Fahrenheit 451 e il futuro distopico

Naderi-Bahrani firmano adattamento romanzo cult Bradbury per Hbo

CANNES – Era il 1953 quando la rivista Playboy” pubblicò a puntate la versione definitiva del romanzo di Ray Bradbury “Fahrenheit 451” ambientato una decina d’anni dopo in un mondo dominato da un potere oppressivo che combatte con ogni mezzo la cultura, individuando nei libri il nemico più pericoloso, l’unico strumento che un’umanità oppressa ha per prendere coscienza di sé e trovare il coraggio di opporsi. L’impronta evidente è quella di Orwell col suo “1984“, ma Bradbury si rivelava già allora come un gigante della fantascienza e la sua scelta di mettere al centro della storia un pompiere chiamato a incendiare le biblioteche e le case di chi conserva illegalmente i libri che incontra sul suo cammino si rivelò fin da subito originale e potente, perché affidava al personaggio la catarsi tra il dovere e la libera scelta.Oltre alle influenze letterarie (Aldous Huxley e George Orwell) fu l’immagine dei nazisti che bruciavano i libri alla nascita della dittatura in Germania a spingere Bradbury a immaginare quello che oggi viene considerato uno dei capisaldi della “science fiction distopica“, ramo del genere con forti implicazioni sociologiche che immagina un futuro dominato dall’assolutismo e dal vuoto della democrazia. Il titolo, come ben si sa, viene dalla temperatura alla quale brucia la carta. Una decina d’anni dopo, nel 1966, Francois Truffaut mise in immagini questa saga della libertà, mettendo l’accento sulla scoperta di un mondo della mente da parte del pompiere Guy Montag (che non ne aveva mai aperto uno finché non incontra un’anziana donna disposta a sacrificare tutto pur di difendere il bene supremo della cultura) e sulla comunità di “custodi dei libri” che si è rifugiata lontano dalla città e manda a memoria le storie immortali della cultura pur di tramandarle ai posteri. Il film rimane tra i capolavori di Truffaut e fino ad oggi nessuno aveva osato scalfire quel doppio monumento. Ci si sono messi, non per caso, due iraniani esuli: Amir Naderi che alterna l’attività di regista (di recente anche in Italia) a quella di sceneggiatore/filosofo e Ramin Bahrani, nato negli Stati Uniti da genitori persiani, rivelatosi a Venezia nel 2005 con “Man Push Cart” (Giornate degli Autori) e poi in concorso sulla laguna nel 2012 dopo una lunga stagione di festival e premi. Il loro FAHRENHEIT 451 (sceneggiato in coppia e diretto da Bahrani) è rigorosamente fedele allo svolgimento del romanzo e questo forse penalizza il risultato finale, perché la profezia di Bradbury è ormai un passato quasi remoto e le scelte della regia non riescono a proiettarlo più avanti nel tempo.Preparato nel corso di due anni, prodotto per la tv da HBO, impreziosito da una star come Michael B. Jordan (“Black Panther“) gioca molto sull’ambiguità del superiore del protagonista, il comandante dei pompieri Beatty (Michael Shannon), che manipola Clarisse, la donna di cui il pompiere ribelle Montag si fida e a cui ha affidato la sua intenzione di salvare i libri anziché bruciarli. Arrivato a pochi mesi dal molto lodato “The Handmaid’s Tale” dal romanzo di Margaret Atwood, il nuovo FAHRENHEIT 451 cavalca comunque egregiamente la moda del racconto distopico e segna un fenomeno emblematico di questo tempo: il futuro che immaginiamo è sempre più vicino e assomiglia sinistramente al presente. Se si confronta il cupo futuro orwelliano di Bradbury con l’ambiguo ma luminoso universo di “2001 Odissea nello spazio” (dal romanzo di Arthur C. Clarke) si ha la netta misura di quanto possa la narrativa fantascientifica nell’abbracciare le nostre paure e illusioni per ciò che sarà dopo.

Ansa

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