‘Stronger’, Jake Gyllenhaal è l’eroe di Boston: “L’amore in una sfida fisica ed emotiva”

Nelle sale il 4 luglio il film che racconta la vera storia dell’uomo che perse una gamba all’attentato alla maratona di Boston del 2013. Grazie agli amici e alla famiglia è riuscito a trovare la forza di andare avanti e raccontare la sua storia in un libro

Jeff Bauman è un operaio un po’ pasticcione che lavora in una ditta di polli arrosto, è un tifoso sfegatato dei Red Sox, cerca di riconquistare una fidanzata che lo ha già lasciato tre volte perché lo considera un tipo inaffidabile. Quando le promette di farsi trovare all’arrivo della maratona che lei corre per passione ma anche per impegno (raccoglie fondi per l’ospedale in cui lavora) non sa che sarà il gesto d’amore più grande che la vita poteva chiedergli. Stronger, il film di David Gordon Green che arriva nelle sale italiane il 4 luglio, racconta la storia vera del ventisettenne di Boston che venne travolto dall’esplosione di una bomba nell’attentato terroristico alla maratona di Boston del 2013. Tratto dal romanzo che lo stesso Bauman ha scritto con Bret Witter (edito in Italia da Piemme), il film segue il lungo e doloroso percorso di guarigione, fisica e emotiva, che ha dovuto attraversare, della sfida di imparare a utilizzare delle protesi altamente tecnologiche per camminare ma soprattutto quella di riuscire a crearsi una sua famiglia, con Erin la ragazza che aspettava alla maratona e la sua bambina. Ed è anche una storia di sentimento, il racconto di come l’amore può vincere sulla tragedia. Jake Gyllenhaal interpreta Jeff Bauman. Un film onesto e senza sconti che nonostante la storia drammatica è pieno di umorismo e (auto)ironia. Perché, come spiega lo sceneggiatore John Pollono (che ha adattato il romanzo di Bauman ed è anche lui del New England), c’è una tendenza verso l’umorismo macabro che è tipica di Boston. “Siamo dei combattenti e ne siamo orgogliosi, quindi anche il film doveva contenere questo particolare humor, che è tipico di questa zona”. E di “sense of humor” Jeff Bauman ne ha avuto molto bisogno quando si è svegliato in un letto di ospedale, le gambe amputate sopra il ginocchio e, nonostante lo choc, la consapevolezza di aver visto in faccia l’attentatore. Il regista di Strafumati e Halloween non fa un racconto edificante o agiografico, non ha paura di mostrare le debolezze dell’eroe e di chi gli sta intorno.Per Gyllenhaal l’incontro con Jeff è stato fondamentale per poter raccontare la sua storia, sebbene Bauman abbia scelto di non andare sul set è stato sempre a fianco della produzione. “Abbiamo passato molto tempo assieme – racconta Gyllenhaal, che del film è anche produttore – c’erano tanti livelli differenti da esplorare nella storia. Con il film abbiamo cercato di andare ancora più in profondità rispetto al libro. Lo sceneggiatore John Pollono ha trascorso un anno con Jeff e la sua famiglia per mettere insieme questo script straordinario. Io ho avuto la possibilità di entrare in contatto con tutta la sua comunità, di approfondire gli aspetti medici della sua storia, incontrare i dottori che gli hanno salvato la vita e quelli che gliel’hanno migliorata rimettendolo in piedi, senza dimenticare la comunità di Boston. Abbiamo cercato di raccontare la storia nel modo più onesto possibile”. Per Gylllenhaal, che nella sua ricca carriera ha avuto una sola nomination agli Oscar per Brokeback Mountain, “ogni aspetto per interpretare Jeff è stato difficile e pieno di sfide. Sapevo che nonostante mi potessi spingere avanti, nonostante tutta la ricerca possibile, non avrei mai veramente compreso quello che aveva vissuto. La sfida fisica e quella emotiva del personaggio e dell’esperienza di Jeff sicuramente ha cambiato la mia vita. Mi ha fatto rendere conto di quanto sia assurdo il mestiere che faccio ma anche quanto sia importante raccontare storie. Mi piacerebbe che le persone che escono dal cinema dopo aver visto il film chiamassero i propri cari per ricordar loro che li amano. È un film che comunica positività e che dice che possiamo superare ogni sfida che ci si pone davanti”.

Chiara Ugolini, repubblica.it

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