50 anni de Gli Aristogatti e ancora non ci siamo stancati di “voler fare il jazz”

“Gli Aristogatti” compiono cinquant’anni e, sebbene sia passato il tempo, non c’è film della Disney che riscuota così tanto successo ancora oggi. Ci siamo innamorati della musica, del jazz, della sfacciataggine di Romeo che nella versione originale non era certo romano, e abbiamo imparato tramite questi gattini aristocratici che la vera ricchezza sta nell’animo e non nel denaro. Ed è così che, dopo mezzo secolo, siamo ancora qui a muoverci a ritmo delle coinvolgenti note di Roberto de Leonardis, perché tutti noi vorremmo sempre e per sempre continuare a “fare il jazz” insieme a loro.

Dopo il successo de La carica dei 101, arrivato nelle sale qualche anno prima e ambientato a Londra, i “Nine Old Man“, i disegnatori storici della casa di produzione che misero mano al progetto con protagonisti un manipolo di gatti, hanno ben pensato di scegliere nuovamente l’Europa come ambientazione dello script. Ed ecco, quindi, che ci troviamo in una lussureggiante Parigi in cui aleggia quel velo di altezzosità con cui spesso sono descritti i francesi,

e dove gli strascichi della vita degli artisti bohemien rivivono nelle soffitte e nei sobborghi del centro cittadino. Qui, si sviluppa la storia di Minou, Matisse, Bizet e la loro bellissima ed elegantissima mamma, Duchessa, che vivono nell’agio nella sontuosa villa di Madame Adelaide Bonfamille, un’anziana cantante lirica che ormai dedica tutta sé stessa alla cura dei suoi amatissimi gatti, ai quali è disposta a lasciare tutto il suo patrimonio.

L’avarizia del maggiordomo Edgard è la molla che fa scattare tutta la storia: con l’intento di accaparrarsi l’eredità della padrona di casa che gli sarebbe spettata solo dopo la morte dei gatti, decide di liberarsi dei suoi amati amici a quattro zampe e ordisce un piano malefico. Affinché i micetti possano sparire dalla circolazione li avvelena con una gustosissima “crema alla Edgard” allungata con del sonnifero. Ed è così che i gattini, viziati dalle continue attenzioni della loro mamma dalle sembianze umane, si trovano a doversi difendere dalle angherie del mondo reale, abbandonati nella campagna francese. E qui, la storia procede come ben sappiamo, con l’arrivo di Romeo, che conquistando la fiducia e il cuore di Duchessa, riuscirà a portare in salvo gli Aristogatti che, poi, diventeranno la sua nuova famiglia.

La grandezza di questo film, nonché il motivo per cui è diventato un cult, risiede in diversi fattori e anche curiosità. La musica è l’elemento centrale del racconto, lo vediamo con i gattini che suonano i loro strumenti, dal pianoforte all’arpa, lo vediamo con la band dei randagi che con le loro note attirano anche le orecchie più raffinate perché, in fondo “Tutti quanti voglion fare il jazz”. E poi, qui in Italia, il rosso e irlandese Thomas O’Malley, diventa un mascalzone romanaccio che canta “So Romeo er mejo del Colosseo” con la voce di Renzo Montagnani e gli arrangiamenti musicali di Roberto de Leonardis. Per non parlare, poi, dei personaggi secondari ormai insediati nel nostro immaginario come le oche Guendalina e Adelina, con il loro Zio Reginaldo, o anche lo strampalato avvocato Georges Hautecourt, una macchietta esilarante nella sua eleganza.

Col passar del tempo Gli Aristogatti sono diventati un classico natalizio, grandi e piccini lo guardano da più di mezzo secolo con piacere e forse, perché, nonostante qualcuno potrebbe storcere il naso davanti alle caratterizzazioni degli animali protagonisti, come i gatti jazzisti dalla fisionomia alterata per individuarne la provenienza; la storia di questi gattini ci insegna che, invece, non c’è differenza che tenga con un cuore colmo di amore e bontà. La vera ricchezza è nello spirito e se sono gli Aristogatti a dovercelo ricordare, vorrà dire che abbiamo ancora bisogno, anche passati 50 anni, di continuare a vivere a ritmo di quel jazz così inclusivo e coinvolgente.

Ilaria Costabile, Cinema.fanpage.it

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