Paolo Genovese: faccio film grazie a un incantesimo

Ha parlato della sua esperienza di passaggio dal cortometraggio al lungometraggio Paolo Genovese, ospite della seconda giornata del Torino Short Film Market, il mercato internazionale dedicato al cinema breve, a Torino da 29 novembre al 1 dicembre. In un incontro condotto dal giornalista Maurizio Di Rienzo, il regista ha raccontato in particolare del suo primo film realizzato insieme a Luca Miniero, Incantesimo napoletano, che è tratto dal cortometraggio omonimo e realizzato sempre dai due registi. “Il mio primo festival è stato Locarno, dove il cortometraggio Incantesimo napoletano era stato selezionato per il concorso. Per un errore del proiezionista, però, il film è stato proiettato completamente fuori fuoco, e così siamo tornati a casa depressi per la disfatta. Dopo pochi giorni il festival, invece, ci ha richiamati per comunicarci che avevamo vinto, con una motivazione paradossale: avevano apprezzato il nostro coraggio di aver girato tutto fuori fuoco”. Si dice fortunato, poi, Genovese riguardo al passaggio al lungometraggio, sottolineando come ancora oggi ami guardare i corti ma anche dirigerli, tanto da averne appena finito di girare uno per la Feltrinelli che ha come tema un invito alla lettura: “Gianluca Arcopinto ha visto i primi due corti e ha creduto in noi dicendoci che Incantesimo napoletano poteva benissimo diventare un film lungo. Così abbiamo provato a riscriverlo facendolo diventare un piccolo lungometraggio, ovviamente scrivendo per il film una storia diversa ma basata sulla stessa idea del corto. C’è da sottolineare, però, che non tutti i corti possono diventare dei lungometraggi: sono due linguaggi diversi e ci sono storie che hanno senso solo in pochi minuti di svolgimento”. Nel passaggio dal corto al lungo una delle prime difficoltà che si incontrano, ha evidenziato il regista, è quella di gestire i set: “Nei corti di solito si lavora con amici che si stanno o si vogliono lanciare. Nei lungometraggi ci si sente, invece, molto soli perché si lavora con professionisti che chiedono di tutto, anche le cose più insignificanti”. Riguardo al finanziamento a disposizione per la realizzazione di un’opera ci tiene a sottolineare che non è fondamentale per la sua riuscita, dipende più che altro dall’obiettivo per cui viene fatto un film: se lo si fa principalmente per venderlo sul mercato il budget a disposizione può essere importante, ma per un giovane regista che vuole farsi conoscere anche un basso finanziamento può essere un’opportunità, considerando anche che i limiti tendono a stimolare la creatività. “Per esempio Incantesimo napoletano, che costò 200mila euro, lo abbiamo girato in tre settimane con una scenografia povera, ma che aveva al contempo il suo fascino. Oggi generalmente lavoro con budget più elevati – il mio prossimo film sarà una pellicola ad alto budget girata in America – anche se ho appena finito di girare, The Place, low budget girato in tredici giorni all’interno di un bar, e penso che sia molto originale proprio per questo”. Rispetto, poi, alla scelta di un attore già in fase di scrittura, sottolinea: “Quando scrivo storie non penso mai a un interprete in particolare perché il rischio è che il carattere di quell’attore possa cambiare l’anima del personaggio che sto scrivendo. Il processo deve essere inverso, è l’attore a doversi, poi, immedesimare nel personaggio”.

 

Cinecittànews

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