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MINO REITANO

Nato il 7 dicembre 1944 a Fiumara (Reggio Calabria). Morto il 27 gennaio 2009 ad Agrate Brianza.  F **

La valigia è pesante, voluminosa e rigonfia. Ci sono le camicie, il vestito buono, la giacca bianca, i cannarìculi fatti in casa, le fotografie di famiglia e la Madonnina fosforescente presa al volo dal comò. La valigia è pesante. C’è tutta la sua storia, c’è tutto il suo cuore gravido di ricordi, che, galoppando sui binari, si son già fatti nostalgica memoria. La piazza di Fiumara, la chiesa, le chiacchiere con gli amici del bar, le voci delle nonnine del paese, la stanca carezza del papà ferroviere, l’odore aspro della campagna… Ogni briciola del suo passato ha trovato posto su quel treno, che lo sta portando lontano dall’Italia e dalla sua amata Calabria. Lontano da casa. Beniamino Reitano (per tutti, Mino) ha solo diciassette anni e non sa che quel vagone lo condurrà ben al di là dei confini tedeschi. Dopo otto anni di studio al Conservatorio di Reggio Calabria - violino e pianoforte -, Mino si innamora del rock and roll e forma un complesso insieme con i suoi fratelli: Antonio, Franco e Vincenzo (detto Gegè). Alba degli anni Sessanta, la band dei Reitano brothers gira  per la Calabria intera. Poi la grande occasione: un ingaggio che arriva direttamente dalla Germania, dove il gruppo viene scritturato per varie serate, tra cui una ad Amburgo. E proprio lì, in un club sulle rive dell’Elba, un acerbo Mino si esibisce in una jam session insieme ai Quarryman, un complesso formato da quattro sconosciuti ragazzotti di Liverpool, che avrebbero presto mutato il loro nome in Beatles.
Ma non è il rock il destino di Mino: anzi, l’esatto contrario. Tornato in Italia, il giovane artista partecipa al Festival di Castrocaro (dove arriva in finale) e riesce a strappare un contratto con la Dischi Ricordi, nel 1967 debutta al Festival di Sanremo con un brano scritto da Mogol e Battisti, “Non prego per me”. Ma per avere il Mino più autentico, quello che commuove gli animi della gente comune e trascina gli amanti del bel canto all’italiana (alla Claudio Villa, per intenderci), bisogna aspettare il 1968, quando esplodono due canzoni che diventano subito degli evergreen: “Avevo un cuore (che ti amava tanto)” e “Una chitarra cento illusioni”. Grazie al successo di questi pezzi, il ragazzo di Fiumara “amico” dei Beatles può finalmente riscattare tutta una vita di stenti, fatica, sudore e affanni. Con la popolarità, infatti, arrivano i soldi. Il cantante acquista un terreno ad Agrate Brianza, dove costruisce un vero e proprio ranch (chiamato, appunto, Reitanopoli) in cui porta tutta la sua grande e amatissima famiglia. Alfiere della tradizione, dei valori perduti, della fede e dell’amore per la propria terra, Reitano conquista il pubblico col suo irrefrenabile slancio, con le lacrime, la generosa passione. Nel 1971 vince “Un disco per l’estate” con “Era il tempo delle more”. E’ la stagione d’oro, quella del grande successo: Cantagiro, Canzonissima, le vette delle hit-parade, le tournée in tutto il mondo, l’incontro con Frank Sinatra. In barba a quei cantautori (spesso forzatamente) impegnati che si affacciano alla ribalta del panorama musicale italiano, in barba a ogni vento o venticello di rivoluzione, in giacca e cravatta o nei cortei, in barba alle cantine sociali, in barba anche alle molotov… Il sentimentale Reitano sembra fuori dal tempo, resiste e trionfa. Bravo ragazzo tutto casa e chiesa, canzoni intrise di sentimenti e buonismo, il successo del Mino nazionale si consolida senza scossoni. E gli anni Ottanta ci propongono anche un Reitano intrattenitore tv. Tra il 1984 e il 1986, è ospite fisso di “Trent’anni della nostra storia”, un programma di Raiuno condotto da Paolo Frajese, che ripercorre tre decenni della vita italiana ed internazionale. Nel 1990 gli viene affidata la conduzione di “Occhio al biglietto”, la trasmissione che promuove le lotterie nazionali. Ma nonostante il grande amore della gente, i tempi sono difficili: la musica è in fermento, gli stessi cantautori italiani tentano di imporsi all’attenzione del pubblico adottando uno stile musicale di sapore internazionale. Sono gli anni del rock melodico di Gianna Nannini e Ligabue, di Vasco, Ramazzotti, Zucchero e Pausini. Troppe cose stannocambiando: la crisi della canzone melodica e popolare, di cui Reitano è indiscusso simbolo, è inevitabile. In questo quadro è significativo l’invito fattogli da Adriano Celentano al suo “Fantastico” (siamo nel 1987). Una serata importante per Mino, che ha il sapore di un eloquente incoraggiamento a non mollare. E infatti, a dispetto dei (tanti) detrattori, si ripresenta a Sanremo nel 1988 con “Italia” (scritta da Umberto Balsamo) e conquista un dignitoso sesto posto. E' una vera e propria dichiarazione d’amore per la propria Patria, in netto contrasto con un mondo (musicale, e non solo) sempre più agguerrito, ma confuso e in crisi di identità. I giornalisti lo stroncano: retorica! E lui, l’eterno ragazzo del Sud con la valigia in mano, davvero non comprende perché tanti siano contro di lui. La sua ingenuità è al di sopra di ogni ragionevole dubbio. Nel 1990 partecipa nuovamente al Festival di Sanremo con “Vorrei”, trionfale in Sud America. Nel 1992 ci riprova con “Ma ti sei chiesto mai”. Nello stesso anno riceve da Pippo Baudo il Premio Castrocaro, un riconoscimento alla carriera assegnato ai più grandi artisti italiani. Poi una nuova vita all’insegna del piccolo schermo. Gianni Ippoliti lo vuole al suo fianco in veste di opinionista, nel suo programma “Q come cultura”. Un sodalizio che culminerà nel 1993, quando i due compongono e incidono “Papà”, la sigla del “Dopofestival”. L’anno dopo è inviato speciale per “La cronaca in diretta”, programma di Raidue condotto da Alessandro Cecchi Paone. Nel 1996 viene addirittura scelto da Carlo Verdone per interpretare il ruolo di se stesso nel film “Sono pazzo di Iris Blond”. Reitano è un fiume in piena. La sua carica, la sua spontaneità, i suoi occhi lucidi e quel grande sorriso aperto sul mondo ne fanno, alla fine, un personaggio vincente, più forte di qualsiasi resistenza. Nel 2000 affianca Milly Carlucci nel prime time di Raiuno “Dove ti porta il cuore (la casa dei sogni)”. Il 2005 lo vede protagonista, insieme con Nino Frassica, di alcune puntate di“Striscia la notizia”. Innegabile che in tutto ciò che ha fatto ci abbia messo sempre fede, cuore e passione autentica.Non è mai stato finto. Un cuore che ha lottato con tenacia e spirito di sacrificio, finché ne ha avuto forza, anche contro un’atroce  malattia. Poi, la parola fine: Mino è stato obbligato ad arrendersi all'unico avversario che poteva stroncarlo, al suo capezzale la moglie Patrizia e le figlie Grazia Benedetta e Giuseppina Elena. Nella televisione nazionalpopolare il suo segno genuino resta.

(dicembre 2009)

 

 
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