BORGHI, IL CATTIVO RAGAZZO ALLA CONQUISTA DEI DAVID

david di donatelloDalla gavetta nelle fiction generaliste al cinema d’autore: la svolta per l’attore romano, 29 anni, è arrivata nel 2015. I personaggi estremi in ‘Non essere cattivo’ e ‘Suburra’ gli sono valsi due candidature ai David, come protagonista e non. E nell’attesa della cerimonia del 18 aprile, è sul set di un film francese su Dalida nel ruolo di Tenco. Canta sul palco dell’Ariston Ciao amore, ciao.

“Dica pure il titolo di una fiction: di sicuro l’ho fatta». Alessandro Borghi scherza sulla sua lunga gavetta nella serialità generalista. Ha iniziato come stuntman, poi è passato ai piccoli ruoli. Elenca: “Il fidanzato lasciato, lo stalker, il poliziotto che muore presto…”. Maglietta a maniche corte e occhi blu ridenti, il 29enne attore romano festeggia “l’anno e i due ruoli che mi hanno cambiato la vita”. È stato Vittorio, perdente in cerca di riscatto in Non essere cattivo, e il feroce Numero 8 in Suburra. È candidato ai David di Donatello per entrambi: attore protagonista e non. Ora è a Sanremo sul set di Dalida (con Sveva Alviti e Riccardo Scamarcio): la regista francese Lisa Azuelos lo ha trasformato in Luigi Tenco e gli ha fatto cantare Ciao amore, ciao sul palco dell’Ariston.

Borghi, com’è diventato Tenco?
“Mi hanno contattato i francesi sui social network, hanno visto Suburra in Francia e li avevo colpiti. Ho detto loro che non canto e non suono, mi hanno proposto il playback. Invece ho studiato. Ma anche se Ciao amore, ciao nella scena all’Ariston non la canto perfettamente è anche vero che quella a Sanremo non fu la migliore esibizione di Tenco…”.
Conosceva bene la storia di Tenco?
“No. Studiando mi sono appassionato alla questione legata alla sua morte, anche se il nostro film abbraccia la tesi ufficiale del suicidio. Il mio Tenco è un uomo che si porta appresso un problema con l’autorità: nessuno può dirgli cosa fare, decidere per lui. Nell’ultima lettera dice che non può stare in un mondo dove lo eliminano e prendono canzoni senza valore. Ma aveva ragione il suo amico Lucio Dalla, che dopo la morte disse: Non voglio che passi per eroe, non ci si toglie la vita per una causa come questa”.
Dovrà fare una pausa sul set per la notte dei David, il 18.
“La doppia candidatura è felicità pura. Perché anche Luca ne ha due e anche perché gli altri in lizza sono amici”.
Con Luca Marinelli vi siete sentiti?
“Sì. È contento. Mi ha mandato un sms: E mo’ so’ cazzi”.
Se vince lui?
“È uguale, il premio lo usiamo a metà”.
Eravate in lizza anche quando vi siete conosciuti.
“Ai provini di Suburra eravamo in finale noi due. Due Numeri 8 molto diversi. Stefano Sollima ci ha messo tutti in una stanza e ci ha detto: Ora recitate tutti e vediamo chi vince. Una roba che ti uccide. Alla fine io, Luca, Greta Scarano e Beatrice Aiello abbiamo fatto provini incrociati tutto il giorno. Poi ho ritrovato Luca all’audizione di Non essere cattivo di Caligari, lui già Cesare, io in lizza per Vittorio. Non c’eravamo più visti e non sapevo se gli rodesse. Invece ci siamo abbracciati, felici di fare questa cosa insieme. Fin dal primo provino ho capito che saremmo stati noi: ci siamo presi a schiaffi per un’ora, alla fine eravamo gonfi ma contenti”.
Caligari l’ha lasciata nel dubbio per quaranta giorni.
“Sì. Poi mi ha consegnato un ruolo meraviglioso. In questo mestiere tentano di farci credere che queste cose non accadano più. Mi rivolgo ai ragazzi: non lasciatevi dire che per piangere sul set devi aver fatto l’accademia, ci sono mille modi di fare questo mestiere”.
Il suo?
“Negli ultimi due anni ho dovuto mettere la quinta. Ho iniziato a lavorare presto, sui set televisivi rubavo da quelli più bravi. Ho sempre cercato di essere naturale, non ho una preparazione accademica. Sollima lo conoscevo dalla serie Romanzo criminale, ma per Suburra ho fatto sette provini. Ero teso: al fianco di Germano e Favino rischi la brutta figura. Così ero sempre in parte, la mia fidanzata ha convissuto con Numero 8 per mesi. Con Caligari ero più tranquillo, era un film indipendente dal futuro incerto, magari finiva che ce lo saremmo visto nel salotto di casa di Valerio Mastandrea. Ma l’incontro con Claudio mi ha fatto capire cos’è il grande cinema. L’unica paura di quella esperienza ti viene dopo, quando sai che ti sveglierai la mattina sapendo che non ci sarà mai più un altro film così”.
E adesso?
“Dalida è arrivato per caso. Ora però penso a una commedia, con una sceneggiatura buona, perché di mio non faccio ridere. Magari con un giovane regista. Ne incontro tanti: non vengono più dicendo “non ci sono i soldi” prima ancora del saluto, finalmente le grandi produzioni sembrano puntare sul nuovo. Un cambiamento spero dovuto anche a film come Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo”.
A chi chiede consiglio nelle scelte?
“Ai miei cinque amici di sempre. Il provino per Numero 8 l’ho preparato con loro al parco della Caffarella: mi davano le battute di Spadino mentre giocavamo a pallone. Sono legato alla mia semplicità, alle mie origini, a questa Roma che mi piace tanto”.
I suoi genitori l’hanno sostenuta?
“Sì. Quando ho lasciato la facoltà di Economia e commercio si sono preoccupati, pensavano: Bello di mamma, qui moriamo di fame e tu vuoi far l’attore? Vai a lavorare alle poste. Poi hanno capito che questo mestiere si poteva farlo con dignità. Comunque fino a due anni fa facevo anche altri lavori”.
Quali?
“Il commesso di abbigliamento. E il cameriere, per cinque anni alla trattoria Da Cesare al Casaletto, gestita dal padre di un mio amico. Non vedo l’ora di fare un film su un macellaio romano: ho già tutto pronto. Ogni tanto incontro clienti del ristorante, che mi abbracciano. Sono figlio di Roma Sud, mia madre di Tor Marancia e mio padre della Garbatella, dove abito ora. Nella casa che era di mio nonno”.

Repubblica

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