ITÉLÉ, LA CNN ALLA FRANCESE DI BOLLORÉ, DOPO SCIOPERI E LICENZIAMENTI CAMBIA NOME

French industrialist, corporate raider and businessman Vincent Bollore, head of conglomerate Vivendi that owns channel Canal +, arrives for the gala evening party organised by the French television Groupe Canal + in Paris, on February 3, 2016. / AFP / Geoffroy Van der Hasselt

Di iTélé, di quella che doveva essere la Cnn francese di Vincent Bolloré, restano solo macerie. Ottanta giornalisti se ne sono andati, contando dimissioni e licenziamenti, dopo un mese di sciopero a oltranza, una cosa mai vista nella storia delle televisioni francesi, per protestare contro la decisione dell’editore di inserire in palinsesto il Morandini Show, un tg satirico tipo Striscia la notizia di Canale5, affidato a un personaggio chiacchieratissimo come Jean-Marc Morandini, inquisito per stupro e sfruttamento della prostituzione.
Ed è di ieri la notizia che Canal+, il gruppo che controlla iTélé e che si è svenato per affermarla sul mercato (più di 20 milioni di perdite operative nel 2016 che vanno a sommarsi a quelle degli anni precedenti), ha deciso di cambiarle perfino il nome, quasi a volerla cancellare dal panorama televisivo francese.
Dal 27 febbraio prossimo non si chiamerà più iTèlé ma CNews con quella C iniziale che sembra ricordare l’imprinting bolloriano sulla sua creatura più ribelle (non c’era un solo giornalista che non fosse di sinistra e all’opposizione del suo editore) e più sfortunata (per una serie davvero infinita di errori editoriali e manageriali).
Cambierà nome iTélé e cambierà anche filosofia editoriale: non più news «en continu» com’era nel Dna del canale ma «décryptage et des opinions», approfondimenti e opinioni, come ricorda il direttore generale di Canal+, Gérald-Brice Viret, un giornalista di lungo corso (ha cominciato a France3 ed è stato a lungo manager del gruppo Lagardère), prudente e diplomatico e proprio per questo mandato in avanscoperta da Bolloré in questi giorni di timida ripresa del dialogo con i giornalisti e gli impiegati sopravvissuti alla furia degli «ukase» padronali e a un mese di sciopero selvaggio.
La ragione, anche in questo caso, è economica: un canale che offre solo opinioni e approfondimenti con dibattiti in studio costa infinitamente meno di un canale che deve inseguire le notizie, confezionarle e mandarle in onda in tempo reale. Come ha fatto iTélé nella sua stagione d’oro e come continua a fare, per esempio, BFMTv del concorrente Altice Media di Patrick Drahi.
Gerald-Brice Viret fa un esempio chiarissimo: «In passato solo per una partita della Nazionale francese all’estero s’inviavano una troupe di Canal+, un’altra di iTélé, una terza di InfoSport, decine di tecnici e di giornalisti. Ora una sola troupe basterà a coprire qualsiasi evento. Si chiamano sinergie ed è l’unica strada che abbiamo per salvarci».
Questo spiega anche l’inquietudine di tutti i dipendenti, giornalisti e tecnici, di tutte le reti Canal+: perché dopo la «distruzione sistematica di iTélé», per dirla con le parole forse un po’ esagerate di un rappresentante sindacale interpellato da ItaliaOggi, verrà il tempo della razionalizzazione, cioè dei tagli, anche per gli altri.
E ci sarà sempre un direttore di rete come quel Serge Nedjar, il responsabile editoriale di iTélé, braccio destro di Bolloré (anzi «l’executant de Bolloré», come lo definiscono con sprezzo) pronto a ribattere alle redazioni con le stesse argomentazioni utilizzate mesi fa per iTélé: «Inutile che vi agitiate, qui si fa come dico io».
Il suo collega Viret è meno brutale, ma intanto ha deciso di mettere in mora la redazione del Grand Journal, il tg più importante: costa troppo e ha un’audience bassissima, meno di 130mila spettatori. O si cambia formula o si chiude. Come potrebbe chiudere tutta iTèlé se non si arriva «à l’equilibre» entro il 2018. Anche se nessuno, al momento, lo dice. E Bolloré evita di farsi vedere negli uffici di Canal+.

Giuseppe Corsentino, ItaliaOggi

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