L’arte della ribellione

Banksy è fuori di dubbio il più conosciuto street artist del momento. Il docufilm ne ripercorre l’ascesa, partendo dal contesto sociale e culturale in cui è cresciuto

Dopo “Exit through the gift shop”, diretto dallo stesso Banksy, ma escamotage per occuparsi del provocatore Mr. Brainwash e delle sue dubbie opere, il graffitista è ritornato al cinema (e ai canali digitali), con un film diretto da Elio España. La riprova che su questa figura, ormai non più così misteriosa, c’è sempre qualcosa da raccontare.

Il documentario si apre con una serie di eventi che lo hanno suggellato come artista imprevedibile e provocatorio. Ottobre 2018, presentazione di “Girl with a balloon” da Sotheby’s, l’opera è valutata 860mila dollari. Inaspettatamente Banksy o chi per lui aziona un dispositivo nascosto che la distrugge per metà in pochi secondi. Quindici anni prima, alla Tate Britain aveva posizionato, in maniera furtiva, delle sue opere tra quadri di Bacon e Blake. Diciotto mesi dopo, replica al Museo di Storia Naturale, al Louvre e al MoMA di New York, dove finte opere sono collocate tra un Monet e un Picasso. Le motivazioni che lo spingono ad atti così bizzarri sono da ricercare nel senso di insofferenza che prova nei confronti dei sistemi di diffusione e di produzione usuali, quale fiero detrattore della mercificazione dell’arte e del feticismo collezionistico.

Banksy si suppone sia nato a Bristol negli anni ’70, dove emerge inizialmente come graffitista, da questa forma di voce delle persone inascoltate. Negli anni ’80, è un ragazzino in cerca della sua strada. Il contesto storico di quegli anni non è dei migliori: nel Regno Unito dilagano disordini civili e agitazione economica a causa del governo conservatore di Margaret Thatcher che ha sradicato il vecchio contratto sociale e lanciato la rivoluzione capitalista. Il denaro diviene il fulcro della società, diffondendo un senso di desolazione e insoddisfazione che colpisce principalmente i giovani. Bristol non rimane a guardare e si ribella: alla politica della Thatcher contrappone culture alternative adottando la hip hop di New York e iniziano a formarsi i primi collettivi, come i “The Wild Bunch” di Robert Del Naja, aka “3D”, writer e poi leader dei Massive Attack. È in questo clima che avviene la formazione di Banksy.

La povertà continua a dilagare e il centro giovanile di Burton Hill diviene un luogo di rifugio per tutti i ragazzi senza futuro. Il centro si trasforma nel quartier generale dei graffiti di Bristol, dove si può, in totale sicurezza, dare libero sfogo alla propria arte. Anche Banksy ne è un assiduo frequentatore e cerca di apprendere il più possibile. Il graffito diviene la forma d’arte più in voga degli anni ’80 e la sua diffusione a larga scala provoca l’intervento repressivo delle autorità locali: la cosiddetta “Operazione Anderson”, la più grande azione anti-graffiti della storia, costrinse ben 72 artisti di strada, accusati di vandalismo, ad appendere la bomboletta al chiodo.

La svolta decisiva negli anni ’90: l’arrivo, da Chicago, della musica house, i rave clandestini, la vicinanza di Banksy alla comunità gipsy, l’influenza di Blek le rat, i linguaggi di artisti come Basquiat e Haring agiscono da carica per la sua arte politicizzata, con la creazione di un vero proprio movimento rivoluzionario ispirato da temi quali la povertà, la lotta continua al consumismo, all’inquinamento, al maltrattamento degli animali, allo sfruttamento minorile e alle atrocità della guerra.

Banksy riesce a differenziarsi e ad affermarsi in una realtà sopraffatta da stereotipi e canoni di ogni tipo. Ha tanto da dire e le strade iniziano a popolarsi di bambini, animali, topi impegnati, scimmie intelligenti, poliziotti in conflitto tra cuore e ruolo sociale. Si trasforma da writer ad artista concettuale, per il quale la scelta del posto diventa determinante. Da ogni angolo della città sbucano graffiti di denuncia politica e sociale. Nasce lo street artist e finalmente anche Banksy riesce a trovare una sua collocazione diversa da tutti gli altri. Non accetta di esporre le sue opere in lussuose gallerie perché ritiene che si possa fare arte in qualsiasi posto, lontano dallo sfarzo di una società fortemente capitalista.

Nel 2003, allestisce in un angusto magazzino londinese la sua prima grande mostra, “Turf War”. Una performance di animali vivi dipinti, con le celebrità che sgomitano per assistervi. Infatti le sue non sono semplici mostre, ma vere e proprie esperienze che coinvolgono appieno il visitatore. Il profilo da attivista sociale, il graffitismo e lo stencil si combinano in un’unica persona dando vita ad un “terrorista” dell’arte dall’elevato spessore. Nonostante ciò, l’attività “illegale” continua attraverso la sperimentazione di nuove forme di arte urbana. Cerca di sfruttare la strada nel miglior modo possibile.

Le gallerie, le mostre e i musei tendono ad intimidire la gente, Banksy, invece, è di facile comprensione e porta tutti a sentirsene parte. Un anticonformista e outsider che sostiene la bellezza, la forza e l’individualità delle persone normali, in contrapposizione al controllo e all’oppressione dei sistemi istituzionali. La sua forma d’arte e i messaggi che ne derivano sono la voce dei reietti, delle persone che vivono rintanati come i suoi stessi topi.

In Cisgiordania, Banksy interviene con un totale di nove opere sul muro che separa i territori palestinesi da Israele. I soggetti effigiati sono principalmente bambini che tentano di aggirare la barriera aggrappati ai palloncini, o tentano di forarla con paletta e secchiello; se falliscono, si limitano a guardare i paradisi terrestri presenti al di là del muro attraverso degli squarci resi con la tecnica del trompe-l’oeil. Nonostante la guerra e le macerie, i bambini riescono a conservare quel tratto di innocenza e purezza che contraddistingue la loro età. I dipinti sulla barriera israeliana valgono a Banksy un seguito globale che lo conduce alla sua prima importante mostra fuori dall’Inghilterra, “Barely Legal”. Anche in questa occasione sceglie un’area degradata nella periferia di Los Angeles.

Il suo profilo stravolge il mondo dell’arte. Tutti lo vogliono e sempre di più fugge via e sbeffeggia il mondo intero, vendendo la propria produzione, per soli 60 dollari, su una bancarella a Manhattan, con un costante disprezzo per il successo e il denaro che ne deriva. E’ un artista che continua, nonostante la spropositata notorietà, a rimanere fuori dal sistema, che dimostra con i fatti di non aver bisogno del mondo mercantile dell’arte. Anzi, ne ha creato uno a propria immagine e totalmente indipendente.

Genialità o assoluta presunzione? Comunque di casa nel mondo artistico. Lasciamo a voi stabilirlo, anche vedendo “L’arte della ribellione“. Una cosa è certa: senza il suo intervento, la Street Art sarebbe rimasta confinata nell’angolo più buio di tutto il panorama artistico, praticamente equiparata allo scarabocchio sul muro. Banksy si è affermato come artista a tutto tondo e senza compromessi, nemmeno con sé stesso.

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