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Donald Sutherland racconta la sua carriera e la sua esperienza con Paolo Virzì

On the road in “Ella & John” di Paolo Virzì: “Mai divertito a fare film, tranne stavolta”

Donald Sutherland

A Donald Sutherland non piace riguardarsi, la trova un’attività poco interessante. Qualche mese fa durante un’intervista per la Cnn, è stato costretto a farlo, a rivedersi una scena di A Venezia… un dicembre rosso shocking, thriller del 1973 diventato nel frattempo un culto del genere. «La scena era quella in cui il mio personaggio trova il corpo della figlia morta in un lago – racconta seduto sul divano di una suite newyorchese, dopo essersi presentato in italiano -. Non ho potuto trattenere l’emozione. Non mi ero reso conto di quanto quel personaggio vivesse ancora così tanto dentro di me».

Con 120 film in curriculum e una vita passata a recitare, Sutherland è molto più che un monumento vivente che potrebbe vivere di rendita. Paolo Virzì, che l’ha diretto in Ella & John, di lui dice: «Arriva sul set preparatissimo e rimane sempre in parte, come da dettami dell’Actor Studios. Sul set è stato John tutto il tempo». Presentato a Venezia lo scorso settembre, Ella & John – il primo film di Virzì in lingua inglese – arriva nei cinema il 18 gennaio e racconta di un viaggio on the road dalla Pennsylvania alla Florida di una coppia di colti coniugi anziani, entrambi malati ma ancora molto energici. Una commedia sulla fuga, sulla liberà, con tocchi malinconici, come nella tradizione di Virzì che per i due protagonisti aveva da subito pensato a lui e Helen Mirren. «Ho sparato alto, pensando che tanto non si sarebbe fatto nulla. Quando hanno accettato, a quel punto ho dovuto davvero fare il film».

Ben lontano dall’idea della pensione, Sutherland a 82 anni è più impegnato che mai. Dopo Ella & John lo vedremo infatti nei panni del miliardario Paul Getty in Trust, serie televisiva diretta da Danny Boyle e prodotta da FX che in Italia verrà trasmessa da Sky Atlantic.

Che tipo è John, il suo personaggio?  

«È un uomo buono, uno dei migliori che abbia mai interpretato. Un professore completamente innamorato della moglie. Mi è piaciuto vestire i suoi panni e ora quasi un po’ mi manca».

Si diverte ancora sul set?  

«In genere non mi diverto mai a fare film. Ma questo film è stato un progetto appassionante. Ho adorato passare del tempo con Ella. È stato tutto incantevole e anche una scoperta di parti di me stesso che non conoscevo, e ammetto che non è stato facile, perché il tema della morte mi riguarda molto da vicino vista l’età, ma è stato appagante».

Nella sua carriera ha interpretato più uomini buoni o mascalzoni?  

«Direi i secondi. Attila, ad esempio, il personaggio che interpreto in Novecento di Bernardo Bertolucci non aveva molti aspetti positivi».

Pensa che il suo aspetto fisico abbia influito sui ruoli che le venivano offerti?  

«A sedici anni andai da mia madre, donna onesta al limite della brutalità. “Mamma, secondo te sono attraente?”. Lei mi guardò quasi con le lacrime agli occhi, come se riuscisse a trattenere la scomoda verità: “Donald, la tua faccia ha personalità”. Io volevo già fare l’attore e quella era l’ultima cosa al mondo che volevo sentirmi dire. Nel 1962 dopo aver lavorato in teatro per otto anni, feci la mia prima audizione per un film. Andò bene, o almeno così mi sembrava. Il giorno dopo ricevetti la telefonata dal regista e dal produttore che volevano spiegarmi perché non potevano darmi la parte: “Quello che hai fatto ieri è stato fantastico, ma per noi il personaggio è un tipo comune, il classico ragazzo della porta accanto e tu hai la faccia di uno che non è mai vissuto vicino a nessuno».

Eppure è diventato un’icona.  

«Fellini una volta mi disse di avermi voluto come Casanova perché avevo gli occhi di uno che si masturbava».

Lei ha lavorato con grandi registi. Quanto l’hanno influenzata? Quanto c’è di loro nei personaggi che ha interpretato?  

«Poco. A percentuale sarei tentato di dire che il 99.9 è roba mia, il resto è del regista. Io al personaggio do molto, mi preparo per mesi, porto idee. Poche volte mi è capitato che a un regista non piacesse quello che proponevo. Con Bertolucci ad esempio accadde».

Racconti.  

«Su Attila avevamo visioni diverse. Arrivai sul set con un libro del filosofo Wilhelm Reich, La psicologia di massa del fascismo. Volevo interpretarlo in modo che lo spettatore potesse riconoscere parti di sé in lui, pensare: “Potrei essere io”. Bernardo non era d’accordo. “No, no, no Donald. Attila è un mostro”. Per il primo mese ho ripetuto tutte le scene almeno due volte: una volta come voleva lui, l’altra come volevo io. Poi ho ceduto. A distanza di tempo posso dirlo: aveva ragione. Ricordo che alla prima una sua amica venne da me con le lacrime agli occhi: “Mio padre era fascista, ed era esattamente così”. Eppure io provo ancora affetto per Attila».

E pensare che i più giovani la conoscono solo grazie al personaggio di Coriolanus Snow di «Hunger Games».  

«Pensi che neanche mi avevano offerto la parte. Lessi il copione per caso. Mi piacque così tanto che mandai cinque pagine di commenti sul personaggio che tra l’altro all’epoca aveva praticamente solo una battuta. Per interpretarlo mi sono ispirato a uomini reali: uno è il Presidente siriano Assad».

Lei non è stato mai candidato all’Oscar. Lo scorso novembre l’Academy Award glie ne ha finalmente attribuito uno alla carriera. Le ha fatto piacere?  

«Certo, significa molto per me. La cosa che mi ha fatto davvero felice sono state le parole che l’Academy ha fatto incidere sulla mia statuetta: A Donald Sutherland per una vita di personaggi indimenticabili ritratti con profonda verità. Sa cosa ho detto a mia moglie? Che voglio queste stesse parole sulla mia tomba».

Simona Siri, La Stampa

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