Bianca Arrivabene: 30 anni di bellezza

Con Venezia non è stato un colpo di fulmine: la nobildonna, vicepresidente di Christie’s e ambassador della città, racconta la sua lunga storia d’amoreCi sono giorni che Venezia è di tutti, altri in cui è soltanto nostra. Come il 21 novembre. Quando attraversiamo il ponte tra Santa Maria del Giglio e la Basilica della Salute (ne viene costruito uno apposta per l’occasione) e portiamo una candela alla Vergine Maria affinché tenga in buona costituzione i nostri cari, nell’umido non ancora gelato dell’inverno che abbraccia la laguna.

Vivo in questa città da trent’anni, arrivata dritta dritta dalla campagna, e non posso dire d’essermene innamorata subito.

Più che le meraviglie del barocco, del cinema o dell’arte contemporanea, avevo in testa la voglia di divertirmi. Vedevo i film cinesi alla Biennale e mi sembravano spaventosi: per poter apprezzare tutta quella bellezza, era come se mi mancassero le papille gustative. Poi, pian piano, la stregoneria della luce, dei palazzi e dell’acqua ha vinto anche su di me. Come in una favola avevo conosciuto mio marito Giberto in occasione di un gran ballo di carnevale a Palazzo Pisani, durante una festa indimenticabile organizzata dallo stilista Enrico Coveri. Era il 1985, o giù di lì. A 22 anni l’ho sposato. E ci siamo stabiliti prima in una mansarda affacciata sui tetti, e poi all’ultimo piano di Palazzo Papadopoli su Canal Grande, che da due secoli appartiene alla sua famiglia. Qui abbiamo cresciuto i nostri cinque figli: Viola, Vera, Mafalda, Maddalena e Leonardo, nella libertà e nell’assenza di pericoli delle calli e dei ponti, ora tutti sparsi per il mondo a fare la loro vita. E ci siamo tenuti il grande appartamento all’ultimo piano anche quando il resto del palazzo è stato trasformato nell’Aman Venice Hotel, uno dei più lussuosi in città: «Poco male, i nostri ospiti saranno molto felici di potervi incontrare in giardino», ci disse il fondatore della catena di hotellerie quando siglammo il contratto di affitto e dettammo le nostre condizioni. Siamo scappati per qualche giorno solo quando George Clooney scelse l’albergo per ospitare il suo ricevimento di nozze, perché nostra figlia Maddalena era una tale cacciatrice di celebrities che si sarebbe di sicuro imbucata alla festa per chiedere un selfie agli sposi, facendo saltare per aria tutti i diritti d’esclusiva e riservatezza firmati.

Adoro la vista dalla camera da letto di mia figlia Viola: se non c’è, nelle domeniche d’inverno, mi sdraio sul suo letto e guardo un film, un occhio al sole che tramonta sull’acqua e uno alla storia che scorre sullo schermo: è la cosa più bella del mondo. Così come mi piace girovagare negli spazi comuni: la biblioteca, che custodisce ancora i libri di storia e filosofia tedesca di mio suocero. Gli affreschi del Tiepolo che ornano certe stanze. Oppure il giardino dove tengo alcuni incontri di lavoro e l’altana col suo panorama impareggiabile.

Da qui esploro la città, spesso a bordo della mia barchina meravigliosa che i veneziani chiamano «topa», e che io allora ho battezzato «Arrivatopa»: un pranzo al nuovo San Giorgio Café sull’isola omonima. Uno Spritz col bitter nel mio bacaro preferito, La Naranzeria, o una cena nella trattoria Antiche Carampane. Oppure, per andare e venire da Murano, alla fornace del vetro di Giorgio Giuman dove mio marito realizza alcuni pezzi della collezione che porta il suo nome (a proposito, dal 5 al 13 settembre c’è la Venice Glass Week).

Durante la Biennale del cinema mi piace andare a vedere i film degli amici: ricordo quando presentarono il documentario dedicato a Franca Sozzani e tenni un pranzo da noi, mettendo allo stesso tavolo le tre pr di moda più importanti: Karla Otto, Emanuela Schmeidler e Noona Smith-Petersen, che Franca e Giberto stuzzicavano amabilmente per capire chi tra loro si considerasse la più influente. Mentre quest’anno andrò di certo a vedere il film di Uberto PasoliniNowhere Special, una storia struggente che voglio vedere nella sala grande del Lido. Anche se noi veneziani abbiamo un modo tutto nostro per goderci i film nei giorni del festival: aspettiamo che vengano proiettati durante la kermesse e il giorno successivo li andiamo a guardare nei cinema sotto casa, lontani dal trambusto e dalle code, dopo aver letto nei bar le recensioni dei giornali.

Tutto diverso invece durante la Biennale Arte, quando da vicepresidente di Christie’s ho occasione di incontrare tutti i collezionisti più importanti del mondo. E mi piace mostrar loro la Venezia dove tutto quanto ha avuto origine: dalla Scuola Grande di San Rocco alla Chiesa dei Gesuiti, coi marmi così finemente decorati da sembrare stoffe. La chiesa di Sant’Elena che custodisce le spoglie della madre dell’imperatore Costantino oppure la Scuola Grande dei Carmini. Venezia è una città in cui vengono a vivere persone interessanti, che fanno cose interessanti, e parlano di cose interessanti: scrittori, biologi che studiano l’ecosistema della laguna, emissari di grandi marchi come Dior, con cui l’anno scorso ho collaborato per la presentazione in città della collezione di alta gioielleria.

Poi, d’improvviso, arriva sera e Venezia torna a essere solo nostra. E io metto in moto la mia Arrivatopa e ormeggio ai Murazzi del Lido, mi sdraio al sole, cammino sulle palizzate di pietra d’Istria. E penso che sono passati trent’anni, ma di danzare in questo carnevale di bellezza non smetterei mai.

VanityFair

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