Sanremo 2022: la prima serata, nel segno di Fiorello e dei Måneskin

L’orchestra si scalda, il sipario si alza e Amadeus scende le scale dell’Ariston con emozione viva, come se la vista gli impedisca di visualizzare i gradini, stordito dagli applausi e dal calore di un pubblico che, fortunatamente, è tornato a occupare le poltrone rosse del teatro che nel 2021 erano o vuote o occupate da improbabili palloncini a forma di voi sapete cosa. Il Festival di Sanremo numero 72, il terzo condotto da Amadeus e il secondo minacciato dall’ombra della pandemia, inizia con un filo di commozione e una marcia che ingrana davvero solo quando arriva Fiorello, «il Mattarella dell’Intrattenimento», il booster capace di rivitalizzare una platea che ha bisogno di essere spinta da qualcuno per lasciarsi andare sul serio. In neanche dieci minuti Fiorello, alla faccia di chi ripete da anni che è finito e non ha più niente da dire, va a segno citando la grafite come strascico della terza dose, i Jalisse che utilizzano una bambola voodoo con le sembianze di Amadeus per vendicarsi di non essere stati inseriti nella rosa dei Big, e riarrangiando canzoni tristissime in chiave allegra, perché se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi due anni è ricominciare a ridere.

Sanremo 2022, alle sue prime battute, regala emozioni e momenti da ricordare: Gianni Morandi che, in occasione del suo ritorno a Sanremo a 21 anni dall’ultima volta, si commuove teneramente prima di avvicinarsi al microfono; Achille Lauro che, dopo la gonna in crinolina, sceglie di scendere le scale senza maglietta e con un fisichino niente male; Matteo Berrettini che arriva a Sanremo suscitando gli apprezzamenti della Rete per la sua bellezza; i Måneskin accolti dal boato da stadio riservato alle star internazionali; l’esibizione prorompente dei Meduza insieme ad Hozier; l’ironia mordace e irresistibile di Nino Frassica, e, naturalmente, la carica esplosiva di Mahmood e Blanco, portatori di una canzone difficilissima da cantare, ma capace di entrare subito in testa per la poesia e il pathos di un’interpretazione quasi teatrale che sembra, neanche alla lontana, un omaggio alle pose plastiche di Milva. Qualcosa, però, non è andato per il verso giusto. Come l’omaggio frettoloso al maestro Franco Battiato e, soprattutto, il ruolo marginale riservato a Ornella Muti, improntata più sulle sembianze della bella statuina delle vallette degli anni Novanta che al ruolo di una co-conduttrice tout court che i Festival di Amadeus hanno cercato di promuovere in questi ultimi tre anni.

Per il resto, è evidente che il clima greve dell’edizione del 2021 sia stato rimpiazzato da una comunità desiderosa di abbracciare Sanremo non con lo scetticismo dell’anno scorso, ma con la serenità di chi scorge all’orizzonte la luce alla fine di un tunnel ancora lungo da percorrere. Gli intermezzi comici di Fiorello sono una ventata d’aria fresca, e il pensiero che questa sia la sua ultima capatina al Festival un po’ ci distrugge,anche se Amadeus sa senz’altro il fatto suo: oltre a ringraziarlo per aver chiuso il Festival entro l’una di notte (siamo sinceramente commossi), ci teniamo a fargli sapere che gli occhi un po’ lucidi che aveva all’inizio della serata erano anche i nostri al pensiero di esserci finalmente riappropriati del Sanremo che conoscevamo. Di lacrime, in questa serata, ce ne sono state parecchie: da quelle di Morandi a quelle di Damiano, che nonostante il successo internazionale non ha perso la sensibilità che ci ha fatto innamorare di lui. Gli appuntamenti davanti a noi sono ancora quattro, ed è evidente che questo Sanremo debba ancora trovare la sua dimensione, ma il pubblico è dalla sua parte e questo, ora come ora, è una grande conquista.

vanityfair.it

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