L’omicidio Gucci diventa un film

Il super-poliziotto Carmine Gallo racconta a Michele Focarete come si svolsero le indagini che portarono alla cattura di Patrizia Reggiani. Adesso, a distanza di un quarto di secolo, quella storia che sa di saga e che fece parlare il mondo, finisce in un film di Ridley Scott, con Lady Gaga nei panni della Reggiani e Al Pacino in quelli di Aldo Gucci.

Visibilmente confusa, con grandi occhiali neri da sole a nascondere lo sguardo assente di chi non si rende ancora conto di cosa le stia accadendo. Mentre un agente in giacchetta a scacchi e polo bordeaux le appoggia la mano destra sulla spalla e la accompagna fuori dagli uffici della Criminalpol in piazza San Sepolcro. Lei è Patrizia Reggiani, arrestata come mandante dell’omicidio del marito Maurizio Gucci, avvenuto il 27 marzo 1995.
Lui è il superpoliziotto Carmine Gallo, allora trentanovenne, ispettore capo, già noto per alcune clamorose operazioni di spessore, esperto di criminalità organizzata e sequestri di persona.
È il 30 gennaio 1997, due anni dopo l’omicidio, e le porte del carcere di San Vittore si spalancano davanti a Patrizia Reggiani che qui ci rimane 17 anni dei 26 di condanna. Adesso, a distanza di un quarto di secolo, quella storia che sa di saga e che fece parlare il mondo, finisce in un film di Ridley Scott, con Lady Gaga nei panni della Reggiani e Al Pacino ad interpretare Aldo Gucci, primogenito del fondatore del marchio di moda internazionale. Una pellicola che ha avuto il suo primo ciak nei giorni scorsi proprio a Milano.
Carmine Gallo, in pensione dal 2019, oggi ricopre la carica di amministratore delegato di una società che si occupa di consulenze strategiche, finanziarie e investigative per fondi di investimenti esteri, italiani e di banche e società. “In pratica – spiega Gallo nel suo ufficio della centralissima via Pattari, a ridosso dal Duomo – analizziamo il rischio di frode, corruzione o infiltrazioni della criminalità organizzata nell’investimento”.
Poi, il discorso ricade inevitabilmente su quell’arresto clamoroso, su un ricordo curioso e sul film che parlerà anche di lui. “Non so chi interpreterà me, ma mi dicono di stare tranquillo sulla sua bravura. Il ricordo curioso, invece, è che Patrizia Reggiani, voleva andare in carcere con tanto di pelliccia e gioielli. Dove vado io, mi disse, vengono anche i miei gioielli e le mie pellicce. La convinsi a rinunciare alla pelliccia e nessuno sa che quel giaccone verde che la proteggeva dal freddo era il mio.
Bussai alla porta del suo lussuoso appartamento per notificarle l’ordine di custodia cautelare nella sua abitazione di corso Venezia. Fino alle 2 di notte era al telefono, abbiamo suonato alla sua porta alle 5, ma visto che non apriva siamo stati costretti a sfondarla. Lei era in vestaglia, per nulla spaventata o scomposta. Dopo averci chiesto chi fossimo, si è seduta sul divano e ha letto l’ordinanza che l’accusava di concorso in omicidio. Rispose che era stato un incidente e che avrebbe chiarito tutto. Ma quell’omicidio su commissione pagato 600 milioni di lire non è mai stato confessato dalla vedova Gucci. Il giaccone? Promise di restituirmelo, ma non lo fece. Pazienza. Comunque, nella vita ci vuole sempre un pizzico di fortuna”
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E, quella sua fortuna si chiama Gabriele, un informatore di 45 anni che bazzica il Sudamerica per affari. Tornato in Italia, alloggia in un albergo a una stella di via Lulli, uno di quelli per incontri veloci. Il portiere si chiama Ivano Savioni e spesso alza il gomito. “Gabriele piace, perché è un tipo allegro – ricorda Gallo – e affascinava per via dei suoi trascorsi all’estero, per quell’accento colombiano ma, soprattutto, perché si spacciava per un pericoloso criminale”.

Una sera, bevuti qualche bicchierino di troppo, Savioni si lascia andare e confida a Gabriele di avere preso parte all’organizzazione di un omicidio. “Gabriele mi contattò immediatamente per telefono e mi disse che sapeva molte cose sul caso Gucci, che Savioni aveva partecipato, insieme con una donna, alla fase organizzativa del delitto. Gabriele avrebbe dovuto ripartire ma io gli chiesi di restare per recuperare altre confidenze. Poi riportai la notizia al Pm Carlo Nocerino che aveva in mano le indagini. Era scettico, perché la pista che stava seguendo credo fosse quella legata all’aspetto economico internazionale. Però mi diede fiducia e cominciammo ad indagare su persone vicine alla famiglia”.
Nel ripercorrere quei momenti, gli occhi dell’ex poliziotto si illuminano. Sono flash back indelebili nella sua memoria piena di indagini di ‘ndrangheta, dei sequestri Soffiantini e Sgarella e di arresti eccellenti ad esponenti delle famiglie Barbaro e Papalia. “Pedinamenti, intercettazioni, identikit – continua Gallo – si incastrarono per completare il puzzle. Arrivammo dritti a Benedetto Ceraulo che fece fuoco e a Orazio Cicala che fece da autista. E, prima di possibili fughe o colpi di testa, il Gip Maurizio Grigo decise per gli arresti”.

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