Fabio Volo: «Di inadeguatezza, televisione e problemi di prostata»

Lo scrittore torna su Nove con la seconda stagione di «Untraditional», la serie tv ispirata alla sua vita. Tra doveri paterni e ammissioni («Preferirei essere tradito»), racconta l’importanza di saper dire: «The party is over»

«Un personaggio, il mio, che nella prima stagione racconta una cosa stranissima per l’ambiente che conosco: l’educazione alla gentilezza». Fabio Volo, del Fabio Volo che interpreta in Untraditional, sottolinea una carineria spesso travisata per debolezza. «Quando sei una persona a modo, e chiedi con garbo ciò di cui hai bisogno, difficilmente lo ottieni. Quando, invece, fai le scene da matto, quando sei cafone, dicono tu abbia le palle». La voce sale di un tono sul nome degli attributi maschili.

Ma Volo, che con Untraditional 2 torna sul Nove alle 23.30 del primo aprile, se la scrolla di dosso frettolosamente quella punta di fastidio. «Questa mia è la storia di uno che non aveva alcuna intenzione di diventare quella roba lì, ma è costretto a farlo», prosegue, calmo. «Fabio ha incassato un po’: è stato una specie di Fantozzi, nella prima stagione. Nella seconda, lo è meno e, dovesse mai esserci una terza stagione, questa vedrebbe il cambiamento totale del personaggio».

Congiuntivi, condizionali. Si farà o non si farà, questa terza stagione di Untraditional?
«Non lo so, io ci sto già lavorando. L’ho mezza scritta, sono preparato: casco sempre in piedi. Però, adesso, sono partiti altri progetti. Untraditional, per me, è stata una palestra per imparare a scrivere una serie televisiva, perché io ho scritto libri, ho scritto film, ma non ho mai scritto una serialità».

Dunque, scriverà altro?
«Diciamo che vorrei dedicarmi, nei prossimi anni, alle sceneggiature di film e di serie televisive. Non necessariamente per recitarle. Tra i due mestieri, attori e sceneggiatore, preferisco quello di sceneggiatore. Probabilmente, adatterò un mio libro per la tv: l’ho già fatto per il cinema e vorrei adattarne un altro, sempre per il cinema. Da settembre, comincerà un nuovo momento».

Nuovo?
«Mi sono un po’ ritirato in questi anni per via dei figli, Quando mi proponevano di fare un film in estate, dicevo di no, scegliendo di portare in vacanza i miei bambini. Ma i bambini oggi vanno a scuola, quindi ricomincerò a dedicarmi di più al lavoro. A settembre uscirà il libro nuovo, ricomincerà la radio».

Con Untraditional, è facile coniugare lavoro e famiglia. Sul set, ha anche sua moglie, Johanna.
«Era pericolosissima come operazione, avere mia moglie sul set. Se non fosse stata capace di recitare, avrei avuto dei problemi anche a casa, avrei dovuto dirle: “Non fa per te”. Invece, mi sono preso questo rischio ed è andata benissimo. Johanna è molto brava, si diverte».

La seconda stagione di Untraditional comincia con un suo (presunto) tradimento a Johanna. È mai capitato?
«Di tradirla? No, preferirei essere tradito, la gestirei meglio».

Per senso di colpa?
«Per senso di colpa. Mi piace essere il buono della storia (ride, ndr). Però, non ci è mai capitato».

Untraditional mescola verità e finzione. Quanto c’è di vero in questa seconda stagione?
«Di vero, c’è la lotta continua tra la famiglia e la vita privata, c’è un Paese strano, l’Italia, che dal punto di vista professionale, quando proponi progetti nuovi, non ti dice mai di no. Ti dice sempre di sì, ma poi nulla si muove».

Le è mai successo?
«Sì, anche adesso, nel presente. In televisione, ci sono pochi soldi rispetto al passato, i programmi hanno dei budget ristretti. Quando si ha un budget ristretto, di solito, si fa un programma di interviste: ci si siede in una stanza e chi viene viene gratis, perché deve promuovere il libro, il film. Io l’ho fatto per tanti anni, su Mtv, Italia1, su RaiTre. Adesso cerco di fare cose diverse, ma sono più costose ed è più difficile».

In casa, come divide i compiti genitoriali con sua moglie?
«Il rapporto è abbastanza paritetico. Quel che è diverso per una madre è il cervello: la responsabilità di Johanna è superiore alla mia. Se io dico “Andiamo in montagna”, tanto mi basta. Johanna, invece, si attrezza: prepara i vestiti, da mangiare. Rimane centrale, in casa mia, anche se io ho appena fatto due settimane da solo con i bambini».

E com’è andata?
«Bene, sono invecchiato di due anni in due settimane. Faccio tutto, però: da quando erano piccoli e cambiavo i pannolini, ad oggi. Cucino, li porto a scuola la mattina, leggo loro le fiabe la sera».

Qual è la sua più grande paura di padre?
«Un padre si sente sempre inadeguato. Nella donna, c’è una componente di natura che le fornisce un senso di maternità. Un padre questa componente non ce l’ha, si deve arrabattare. È da poco, storicamente, che le donne sono uscite di casa per dedicarsi ad una carriera, ed è da poco, dunque, che l’uomo si è trovato a fare i conti davvero con la gestione di una famiglia. E poi quando hai figli ti rincoglionisci: puoi aprire un’anta e non vedere una marmellata che hai davanti agli occhi».

Anche da artista si sente inadeguato?
«Sempre. Il successo, la medaglia: niente mi gratifica mai. È carattere. Io non desidero la cosa che desidero, desidero desiderare. È il processo per ottenere qualcosa che mi gasa, non l’ottenerla».

Quindi non si sente mai arrivato?
«No, mai. Sono sempre insoddisfatto, il che da una parte è una fortuna perché è il mio motore».

Eppure, nella vita, fa di tutto: scrive, recita, fa la radio.
«Me la cavo un po’ con tutto, ma, se fossi stato Al Pacino, avrei fatto solo l’attore. Uno cerca sempre il piano B. Quel quid che ti permette, il giorno in cui si chiude un rubinetto, di andare avanti con il resto. Quel che conta per me è poter esprimere la mia creatività, perché solo così posso indagare su me stesso».

Dovesse scegliere, cosa farebbe come unico lavoro?
«Scriverei, anche se il mestiere più divertente resta la radio. Adesso, probabilmente, tornerò a recitare, ma quello di attore non è il mio mestiere. Credo sia perché io sono uno dinamico, tutto ciò che è statico e ripetitivo mi infastidisce. Ed è paradossale, sa. Quello di attore è l’unico dei lavori che ho fatto in cui non ho ricevuto grandi critiche».

Come le prende, le critiche, specie formato social?
«Le dico una cosa. Mio padre non c’è più. Ma bastava mi facesse una smorfia di disapprovazione con il labbro, così – dice arricciando il labbro –, e io potevo stare male per mesi. Non mi interessa cosa mi dicono, mi interessa chi mi dice cosa. Finché è Johanna, i miei figli, mia madre, i miei amici, il mio capo, mi interessa. Ma se è un Pippi82, che non so chi sia, che faccia abbia, cosa faccia di lavoro, è un problema suo».

L’ingerenza del pubblico, se positiva, la vive allo stesso modo?
«Ni. Se vado in un bar e il barista mi riconosce e mi chiede un autografo mi fa piacere, ma se vado in un bar e il barista non mi riconosce quello diventa il mio bar. Preferisco essere lasciato in pace, diciamo (ride, ndr)».

Perché ha voluto Fabio Rovazzi tra le guest star di Untraditional 2?
«Rovazzi l’ho incontrato per caso, è venuto a casa mia e ha visto come scrivo Untraditional».

Cioè?
«Io scrivo con dei post-it sul muro, credo sia stato come vedere dei geroglifici per lui. Scrivo le puntate in verticale, scena per scena, poi le scrivo anche in orizzontale per avere un buon quadro d’insieme».

Le piacerebbe che i suoi figli facessero gli influencer?
«Io penso sempre che il mezzo sia relativo, che la misura sia l’uomo. Consiglierei loro di mettere dei contenuti se vogliono durare. La prima volta uno visita un profilo per curiosità, la seconda perché va di moda, la terza non lo visita più perché c’è altro che va di moda. Se tu cerchi di essere più personale possibile nella visione delle cose, quello nessuno te lo sa copiare».

Segue gli youtuber-influencer e vari?
«No, non li seguo né conosco perché non parlano a me. È tipico di chi non sa invecchiare, ascoltare la musica orrenda dei giovani per sentirsi giovani o per dire ai giovani: “Eh guarda mi piace anche a me”».

Qual è questa musica orrenda?
«Non è orrenda di per sé, è orrenda per uno che ha la mia età. Per uno come me, cresciuto con i Pink Floyd, con i Rolling Stones ed Eric Clapton, ascoltare la musica dei ragazzi non è cosa. Io vivo di altre emozioni perché sono di altre generazioni, è come se io facessi lo youtuber oggi, sarebbe ridicolo. C’è un momento per delle cose, e quando tu sei fuori da questo momento lo vedi subito. Basta andare ad una cena aziendale di Natale e vedere come ballano i colleghi attempati. Roba che dici: “Non siete più gente che deve andare a ballare».

Dunque, uno deve sapersi ritirare…
«Bisogna che uno si dia una pacca sulla spalla e si dica “The party is over”. Io voglio continuare a raccontare il mondo che vedo attraverso i miei occhi, parlando a gente che più o meno abbia la mia età. Non posso farmi un tatuaggio in faccia oppure chiamare in radio e dire “Wee ciao strabella”. Non è la mia roba. Io ho fatto il mio tempo e seguo il mio tempo».

Pensa alla pensione?
«No. Se io a 47 anni parlo in radio e racconto la differenza tra l’avere 47 anni e l’averne 20, chi ne ha 47 ascolta e dice “Mmm è vero, anch’io mi alzo di notte 3 o 4 volte a fare la pipì perché ho problemi di prostata”. Se invece a 47 parlo in radio con lo slang dei giovani faccio un po’ pochezza. Ci sarà uno di 20 anni che racconterà quel mondo lì, quella musica lì. Continuare a essere giovani è una battaglia persa: il tempo è il tempo».

E come lo vive, il tempo?
«Non è che sono proprio felicissimo di invecchiare, ma cerco di stare dentro a tutto. Ogni età ha il suo momento interessante. Oggi, vado in palestra, mi faccio i tatuaggi, mi metto le creme dopo la doccia. E vado a New York, perché se a New York cerchi uno che ti dia i soldi per un progetto, lo trovi. In America, le start-up di giovani sono un rischio imprenditoriale che si corre. In Italia, per avere i soldi devi dimostrare di aver fatto qualcosa prima e quindi hai già 50 o 60 anni e i giovani pippa. Infatti, lei è qui ad intervistare me».

Claudia Casiraghi, Vanity Fair

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