Gazzelle, la canzone d’autore ora è ‘Punk’: “Seguo le mie regole, ecco il mio album anarchico”

Con il secondo disco il cantautore romano prende un’inedita svolta rock. Ma chitarre, basso e batteria non oscurano del tutto la cifra elettropop del suo debutto. Una delle proposte più interessanti della nuova musica italiana. “Io come Vasco? Lui è un gigante ma riparliamone tra vent’anni”

Un pianoforte dal sapore antico, un tempo di valzer con una melodia avvolgente mentre il testo disegna un amore finito per immagini e dettagli olfattivi: “Tu sapevi un po’ di punk, di gelato al cioccolato, di fiore calpestato. A mezzanotte e mezzo il locale s’è svuotato, un bacio tuo, un gelato, sapeva di Milano. Io sapevo un po’ di tour, di maledetto me, del tempo che ho sprecato”. È l’attacco di Punk, il brano che dà il titolo al secondo disco di Gazzelle.Ma stavolta il cantautore romano cambia marcia. Abbandonata per gran parte delle canzoni la sua cifra elettropop, Flavio Pardini in arte Gazzelle (come le scarpe Gazelle, cui lui ha voluto aggiungere una zeta) punta su chitarre, basso e batteria e su un atteggiamento anarchico e punk, del tutto alieno, per come la vede lui, rispetto alle regole del mercato musicale, tanto da aver scelto proprio Punk come titolo dell’album.

Un album decisamente più rock rispetto al precedente, Superbattito. Perché questo cambio?
“Questo disco è il risultato della mia intenzione di andare verso una direzione pop rock, di lavorare per canzoni sempre molto suonate e con sonorità inglesi soprattutto, penso ai miei riferimenti di sempre, dai Beatles agli Oasis ai Radiohead fino ai Coldplay, pensavo ad una ricerca di questo tipo”.

Anche un po’ Smashing Pumpkins, ma loro non sono inglesi.
“Un paragone che mi lusinga”.

Allo stesso tempo la ricerca sulla melodia associa questo album al nuovo modo di essere cantautori oggi.
“Per me questa scrittura è arrivata in modo naturale, seguo sempre il flusso dettato dall’ istinto. Mi sono ritrovato a voler scrivere i brani in quel modo, volevo fare qualcosa che mi rappresentasse pienamente, e credo di esserci riuscito: volevo quel suono, i violini, le chitarre, il pianoforte, qualcosa di molto classico ma allo stesso tempo dirompente”.

Perché il titolo Punk?
“Il titolo parte dall’omonima canzone dell’album e come dico nella canzone per me il punk è un sapore, un retrogusto, nella canzone dico a una ragazza che sa di punk, io l’ho esteso a tutto il disco, perché ha un sapore punk non per il genere o le sonorità ma per l’attitudine, perché è un disco libero, che non segue regole, che non cerca hit a tutti i costi. Seguo soltanto le mie regole, per questo è un album libero, anarchico, anche. Volevo dirlo così, e non è solo per una provocazione”.

Ci sono anche pezzi elettronici.
“Musicalmente resto scisso tra pop ed elettronica, però mi piace contaminare le cose, ci sono pezzi con drum machine e synth ma anche con i violini”.

Ne parli come di un disco in cui tutto si tiene, è ancora importante per te l’idea di fare un album?
“Per me questo disco è come se fosse una canzone unica, un album con un senso, un filo conduttore”.

Qual è questo filo?
“Il tempo. Perché sono tutte canzoni che ho scritto nello stesso periodo e le sensazioni sono tutte simili tra loro. Un disco di getto, scritto in un mese e mezzo. Un’istantanea”.

Usi un linguaggio semplice, diretto, la lingua quotidiana, molto sintetica, spesso nei titoli si tratta solo di sigle, perché?
“Lo faccio per un gioco, ho iniziato nel mio primo disco, con il brano Nmrpm. Lo faccio quando i titoli sono particolarmente lunghi, come appunto in Non mi ricordi più il mare, mentre Stavi male pure prima in questo disco è diventato Smpp. Insomma, non mi piacciono i titoli lunghi alla Wertmüller, quando un titolo spiega già tutto”.

Come ti vedi rispetto alla scena dei nuovi cantautori.
“Mi guardo intorno ma neanche troppo, io sono un tipo abbastanza asociale, riservato, sto chiuso nel mio mondo e scrivo le mie canzoni, che è poi l’unica cosa che mi interessa davvero”.

Se dovessero proporti dei nomi a chi ti piacerebbe essere paragonato?
“Appartengo a questa generazione di nuovi cantautori per motivi anagrafici e per un linguaggio che è attuale. Ma sono abbastanza unico in quello che faccio. Che è poi il motivo per il quale sto andando così bene, perché non assomiglio a nessuno. Di sicuro ho qualcosa di unico, che non so cosa sia, ma deve esserci. Se assomiglio a qualcuno assomiglio a qualcuno che è morto o è molto adulto”.

Tra gli italiani chi hai ascoltato di più?
“Tra tutti Rino Gaetano e Vasco Rossi, i miei riferimenti più grandi”.

Effettivamente, nella diversità, qualcosa ti unisce a Vasco. Lo consideri un paragone improponibile?
“Lui è un gigante però magari ne potremo riparlare tra vent’anni”.

Carlo Moretti, repubblica.it

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