Covid, nel doc “Le mura di Bergamo” il racconto corale della pandemia tra dolore e resistenza

Dopo Berlino, arriva al Bergamo Film Meeting e poi in sala il lavoro di Stefano Savona sul dramma nella città lombarda

I reparti Covid dove i letti sono tutti pieni, le strade vuote, le sirene delle ambulanze e le campane a morto.

È un racconto corale quello del film documentario “Le mura di Bergamo” di Stefano Savona, che ripercorre l’arrivo della pandemia di Covid in Italia, in particolare a Bergamo, una città che, come un unico organismo si scontra e reagisce al virus, rendendo la maglia di connessioni tra le vite degli abitanti ancora più stretta e forte. Dopo l’anteprima mondiale al 73esimo Festival Internazionale del Cinema di Berlino, la pellicola sarà presentata in anteprima italiana al Bergamo Film Meeting il 12 marzo, in occasione della Giornata nazionale per le vittime del Covid-19 del 18 marzo, per poi arrivare in sala.

Nelle immagini del documentario c’è la vita, il mare, il sole, la neve, un tuffo nel lago, un’altalena e bambini che giocano: sono spezzoni di filmati amatoriali che in un’altra epoca venivano realizzati per la morte di una persona cara. Seguono ancora corsie, lettini, tubi, mascherine, schermi e bip. Poi, immancabili, le bare.

Di cosa parla

Nel marzo 2020 la città, dentro le sue mura, è un corpo malato. È un insieme di cellule, di tessuti, di organi che non riescono più a comunicare. Le strade si sono svuotate, gli scambi azzerati, gli incontri proibiti. Disconnesso dagli altri ogni corpo è solo all’interno delle sue mura. Il corpo della città è un organismo devastato che prova a reagire. Medici, infermieri, pazienti, volontari, e anche chi non ha vissuto direttamente il dolore della malattia cerca un proprio ruolo nel processo di guarigione collettiva. Raccogliere e raccontarsi le storie di chi non c’è più diventa una maniera per rielaborare il lutto privato e collettivo e per ragionare sul bisogno di una nuova ritualità della morte.

Connessione tra memoria e futuro

“Le Mura di Bergamo” è un film che crea connessioni tra memoria e futuro, per accompagnare questa collettività, lungo le prime fasi della paziente opera di ricomposizione di quel tessuto intimo, familiare e sociale, che la pandemia ha lacerato. Il protagonista di questa storia è la città, un corpo sociale che, come ogni organismo vivente, è costituito innanzitutto dalle infinite connessioni tra le sue parti. Le parole, gli sguardi, i gesti, i silenzi che questa narrazione testimonia sono un tentativo di rendere conto di qualcuna di queste connessioni, con la speranza che, rendendole visibili, il racconto cinematografico possa contribuire a consolidarle.

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