Cucinotta: «A 50 anni esordisco a teatro. Al cinema ruoli solo alle più giovani? Giusto così, serve ricambio»

L’attrice è protagonista dello spettacolo «Figlie di E.V.A.» insieme a Vittoria Belvedere e Michela Andreozzi, autrice della pièce, dal 2 febbraio a Civitavecchia e poi in tournée

Figlie di E.V.A., ovvero, Elvira, Vicky e Antonia. Una commedia al femminile vs maschile: tre storie in una, dove tre donne si coalizzano e si vendicano di un uomo potente. Ne è autrice Michela Andreozzi, anche protagonista con Vittoria Belvedere e la debuttante, in teatro, Maria Grazia Cucinotta. Lo spettacolo, diretto da Max Vado, è in prima nazionale al Teatro Traiano di Civitavecchia il 2 febbraio, poi in tournée. «A 50 anni un debutto in palcoscenico mi fa paura – confessa l’attrice – ma il mettermi di nuovo alla prova mi entusiasma: sono meno timida di un tempo, prima non ce l’avrei mai fatta. E mi piace l’idea di lavorare con tutte donne».Lei in quale ruolo? «Sono Vicky, la moglie tradita dell’uomo in questione, un sindaco disonesto che inguaia le tre donne per motivi diversi. All’inizio tutti pensano che io abbia sposato il politico per farmi mantenere, invece sono io che, con il mio patrimonio, ho creato il suo potere, per essere ricambiata dal suo tradimento. E se inizialmente fra le tre protagoniste c’è rivalità, poi nasce una profonda complicità e diventano fortissime. C’è una battuta del mio personaggio che amo: l’uomo perfetto è una donna con gli attributi».

Perché a 50 anni accettare una sfida del genere: è difficile trovare ruoli nel cinema o in tv?
«Il teatro non è un ripiego, anzi, ho dovuto rifiutare ben due offerte sul grande schermo per accettare questa avventura. Mi sono detta sì, lo faccio, poi sono stata assalita dal panico: sul set, se sbagli una battuta, ripeti il ciack, in teatro no. Però mi sento molto sostenuta dall’intera compagnia: sono un caso clinico e sanno come proteggermi dalle mie insicurezze».

Dopo una certa età, per le attrici i ruoli da protagoniste scarseggiano.
«È giusto il ricambio generazionale! Prima facevo la protagonista, ora nell’ultimo film che ho girato avevo un cameo, impersonavo una mamma. Bisogna accettare il passare del tempo, d’altronde è sempre stato così anche se il problema riguarda soprattutto il cinema italiano che è limitato: in America si producono tanti film e c’è spazio per tutti. Comunque io non mi suicido se non arriva il copione, non faccio più solo l’attrice: produco e scrivo progetti cinematografici in Cina dove sono approdata una decina di anni fa, e a breve firmerò la regia di una serie in Italia».

Quale?
«”Teen”, dedicata ai teenagers, pensata per le piattaforme. Abbiamo fatto un bando per giovani attori, cui hanno risposto in cinquemila. Avrà un ruolo da esordiente mia figlia Giulia, diciassettenne».

Un esordio da teenager come la mamma?
«Veramente io alla sua età vendevo antifurti. Certo, sognavo di fare altro, ma sono nata in un quartiere di periferia e i sogni mi sembravano irrealizzabili, invece si sono realizzati: incredibile! Sono partita da zero, ho avuto fortuna e tanta tenacia».

E i giusti incontri artistici.
«Devo tutto a Massimo Troisi: i primi tempi mi diceva parla più adagio, io correvo perché ero timida. Poi mi raccomandava di essere me stessa: se fingi, la gente se ne accorge, è meglio essere imperfetti e veri, piuttosto che perfetti e non trasmettere umanità».

Poi la svolta americana…
«Dovuta alla fama del “Postino”. Tra i vari film che ho girato negli Usa, l’attore che mi resta impresso è Woody Allen: ha tremila fobie e, quando non recita, se ne sta seduto in disparte, un ometto gracile, quasi non ti accorgi di lui, ma quando viene inquadrato si trasforma».

L’errore che non si perdona?
«Forse quello che sto per compiere debuttando in teatro! Spero di non svenire la sera della prima, oppure di restare congelata, mentre gli spettatori mi fissano mormorando: che cavolo ci fa quella in scena?».

Emilia Costantini, corriere.it

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