William Friedkin, non solo L’Esorcista. Tre film del regista americano da recuperare

William Friedkin credeva nel destino. Per Il regista americano, deceduto il 7 agosto all’età di 87 anni, ogni cosa aveva a che vedere con il mistero della fede o del fato. Tant’ è che nel documentario Nella mente dell’Esorcista raccontava con queste parole l’origine della sua passione per la regia: “Non so come ho fatto a entrare nel mondo del cinema, considerando da dove provengo. Vivevo in un monolocale a Chicago con i miei genitori. (…)Dopo il liceo, a 20 anni, ho iniziato a lavorare nella logistica di un canale televisivo a Chicago. Non sono mai andato all’Università. Un giorno per caso un amico mi disse che facevano un film al cinema Surf, ed era Quarto Potere. Andai a vederlo nel pomeriggio e rimasi per tutto il resto della giornata. Ero semplicemente esterrefatto. Quando uscii dal cinema a mezzanotte, pensai: non so perché ma io voglio fare questo”.

UN REGISTA DA OSCAR
Indubbiamente la folgorazione sulla via di Damasco causata dalla visione del capolavoro di Welles si è rivelata una scelta vincente per Friedkin. Con Il Braccio Violento della legge vinse 5 premi Oscar (film, regia, attore protagonista, sceneggiatura non originale, montaggio); con L’Esorcista, per molti il film più terrificante di sempre, ha riscritto la storia del cinema horror. Ma ancora una volta il destino si è dimostrato beffardo. Il clamore suscitato dalla pellicola tratta dal romanzo di William Blatty e la potenza di quelle immagini spaventose hanno oscurato le altre opere del cineasta americano. Come se il malevolo Pazuzu, vanitoso come ogni demone, volesse tutte le attenzioni per sé. Riscopriamo quindi tre pellicole che testimoniano quanto sia variegata, sorprendente ricca la filmografia di questo volitivo e talentuoso cineasta.


FESTA DI COMPLEANNO PER IL CARO AMICO HAROLD (1970)
Wiliam Friedkin, a cui il coraggio non è mai mancato, firma la prima pellicola hollywoodiana che affronta apertamente il tema dell’omosessualità. Tratto dall’opera teatrale di Mart Crowley The Boys in The Band, un kammerspiel gaio e crudele. Un gioco al massacro in cui si svelano fragilità e debolezze e rancori di un gruppo di omosessuali newyorchesi. La presenza di un personaggio eterosessuale trasforma il party per Harold in una feroce seduta psicanalitica collettiva, Grazie a una regia claustrofobica che trasporta lo spettatore all’interno della vicenda, Friedkin racconta l’incapacità di accettare se stessi. Stupendamente recitato, un lungometraggio lontano anni luce da melense retoriche e al netto di qualche lungaggine ancora assolutamente valido ancora oggi. Perché si tratta di una pellicola che parla soprattutto dell’universale paura di rimanere soli. Tant’è che è stato rifatto nel 2020 da Netfix, in un’opera prodotta da Ryan Murphy

IL SALARIO DELLA PAURA (1977)
A William Friedkin non è mai piaciuto vincere facile. Così dopo l’epocale successo di L’Esorcista decide di realizzare un film tratto dal romanzo Vite Vendute di George Arnaud. Il libro era già stato portato sullo schermo da George Clozout in un lungometraggio considerato all’unanimità un capolavoro della storia del cinema. Ma il regista non ha paura delle sfide. Da cultore dello stile di ripresa documentaristico rende ancora cruda e disturbante la storia di quattro personaggi in fuga che in cambio di una cospicua somma di denaro, accettano di condurre due camion carichi di esplosivo per duecento miglia nella giungla dell’America Centrale. Come accade in Rapina a Mano armata, o Il Tesoro della Sierra Madre non ci sarà nessun compenso alla fine. Nemmeno per il lungometraggio che fu un flop., Come dichiarò lo stesso Friedkin: “Ne uscì il film più difficile, frustrante e pericoloso che abbia mai fatto, un film che pagai a caro prezzo in termini sia di salute sia di reputazione”. Proprio per questo è d’uopo recuperare un formidabile e maudit action movie ritmato dalle musiche dei Tangerine Dream.


VIVERE E MORIRE A LOS ANGELES (1985)
Friedkin è finito in un limbo. Hollywood lo snobba e non lo considera più un regista di seria A dopo gli ultimi fiaschi. Ma quando gli capita tra le mani To Live and Die in Los Angeles, il romanzo scritto da Gerald Petievich, ex agente dello United States Secret Service, decide di affrontare una nuova sfida. Vivere e Morire a Los Angeles è l’altra faccia della medaglia di Il Braccio Violento della Legge. Un action movie incentrato sull’agente federale Richard Chance (William Petersen), impegnato a dare la caccia al pittore e falsario Eric Masters (Willem Dafoe), responsabile dell’omicidio di anziano collega prossimo alla pensione. Il regista spiega così il senso dell’operazione: “Non volevo che il film fosse una copia de Il Braccio Violento della Legge. Al posto del look macho e ruvido di quel film volevo qualcosa di più simile allo stile unisex della Los Angeles degli anni Ottanta”. Sulle note della travolgente colonna sonora firmata dai Wang Chung e impreziosita dalla fotografia di Robby Muller, una pellicola cupa, dolente crudele con uno dei più spettacolari inseguimenti in auto della storia del cinema. Un action movie potente quanto un long island al cui confronto molti dei film d’azione contemporanei sembrano birre analcoliche.

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