distanziamento. Sono vietate le riunione in presenza, sostituite da quelle con le piattaforme digitali. Gli studi sono sanificati e utilizzati in modo da rispettare le distanze. Credo che da questo punto di vista Rai si stia dimostrando un’azienda modello

La radio, non avendo pubblico in studio, sarà meno penalizzata della TV?

Sì, come dicevo, per la radio essere in onda in modo quasi normale non è stato un problema. Anche noi abbiamo i nostri programmi con il pubblico, ma a differenza della tv, la differenza è meno evidente

Il successo di Viva Rai play con Fiorello dice che bisogna puntare sul multipiattaforma?

Non c’è alcun dubbio. Tutti noi viviamo su più piattaforme, non si capisce perché i mezzi di comunicazione debbano avere confini e sbarramenti che in natura non esistono. Rai Radio oggi è multipiattaforma per definizione. Ogni volta che dobbiamo dire dove si ascoltano i nostri canali facciamo un lungo elenco: Fm, radio digitale Dab+ con forti investimenti messi in campo dall’azienda per i prossimi anni, al fine di arrivare ad una copertura nazionale indoor e outdoor, web e app Rai Play Radio, televisori digitali terrestri e satellitari. E poi gli aggregatori, i software che offrono lo streaming di tutte le radio del mondo. E ricordo qui che solo pochi giorni fa, in pieno lockdown, è stata lanciata Radio Player Italia, la app che aggrega le radio, nata dalla volontà di tutti gli editori radio italiani. Quindi multipiattaforma per definizione ma anche per vocazione, con contenuti che non sono solo audio. Abbiamo già tantissimi contenuti in visual radio e da settembre tutta Radio 2 sarà in visual radio su Rai Play.  Concludo ricordando che con Fiorello, che lei citava, abbiamo prodotto tutto il programma Viva Rai Play proprio nella storica sede radio di Via Asiago, ora all’avanguardia in Italia per tecnologie digitali. Credo che questa sia la testimonianza più grande della vocazione multipiattaforma della radio di oggi ed in particolare di Rai Radio.

Un volto televisivo che sogna di portare in radio e in programma televisivo che secondo lei funzionerebbe anche in radio

Qui mi fa confessare un vecchio sogno: riportare Renzo Arbore ai microfoni Rai Radio. Un personaggio straordinario che nasce in radio e alla radio è ancora oggi molto legato. E’ un amico, collabora spesso con noi per progetti specifici ed è, come potrete immaginare, un consigliere preziosissimo che ascolto sempre con enorme piacere e attenzione. Ma resiste alle mie pressioni di tornare dietro al microfono. Non so se ci riuscirò mai, ma sognare non costa nulla. E poi sempre pronto a riavere a via asiago, quando vuole e come vuole l’amico Rosario. Magari entrambi, insieme?

Lei è tifoso romanista, favorevole alla ripresa del campionato? Magari può essere un’occasione per la radio: trovare una formula che regali di nuovo la magia delle partite “viste” attraverso gli occhi e la voce di grandi commentatori

Lo sport alla radio ha sempre funzionato. Sembra strano, ma oggi che abbiamo a disposizione le partite in 4k e con decine di telecamere, uno dei contenuti più ascoltati in radio resta lo sport e le radiocronache delle partite. Evidentemente piace “vedere” il calcio alla radio. E poi ovviamente ci sono le tante occasioni in cui la radio è l’unico mezzo per seguire il calcio, ad esempio quando si guida. In Rai Radio abbiamo la storia della radiocronaca sportiva con voci che sono rimaste nel cuore degli ascoltatori. E’ davvero una magia che per fortuna non sembra avere flessioni. Tanto che Radio 1 ha recentemente lanciato una radio digitale chiamata Radio 1 Sport che ci sta dando ottime soddisfazioni. Da tifosissimo, il calcio mi manca ma, credo, e mi sono confrontato a lungo anche con l’amico Prof. Gianni Rezza direttore del Dipartimento Malattie Infettive, che i tempi non siano maturi, che il campionato in corso sia da sospendere definitivamente con la speranza che a settembre si possa riprendere in sicurezza. Purtroppo gli ultimi casi di giocatori positivi al Covid 19 della scorsa settimana non fa che confermare la tesi.

La radio, data per finita con l’avvento del web, è stata capace di reinventarsi. Ecco, per non farsi cogliere impreparati, Radio Rai cosa ha studiato?

Chi l’ha data per finita sbaglia. Tutti i mezzi di comunicazione si trasformano e si reinventano continuamente. Anche la radio e Rai Radio lo fanno ogni giorno. Abbiamo lanciato 7 radio specializzate digitali che stanno andando molto bene. Una dedicata alla musica italiana, una alla musica indipendente, una alla musica classica, una già citata allo sport, un’altra agli eventi e al racconto dell’Italia e una alla radio del passato. Infine, una radio completamente nuova tutta a misura di bambino. Questo per me è reinventarsi senza tradire il proprio dna. E ancora: i podcast. Le tendenze mondiali sono chiare ed evidenti. L’ascolto on demand è una leva strategica per le radio di oggi e di domani. Bisogna andare in quella direzione. Altro tema: gli smart speaker. Chi avrebbe mai pensato solo cinque anni fa che oggi avremmo chiesto a Google home o ad Alexa di farci sentire le notizie alla radio? Anche in questo caso, bisogna esserci. La ricetta è questa: essere presenti su tutti i device e le piattaforme che ci portano agli ascoltatori. Non è facile. Anni fa bastava presidiare l’Fm; oggi non basta più. E allora sì, bisogna reinventarsi ma cercando sempre di avere chiaro l’obiettivo: rispondere ai bisogni di ascolto delle persone. Rai Radio è già nel futuro.

Marcello Grimaldi, Iltempo.it

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