Nove anni fa moriva Gianfranco Funari. In sua memoria, pubblichiamo il ricordo di Massimo Fini

Un altro uomo buono e generoso, che ho conosciuto molto più da vicino e a fondo di Walter Chiari, è stato Gianfranco Funari. Un pomeriggio accendo la tv e lo vedo intervistato da una piccola emittente, mentre passeggia per le strade di Milano. Parlava della sua solitudine. Ad un certo punto disse: «Se penso a un altro uomo solo penso a Massimo Fini». Mi meravigliai.

Mi conosceva appena, lo avevo incontrato solo un paio di volte a uno dei suoi talk. Aveva un intuito straordinario, sapeva tirar fuori da chi gli stava di fronte il meglio e il massimo. Come ha scritto Aldo Grasso «il sapere di Funari si arresta davanti a quello del suo interlocutore». Dei grandi conduttori di talk è stato il migliore. Costanzo aveva bisogno di una redazione di trenta persone, a lui ne bastavano tre.

Ma era un uomo scomodo. Credo che i protagonisti della cosiddetta ‘rivoluzione italiana’ che abbatté la Prima Repubblica siano stati quattro: Di Pietro, Bossi, il Feltri dell’«Indipendente» e Funari con Mezzogiorno italiano. Di Pietro è stato massacrato, Bossi inglobato, Feltri comprato, Funari emarginato. La sua direzione dell’«Indipendente» fu disastrosa. Si presentò alla redazione in Rolls Royce, panama e bastone da passeggio esibendo nel primo numero come titolo di testa di prima pagina, a caratteri cubitali: “buona domenica”.

Una cosa che può fare Papa Bergoglio non un direttore di giornale. Non era il suo mondo. Non era il suo linguaggio. Era un narciso impenitente. Ma di un narcisismo così spudorato e naïf che invece di dare fastidio muoveva a tenerezza. Deve sempre occupare il centro dell’attenzione. Una sera eravamo a casa mia con Eduardo Fiorillo che della tv, dal punto di vista tecnico, è un mago. Parlò quasi sempre Funari, Edo, abituato a sua volta ad essere protagonista, ascoltava in silenzio.

A un certo momento della serata azzardò timidamente che una certa soluzione tecnica, una cosa minore, era stato lui il primo a usarla. Niente da fare. L’aveva inventata Gianfranco. Una sera venne a casa mia, accompagnato da una bellissima ragazza che restò in piedi, immobile, muta, per tutto il tempo. Mi consegnò dei documenti. «Se mi fanno fuori consegnali alla magistratura. Mi fido solo di te».

Un pizzico di megalomania c’era. Possedeva un patrimonio di aneddoti impressionante, antropologici, sociologici, storici, soprattutto sulla Roma dei tempi che furono, la sua Roma (sui suoi trascorsi da croupier in Asia preferiva invece glissare). Io lo incitavo a raccoglierli in un libro, gli avrei dato una mano se necessario. Ma non ne abbiamo avuto il tempo. Negli ultimi anni aveva un’autonomia di quattro ore, quelle della trasmissione che teneva su Odeon dove si era rifugiato.

Dopo si accasciava in camerino e la moglie doveva spogliarlo e rivestirlo. Il medico gli aveva detto che se avesse smesso di fumare avrebbe potuto vivere ancora abbastanza a lungo, altrimenti sarebbe morto entro i 75 anni. Non smise. E morì esattamente all’età di 75 anni facendo mettere sulla bara un pacchetto di sigarette, quelle sottili che fumava lui, il panama e il bastone da passeggio.

Estratto dal libro Una vita di Massimo Fini

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