Insidious, La Porta Rossa, la recensione dell’ultimo film horror

Nel cinema horror, di solito, tutto finisce dove è iniziato. E Insidious: La porta rossa non sfugge a questa regola mai scritta ma sempre applicata. In sala a partire da mercoledì 5 luglio, il lungometraggio scrive la parola fine all’incubo cinematografico nato nel 2010, grazie al talento visionario del regista James Wan e dello sceneggiatore Leigh Whannel.

Il film del 2023 , è in realtà, il sequel dei primi due capitoli della saga prodotta dalla Blumhouse, dopo i prequel Insidious 3 – L’inizio (2015) e Insidious – L’ultima chiave (2018). II questa quinta pellicola ritroviamo quindi il cast originale del franchise horror. Patrick Wilson torna a vestire e panni di Josh Lambert e debutta come regista dietro la macchina da presa. Al suo fianco i veterani dell saga Ty Simpkins, Rose Byrne, Andrew Astor e le new entry Sinclair Daniel e Hiam Abbass (La risoluta Marcia Roy della serie tv Succession)


Sono trascorsi 10 anni dagli eventi narrati in Oltre i confini del male: Insidious 2. Josh e suo figlio Dalton avevano scelto di dimenticare, attraverso l’ipnosi, i terribili incubi vissuti e soprattutto di obliare le loro capacità di compiere viaggi astrali. Ma la rimozione forzata funziona con le automobili, non con gli esseri umani dotati di poteri extrasensoriali. Dalton, ormai in età da college dovrà ancora una volta perdersi, nell’Altrove, ovvero quella dimensione spaventosa abitata per lo più di anime perdute, dolenti e feroci. Cionondimeno, Josh sarà costretto a rammentare che noi stessi siamo i nostri demoni, noi ci espelliamo dal nostro paradiso”, come sapeva benissimo il giovane Werther immaginato da Goethe. E più prosaicamente, le colpe dei padri ricadono sempre sui figli.

Nonostante Non aprite quella porta il film cult di Tobe Hooper ci ricordi quanto sia opportuno non varcare certe soglie, la pellicola diretta da Wilson ci suggerisce che gli spettri risulta sempre più efficace combatterli vis a vis. Parimenti ai traumi infantili, alle pulsioni inconsce e alle multe per eccesso di velocità, è d’uopo affrontare la realtà, pure quella astrale. Tocca estinguere i propri debiti emotivi e pure quelli pecuniari, perché “il sonno della ragione genera mostri”. Non a caso il film cita il celeberrimo quadro a olio “Saturno che divora i suoi figli”, dipinto da Francisco Goya. Come già affrontato da Stanley Kubrick in Shining, la paternità può essere complessa e la mascolinità pure.

Dietro la porta chiusa, come già sapeva quel genio incommensurabile di Fritz Lang si nasconde l’inferno, ma al tempo stesso la soluzione dell’enigma. Se poi la porta in questione è rossa (La saga di Insidious predilige da sempre questo colore, in omaggio, per stessa ammissione di James Wan al cinema di Dario Argento), il pericolo nella dimora aumenta in maniera esponenziale. Sicché non stupisce la presenza nel film di demone del rossetto, noto anche come l’uomo con il fuoco in faccia, l’uomo dalla faccia rossa, Sixtas. Ça va sans dire, trattasi del villain più spaventoso dell’intero franchise e ancora una volta a interpretarlo è Joseph Bishara, il compositore delle musiche di tutti i 5 film della saga. Risulta sempre spaventoso vederlo con quei ciuffi di capelli ai lati, gli occhi gialli, baloccarsi con perturbanti marionette e agitare quegli artigli argentati sulle note della canzone di canzone “Tiptoe Through the Tulips.”

Pur non inventando nulla di nuovo, Insidious: La porta rossa gioca bene le sue carte e vince la partita. La pellicola risulta fruibile anche per quelli che non hanno mai visto un film della saga (certo si perderanno gli omaggi e le citazioni pensate per la fanbase, ma non si può avere tutto dalla vita. La regia dosa i jumpscare con perizia parimenti alle gocce di angostura nel Negroni. E a proposito di alcol il fantasma alticcio dello studente del campus è disturbante quanto la “Doll Girl” del primo capitolo della saga. In linea con gli horror contemporanei la presenza della nera Sinclair Daniel funziona e alleggerisce la tensione, tra un’apparizione e un viaggio astrale. Per fortuna si è estinto lo stereotipo dell’attore afroamericano che muore per primo in un horror al pari della bionda svampita. Insomma, l’odisse nell’Altrove termina con un ultimo capitolo dignitoso di un franchise nato come trasfigurazione del mito della hauting house, tra un omaggio a Poltergeist e una strizzatina d’occhio al Freddy Krueger di Nightmare. La lanterna ancora una volta illumina le tenebre che ci circondano l’oscurità che alberga in noi. E che ci ricorda quanto avesse ragione il poeta tedesco Friedrich Schiller: “Non è la carne e il sangue, ma il cuore che ci rende padri e figli.“

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