Alta Moda, Dolce&Gabbana e il successo nell’avere un’unica visione

Prima l’Alta Gioielleria tra gli ulivi secolari della fortezza Pettolecchia, poi l’Alta Moda ad Alberobello e infine l’Alta Sartoria nella città bianca di Ostuni. Il gran Tour di Dolce&Gabbana ha fatto tappa nella Valle d’Itria per raccontare, ancora una volta, la bellezza del nostro Paese.

Perché la Puglia?

Stefano Gabbana: Dopo tanti anni di corteggiamento, abbiamo scelto la Puglia, ma anche la Puglia ci ha scelto. Ci ha accolto a braccia aperte. Il Presidente della Regione Michele Emiliano è stata una persona grandiosa nei nostri confronti. Abbiamo deciso di portare la nostra Alta Moda in Puglia perché volevamo ispirarci a una parte d’Italia diversa da tutte le altre. In Italia siamo fortunati, siamo pieni di ricchezze, di bellezze e la Puglia non l’avevamo mai toccata, non avevamo mai toccato i trulli, mai Ostuni, la famosa città bianca. Ci sono tantissime cose da vedere in Puglia.

Parlando della collezione di Alta Moda che ha sfilato tra le viuzze di Alberobello, si può dire che il filo conduttore sia l’autenticità?

Domenico Dolce: Assolutamente sì! Quando abbiamo deciso che avremmo sfilato in Puglia abbiamo iniziato a esplorarla, e il luogo che ci ha forse più emozionato è stato Alberobello. Un borgo così autentico, così bello, così unico al mondo, con una storia incredibile dagli antichi romani fino a oggi, e che è rimasto ancora piccolo e semplice, un gioiello insomma. Abbiamo capito quanto c’è di autentico e di vero in questo villaggio e quando qualcosa è vera, allora dura nel tempo, perché la falsità dopo un po’ sbiadisce, si annacqua. Questa sua autenticità ci ha influenzato moltissimo e anche noi siamo andati alla ricerca di noi stessi allo scopo di creare abiti autentici, veri. Sono abiti che all’apparenza possono sembrare semplici, ma in realtà sono estremamente complessi. Ci sono lavorazioni che si ispirano a quell’artigianalità che è tipica di questo posto, come per esempio vestiti che ricordano le ceste di vimini ma che in realtà sono fatti da seta, duchesse e mikado intrecciati; o i cappelli come i trulli di Alberobello.

Per Dolce&Gabbana l’Alta Moda è il ‘fatto a mano’?

Stefano Gabbana: Assolutamente! Per noi il ‘fatto a mano’ è una fissazione. Abbiamo sempre avuto sarte e sartorie. Abbiamo sempre lavorato con artigiani, fin dalle prime collezioni. Per noi il ‘fatto a mano ‘ è una cosa importantissima, è una cosa tipica della tradizione italiana. L’Italia è fatta a mano!

Questa collezione di Alta Moda è anche un tributo alla donna, alla donna in quanto madre…

Domenico Dolce: Quando abbiamo iniziato questo percorso in Puglia, abbiamo fatto una riflessione sul ‘fatto a mano’ e ci siamo resi conto che uno dei suo valori sta proprio in quella cura per gli altri che è ben rappresentata dalla famiglia, dalla madre che cucina per i propri figli con amore. Anche questo per noi simboleggia l’Alta Moda. Perché Alta Moda non è soltanto luccichio, non è solo un abito costosissimo. L’Alta Moda è un’attitudine, è un modo di essere, è un piatto di orecchiette con pomodoro e basilico, cucinate con amore, girate bene, col twist giusto dell’orecchietta. Tutto questo è un simbolo di quello che è il ‘fatto a mano’, bene e con amore, e in questo l’Italia è invincibile.

Stefano Gabbana: Non dimentichiamoci poi una cosa, l’Italia è al femminile. L’Italia è la mamma degli italiani, per cui noi viviamo sotto un matriarcato. Da sempre.

Domenico Dolce: Per esempio, in questa collezione di Alta Moda portiamo in passerella anche abiti tipo scamiciati, da domenica mattina col grembiule da cucina, e questo è per noi un simbolo di Alta Moda. Non è tanto il valore in sé ma ciò che rappresenta quell’abito nella memoria di un italiano, di un ragazzo, di una ragazza, perché la mamma è Alta Moda.

Per l’Alta Sartoria invece vi siete ispirati alla tradizione, in particolare alla tradizione dei corredi di nozze.

Domenico Dolce: Ostuni è la famosa città bianca. Ci siamo perciò domandati in che modo avremmo potuto rappresentarla, dice Domenico. Allora ci è venuta in mente la tradizione del corredo. Cosa c’è, del resto, più bianco del corredo della biancheria? Di quelle tovaglie, di quelle lenzuola, di quelle camicie da notte e vestaglie che le mamme del Sud Italia iniziavano a cucire e ricamare quando nasceva una bambina. Per alcuni può sembrare una cosa un po’ stupida, ma secondo noi racchiudono l’amore, è un modo di essere attenti alla vita, alla bellezza.

Stefano Gabbana: Soprattutto un’attenzione alle origini. Noi veniamo da lì. Siamo noi, è la nostra carta di identità. Il corredo è l’Italia!

Domenico Dolce: Abbiamo tagliato e fatto soprabiti, accappatoi, giacche, camicie. Ci siamo proprio divertiti! Questa idea ci piace perché indossando abiti cuciti con queste antiche stoffe si porta addosso un pezzo della propria storia, un pezzo della propria nonna. Anziché tenere una tovaglia nell’armadio facendola invecchiare nella naftalina per paura di sporcarla o rovinarla la si indossa, fieri di portare con sé un pezzo di tradizione.

Unicità nell’unicità…

Sì, sì! L’unicità che è nella memoria, perché non è solo unicità in quanto ricamo fatto a mano, quella tovaglia racconta mani sapienti, il pensiero di averla fatta e di averla donata

Si può dire che il vostro successo è dato dalla passione che da sempre ci mettete – perché potete permettervelo essendo voi il vostro brand – ma anche perché tra di voi c’è una sorta di affinità elettività?

Stefano Gabbana: Tra di noi c’è una strana chimica. Io dico sempre che noi siamo molto diversi, siamo due personalità molto differenti. Andiamo molto d’accordo, litighiamo, discutiamo, lo facciamo da sempre, da 40 anni e passa che ci conosciamo. Siamo stati amanti, siamo complici, siamo partner. Ma il segreto penso che sia nella visione, abbiamo entrambi la stessa visione. Quando Domenico parla e mi racconta qualcosa, io attraverso il suo racconto vedo e immagino esattamente quello che lui mi sta raccontando, e viceversa. E questa è una cosa veramente unica, è una cosa rara. Io ringrazio sempre di aver incontrato Domenico nella mia vita.

Domenico Dolce: Io anche.

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