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MINA

Nata il 25 marzo 1940 a Busto Arsizio.      F*****

“Dalle Muse Eliconie prendiamo l’inizio del nostro canto: da esse che abitano il grande e sacro monte dell’Elicona, e danzano coi piedi delicati attorno alla fonte dall’acqua color di viola e dell’onnipotente Cronide; quindi, dopo aver lavato il loro corpo soave nel Permesso o nell’Ippocrene o nel sacro Olmio, son solite intrecciare belle ed incantevoli danze sulla cima dell’Elicona, guizzando con agili piedi. E di là dipartendosi, avvolte da fitta nebbia, vanno di notte facendo udire la loro splendida voce, inneggiando alla stirpe sacrosanta degli dèi immortali, che vivono in eterno”. Delle nove Muse - figlie di Zeus e della ninfa Mnemosine - celebrate da Esiodo nella sua “Teogonia”, Euterpe è “colei che rallegra”. Protettrice della musica e della poesia lirica, moglie del dio fluviale Strimone, viene sempre raffigurata con un “aulos” tra le labbra, strumento di canna a due ance che, da leggenda, fu inventato proprio da lei. Il 25 marzo, quand’è ancora albeggiante la dolce primavera, pare essere un dì assai caro alla divina Musa. In anni lontanissimi tra loro, infatti, nascono in questo giorno: il compositore tedesco Johann Adolf  Hasse (1699), il sommo direttore d’orchestra Arturo Toscanini (1867), il compositore ungherese e pioniere dell’etnomusicologia Béla Bartók (1881), la soprano Magda Olivero (1910), l’immensa Aretha Franklin (1942) e  l’eclettico Elton John (1947).

Sei giganti della musica mondiale. Do, re, mi, fa, sol, la, si… le note musicali, però, sono sette! Inforcando il soave “aulos”, la sublime Euterpe piroetta sulla cinerea pianura padana. Busto Arsizio, 25 marzo, anno 1940: nasce Mina Anna Mazzini, in arte Mina. E, a partire dai tre anni, la piccola cresce per le vie di Cremona. Una città legata ad altri illustri nomi della musica: Monteverdi, Stradivari, Guarnieri del Gesù, Ponchielli... Papà Giacomo (detto Mino) è un industriale: ha uno stabilimento di oli a Gallarate ed uno di prodotti chimici per l’agricoltura a Reggio Emilia. Mamma Regina è una casalinga. Poi c’è Alfredo, secondogenito dei Mazzini, soprannominato “Geronimo” per via del suo naso aquilino, che ricorda quello del famoso capo degli Apache. Carnevale del 1948: la piccola Mina partecipa ad un ballo in maschera e, danzando un grazioso minuetto, si aggiudica il primo, profetico premio. L’infanzia scivola via tranquilla. Mina inizia a sbocciare con prorompente bellezza. Alta (arriverà ad un metro e settantotto, cosa assai rara tra le fanciulle mignon dell’epoca), mora, giunonica, labbra carnose, grandi occhi scuri incastonati in un volto sul quale spicca un importante naso alla greca. Un naso che a quindici anni vorrebbe addirittura modificare con un intervento di rino-plastica. Disagi adolescenziali: per fortuna ci ripensa! Perché anche quel naso importante fa parte del mito. Nonna Amelia, cantante lirica, vorrebbe farle studiare il pianoforte. Ma le scale e gli arpeggi sui tasti bianconeri non allettano la fantasia della giovinetta. Quando è appena tredicenne, il padre la iscrive alla prestigiosa “Canottieri Baldesio”, circolo frequentato dall’elite della borghesia cremonese. E’ una brava nuotatrice. A bordo piscina conosce il suo primo filarino: Daniele Parolini, terzino della Cremonese, che “da grande” diventerà cronista sportivo al “Corriere dello Sport”. Dopo le medie, presso il collegio di suore della Beata Vergine, inizia a frequentare l’Istituto tecnico statale Beltrami. I libri, però, non fanno proprio per lei. Studia svogliatamente e all’ultimo anno viene bocciata. Non si diplomerà più.

Mina ama cantare, si esibisce anche a scuola. Canta per i suoi compagni. Predilige le canzoni americane, che esprimono al meglio la sua esuberanza giovanile. Adora Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan. Estate del 1958: come ogni anno la famiglia Mazzini è in vacanza a Forte dei Marmi. Una sera, alla “Bussola” di Marina di Pietrasanta in Versilia, gli amici la sfidano a salire sul palco. Mina accetta e strappando il microfono al cantante di turno, Don Marino Barreto, si esibisce senza alcun disagio. Trabocca d’entusiasmo e simpatia, con cui riesce a nascondere una profonda, mai sopita, timidezza. Nelle sere successive, il proprietario del locale deve contenere l’indomita voglia della ragazza, che vuole a tutti i costi calcare ancora la scena. Tornata a Cremona, comincia a seguire gli “Happy Boys”, una band fondata da Nino Donzelli, famosa in zona. Sicura di sé, la diciottenne Mazzini si propone come cantante e  l’allegra brigata (tutta al maschile) l'aggrega di buon grado. C’è in programma un piccolo tour nelle balere dell’hinterland e la novità in gonnella potrebbe piacere al pubblico. Giorni e giorni di estenuanti prove e poi… si parte! Prima tappa, Castelvetro Piacentino. 14 settembre 1958: sul palco con gli “Happy Boys” c’è anche Mina Georgi (viene presentata così). Il pubblico è sbalordito. La sera seguente è la volta di Torre de’ Picenardi, dove uno sconsiderato spettatore si scaglia contro la giovane cantante dicendole: “Te cantet o te vuset?”, che tradotto vuol dire: “Canti o urli?”. Questa infelice battuta ferisce molto Mina, che - offesa - lascia il palco in lacrime. Nino Donzelli riesce a calmarla, torna sul palco e canta con l’anima tra i denti: primo segnale di un fortissimo carattere. Ma il debutto vero e proprio di Mina avviene qualche giorno più tardi. Rivarolo del Re, piccolo comune cremonese, 23 settembre 1958: gli “Happy Boys” devono esibirsi insieme con Natalino Otto e Flo Sandon’s, un duo all’epoca famosissimo, soprattutto per gli storici successi sanremesi. L’esibizione di Mina piace a tal punto che il pubblico reclama il bis. Soddisfazione ed imbarazzo tra gli organizzatori: il bis è contemplato per Otto e Flo Sandon’s che, corrucciati, levano il disturbo. Così Mina ricorda su “La Stampa” (anno 2008) quella sua prima volta: “… una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre, saliva sul palco traballante di una balera lombarda. Si ricorda che l’abito era blu e bianco. Lucido. Si ricorda che dopo aver cantato la prima canzone, il titolo? no, è troppo, si arrabbiò, perché la gente applaudiva. «Io canto per me. Cosa c’entrano loro?». Non aveva le idee chiare. O forse era troppo lucida. Alla fine di quella primissima esperienza scappò via in gran fretta perché i genitori non sapevano... non volevano. E a diciott’anni, nel 1958, era d’obbligo ubbidire. Lei non l’aveva fatto e doveva correre subito a rimettere l’abito a posto più rapidamente possibile. Si ricorda che poco dopo, dietro le sue insistenze, il padre aveva convinto la madre: «Tanto, cosa vuoi, durerà qualche settimana questa follia. Lasciamola fare».

Quel “canto per me” è la forza trainante di tutta la sua carriera, intarsiata di successi planetari alla faccia delle censure, delle mode e della sua ingombrante assenza mediatica. La sua voce graffia il suono: ampia, potente, inconfondibile. Semplicemente unica. E’ il suo invisibile e prezioso strumento, dal timbro caldo, limpido e sensuale. Ben tre ottave di estensione, con le quali l’artista gioca impunemente, volando su e giù con l’agilità di una gazzella. Per molti ascoltatori dell’epoca, lei è una che “urla”. Unitamente a Celentano, Dallara, Gaber, Joe Sentieri… gli “urlatori” per eccellenza, messi cinematograficamente sotto accusa da Lucio Fulci, che nel 1960 dirige un film che si intitola “Urlatori alla sbarra”. Mina, però, non è solo la sua voce. Ciò che colpisce il pubblico è anche quel personalissimo e prepotente modo di mordere il palcoscenico: quando canta è un uragano, tutto il suo corpo sembra vibrare. Le lunghissime gambe seguono vorticosamente il ritmo.  Gli enormi occhi scuri, irrequieti e felini, magnetizzano la platea. Come quelli di una tigre, che fiera e sinuosa avanza verso la sua preda. Da questa intuizione, concepita dalla penna di Natalia Aspesi, nasce lo slogan - dal 1959 fino ad oggi - accompagnerà costantemente Mina: la “tigre di Cremona”. Dopo il grande successo di Rivarolo del Re, Nino Donzelli invita Davide Matalon, manager della Italdisc, ad assistere ad una serata. Il discografico rimane folgorato da Mina e le fa incidere due diversi 45 giri. Uno per l’etichetta Italdisc dove, presentata come Mina, interpreta due canzoni in italiano (“Non partir” e “Malattia”). Un altro con due canzoni in inglese (“Be Bop A Lula” e “When”), incise per la Broadway con lo pseudonimo di Baby Gate. In attesa di capire quale delle due Miss Mazzini conquisti maggiormente il pubblico, Mina ed il suo “avatar” convivono pacificamente sul mercato. Ma la risposta degli italiani non tarda ad arrivare: i due successivi 45 giri incisi per la Italdisc superano ognuno le centomila copie, in un’epoca in cui questo traguardo sembra un’impresa impossibile.

Nasce, ufficialmente, Mina. Il 1° marzo 1959 debutta in televisione, cantando “Nessuno” nella celebre trasmissione “Lascia o raddoppia” condotta da Mike Bongiorno. Un mese dopo (esattamente il 4 aprile) partecipa ad una puntata de “Il Musichiere” di Mario Riva dedicata agli “urlatori”. Ancora con “Nessuno” si presenta a “Canzonissima 1959”, dove duetta, tra gli altri, con Wilma De Angelis, interprete originale del brano. Sempre nel 1959 arrivano i primi premi: il Juke Box d’oro e il Microfono d’oro. Nel 1960 partecipa al Festival di Sanremo con il brano “E’ vero”. Si piazza settima, ma il successo è galoppante. Il pubblico la reclama: la Italdisc è costretta ad incidere due o tre 45 giri al mese. Esce “Il cielo in una stanza”, scritta da Gino Paoli. Il disco - che entra in classifica anche in Spagna e negli Stati Uniti - sbaraglia le hit-parade e rappresenta la prima evoluzione artistica della cantante, che da intemperante  “urlatrice” si trasforma in raffinata interprete della canzone d’autore. Ospite fissa del programma tv “Sentimentale”, propone a “Canzonissima” i suoi recenti successi: “Tintarella di luna”, “Folle banderuola”, “Il cielo in una stanza”, “Due note” (sigla finale della trasmissione). Mina è subito un mito: inseguita, fotografata, richiestissima da giornali, radio e tv… tutto in brevissimo tempo. La “tigre di Cremona” non riesce, fuori dal palco, a sfoderare gli artigli. Patisce le invidie di molti colleghi, le millanterie di certi adulatori, le meschinità dei paparazzi alla spasmodica ricerca dello scoop… patisce, insomma, tutti i veleni che quel repentino e fragoroso successo comporta. Una zavorra che, già allora, le pesa psicologicamente.   

Festival di Sanremo, edizione 1961. Tutti scommettono su di lei: vincerà! Ma Mina è stanca ed emotivamente prostrata.  Si presenta alla kermesse con due canzoni: “Io amo tu ami” e “Le mille bolle blu”. Quest’ultima appare subito musicalmente troppo moderna. Per di più, la cantante osa proporre il famoso gesto con la mano sulla bocca, che ai compunti benpensanti proprio non va giù. I giornalisti si scatenano e, cavalcando i malumori, le contrappongono quella che sarà la sua storica rivale: Milva. La vermiglia “pantera di Goro” arriva terza con “Il mare nel cassetto”. Le “oscene” “Mille bolle” della nostra Mina (che al di fuori dell’Ariston riscuoteranno uno straordinario successo) volano solo al quinto posto. Amareggiata e delusa, viene colta da una crisi di pianto. Afferma di non volere più partecipare a gare canore, Festival di Sanremo compreso. Una promessa sempre mantenuta. Fuori dall’Italia il pubblico la osanna: nell’aprile del 1961 viene accolta trionfalmente in Spagna. A maggio incanta il Giappone. Ad agosto è la volta del Sudamerica. Si esibisce nel tempio della musica francese, il Teatro Olympia di Parigi. Gerhard Mendelson, produttore dell’etichetta discografica Polydor, le propone l’incisione di alcuni brani per il mercato tedesco: lei accetta inaugurando una felice collaborazione col maestro Werner Scharfenberger. A Vienna registra un varietà televisivo di cui è assoluta protagonista. La versione tedesca de “Il cielo in una stanza” vende quarantamila copie in soli dieci giorni. Il 21 ottobre del 1961 parte la grande avventura di “Studio Uno”. Il varietà, ideato e diretto da Antonello Falqui, rappresenta una rivoluzione in casa Rai: niente scenografie ridondanti, i cambi di scena sono a vista, gli ampi spazi sono arredati con uno stile scarno ed essenziale. Lo show punta tutto sui meravigliosi balletti coreografati da Don Lurio e sugli artisti che si avvicendano in scena accompagnati (rigorosamente dal vivo) dall’orchestra diretta dal Maestro Bruno Canfora. Perfetta padrona di casa lei, Mina. Ricorda Falqui: “Mina era incredibile. Catalizzava, faceva da perno senza invadere. Rendendosi disponibile rimaneva la grande padrona di casa, mettendo istintivamente a proprio agio l’ospite che riceveva e sentendosi lei stessa a perfetto agio. Magari con una risata, con un ammiccamento, riusciva a infondere simpatia per l’ospite e per sé”. Nella trasmissione Mina disvela le sue doti di intrattenitrice. Memorabili gli sketch con Totò, Manfredi, Tognazzi,Vittorio De Sica, Mastroianni, Peppino De Filippo, Gassman e  Sordi, perpetuamente riproposti dalle “Schegge” della Rai. Punta di diamante del varietà è sempre e comunque la voce di Mina: dai suoi cavalli di battaglia fino a Gershwin, passando per la grande tradizione napoletana sino al rock ed agli strabilianti virtuosismi sul divertissement “Brava”, scritto apposta per lei dal Maestro Canfora.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:  “Mina è un concentrato di armonici femminili che rende la sua una vocalità materna universale, fatta di miele e di bronzo”, scrive il musicoterapeuta Denis Gaita. La cavalcata della valchiria subisce, però, una brusca ed assurda (vista con gli occhi di oggi) interruzione. Nell’estate del 1962, infatti, la cantante conosce Corrado Pani, affascinante e validissimo attore, molto amato dal pubblico femminile. Corrado ha da poco terminato le riprese di “Rocco e i suoi fratelli”, per la regia di Luchino Visconti (grande fan di Mina). Dal 1959 è sposato con Renata Monteduro. Ma non è un matrimonio felice. I due sono separati di fatto da diverso tempo. Nel nostro Paese il divorzio non esiste: per questo (provvidenziale) istituto gli italiani dovranno aspettare il 1974, quando saranno chiamati  a decidere se abrogare o meno la legge Fortuna-Baslini, che nel 1970 aveva introdotto lo “scioglimento del matrimonio” (curiosamente nel testo di legge la parola “divorzio” non compare mai). Va da sé che agli albori degli anni Sessanta l’Italia è ben lontana dalle libertà e dall’anticonformismo dei giorni nostri. La relazione tra Corrado Pani e Mina diventa di dominio pubblico. Ogni giorno i giornali riportano particolari pruriginosi (spesso inventati), dettagli sulla scandalosa liaison, giudizi critici, sviluppi. Un’onda (non troppo anomala visti i tempi) di bigotteria e fariseismo si abbatte sugli “amanti d’Italia”. L’offesa al pubblico pudore diventa imperdonabile  alla notizia della nascita di Massimiliano (18 aprile 1963), affettuosamente detto “Paciughino”. Quello che per ogni donna rappresenta un evento dolcissimo e meraviglioso, per Mina si trasforma, artisticamente, in un incubo. Gli stessi ipocriti baciapile che dieci anni prima avevano condannato la “dama bianca” di Fausto Coppi (al secolo Giulia Occhini), capaci di chiamare un figlio nato fuori dal matrimonio “bastardo”.... gli stessi rispettabili benpensanti si scagliano ora su Mina, che viene messa in quarantena ed allontanata per un anno dalla tv di Stato. E mentre la stampa l’addita come peccatrice pubblica, lei si gode l’amore di questo figlio “illegale” e del pubblico che la sostiene a dispetto della censura. “Il massimo - ricorderà in seguito Mina - è stata una foto su ‘Epoca’ dove io ridevo con Corrado con il mio pancione, tranquilla, e sotto scritto ‘Cosa avrà da ridere?’, guarda che è il massimo, me la ricorderò tutta la vita una cosa del genere. Per cui capisci tu l’atteggiamento della stampa: me ne hanno tirato addosso delle badilate e la gente non si è lasciata condizionare da questo fatto, l’ha superato”. Nell’agosto di quell’anno, infatti, il suo rientro alla “Bussola” è trionfale. Mentre le uniche apparizioni tv sono quelle di alcuni Caroselli girati un anno prima.

Anche la sua casa discografica temporeggia. Mina passa alla Ri-Fi, piccola etichetta che, tuttavia, è l’unica a darle fiducia in questo periodo di esilio. Esce “Città vuota”, che immediatamente balza in cima alle hit. Dopo la nascita di “Paciughino”  (che oggi è un brillante musicista) l’amore tra Corrado e Mina vacilla. “Era fatale che finisse così - ricorda l’attore -, io lavoravo molto, lei quasi più di me. Eravamo costretti a vederci raramente. Il momento magico si era spento. Mina inoltre aveva conosciuto Martelli. Così mi ritirai”. Con Augusto Martelli Mina vivrà fino agli inizi del 1970. Il 10 gennaio del 1964 Mina ritorna ufficialmente in televisione nel programma di Mike Bongiorno “La fiera dei sogni”. Tre mesi dopo partecipa nuovamente al programma e lancia “È l’uomo per me”, con cui riconferma la sua leadership in hit-parade. Nel 1965 Falqui la riporta sul palco di “Studio Uno”: il successo è strepitoso. Nello stesso anno inizia a girare numerosi Caroselli per la Barilla, diretta da Valerio Zurlini e Piero Gherardi. Le lacrime, per Mina, sembrano ormai lontane. Ma un nuovo, terribile dolore si abbatte sulla sua vita privata: la notte del 28 maggio del 1965 suo fratello Alfredo muore in un tragico incidente stradale. Anche “Geronimo” ha la musica nel sangue. E’ chitarrista de “I Solitari”, una band cremonese con cui anche Mina, anni prima, aveva collaborato. Fratello e sorella sono molto legati. Pare che la cantante, quella notte, si sia svegliata di soprassalto in preda ad un funesto presagio. Questo evento la segna profondamente. Solo l’amore di Massimiliano allevierà il suo dolore. Nel 1966 viene riconfermata come conduttrice di “Studio Uno”. Anche in questa edizione lancia i suoi nuovi brani. Tra gli altri, la strepitosa “Se telefonando”, scritta da Morricone su testo di Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara. Ancora “Studio Uno”, edizione 1967. Storico lo sketch in cui Mina si esibisce col celebre flautista Severino Gazzelloni nella “Fuga a due voci in do minore” di Bach. Da ricordare anche il momento in cui invita i quattro presentatori più popolari della tv di allora - Mike Bongiorno, Corrado, Enzo Tortora e Pippo Baudo - a cantare con lei una parodia di “Quando dico che ti amo”. Infastidita dalle continue pressioni della casa discografica (che ogni anno la vorrebbe a Sanremo), fonda a Lugano la PDU (Platten Durcharbeitung Ultraphone), unica etichetta per la quale da allora ha inciso. Il primo disco pubblicato dalla PDU è un 45 giri: sul lato A c’è il brano “Trenodia”, rilettura del famoso “Concerto d’Aranjuez” di Joaquim Rodrigo su testo di Giorgio Calabrese. Sul lato B “I discorsi”, testo firmato dalla stessa Mina su musica di Augusto Martelli, nuovo arrangiatore e compagno della cantante. In tre giorni il disco vende venticinquemila copie. Ma viene subito ritirato dal mercato poiché Rodrigo non approva il lavoro di Martelli sul “Concerto di Aranjuez”. Il 45 giri viene allora ristampato mantenendo invariato il lato B e inserendo nella facciata A “La canzone di Marinella”, scritta da un giovanotto di nome  Fabrizio De André. Un sublime poeta al servizio di una voce divina… “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 ‘La canzone di Marinella’ - scriverà in seguito De Andrè -, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”. Un miracolo nel miracolo.

1968: per festeggiare i dieci anni di carriera Mina registra il suo primo album live alla “Bussola” di Marina di Pietrasanta. Il locale in cui esordì nel 1958 è indissolubilmente legato alla cantante, che nel corso degli anni vi si esibisce regolarmente  riscuotendo sempre enorme successo. Lo stesso locale la vedrà, dieci anni dopo, abbandonare le scene pubbliche. Il 6 febbraio del 1970 il giornalista romano Virgilio Crocco va ad ascoltare un suo concerto, accompagnato da Fabrizio Zampa, ex batterista dei Flippers ed amico di Mina. Si conoscono nel camerino: è subito colpo di fulmine. Quindici giorni dopo i due si sposano a Trevignano. Lei - capelli rossi e occhialoni gialli - porta, riferiscono le cronache, un paio di pantaloni svasati color cammello su un golfino a girocollo e stivaloni gialli. Lui - capelli spettinati e senza giacca - ha una camicia rosa, cravatta blu, pullover beige e pantaloni neri. Una cerimonia decisamente improvvisata, anche nei colori! E dire che in quanto a look Mina è da  sempre un passo avanti. All’inizio la vediamo strizzata in angusti tubini nero lucido, capelli corti, scuri e cotonati, il trucco appena accennato. Dopo la quarantena la ritroviamo biondissima, coi capelli raccolti in eleganti chignon, un trucco marcato che sottolinea i suoi grandi occhi con eyeliner nero, ciglia finte e un tocco di ombretto bianco. Negli anni Settanta oserà il massimo, sfoderando una lunga e morbida chioma rosso carminio. Un colore che potremo ammirare anche più recentemente: nel rarissimo video live in diretta web in cui canta “Oggi sono io” di Alex Britti, l’artista appare in forma smagliante, accarezzata da una lunga treccia di capelli rossi. Se è vero che negli anni ha altalenato sulla bilancia, chilo più chilo meno non ha mai perso il suo stile. Come dimostrano i fugaci fotogrammi che, nel 2009, compongono la sigla d’apertura del Festival di Sanremo targato Bonolis, dove la “tigre di Cremona” affonda delicatamente i suoi artigli nella meravigliosa aria pucciniana “Nessun dorma”.

Ma torniamo agli anni Settanta. Quello tra Mina e Virgilio è un matrimonio lampo: la cantante, infatti, è sola quando l’11 novembre 1971 dà alla luce Benedetta. Crocco rimane suo amico, come molti ex, fino alla tragica morte avvenuta nell’ottobre del 1973. Nonostante tutto, l’artista appare in uno stato di grazia: i successi di “Grande grande grande” ed “E poi…” lo confermano. Languida, sensuale, accattivante, tanto da diventare la Musa ispiratrice del duo Mogol-Battisti, che le affida una splendida trilogia: “Insieme”, “Io e te da soli” ed “Amor mio”. La sera del 23 aprile del 1972 l’Italia assiste ad un evento epocale per la nostra musica leggera: Mina e Battisti, due pilastri della canzone italiana, si esibiscono insieme durante il varietà “Teatro 10”. Dieci minuti indimenticabili, tanto più che entrambi, di lì a poco, abbandoneranno le luci della ribalta. Qualche tempo dopo Mina è di nuovo protagonista di “Teatro 10” al fianco di Alberto Lupo, con cui canta uno dei suoi più grandi successi: “Parole parole”. In estate eccola ancora alla “Bussola” per una serie di concerti live che diventeranno uno special televisivo. Il 1974 è l’anno del suo ultimo show televisivo: “Milleluci”. Al suo fianco, una frizzantissima Raffaella Carrà. Le solite malelingue congetturano battibecchi e reciproca antipatia. In realtà, pare che non sia esattamente così. Mina ha un buon carattere, a detta di tutti. E se Raffaella le può rimproverare qualcosa… è solo la sua altezza (a guardare le foto si nota una certa differenza). A fugare ogni dubbio è la stessa Carrà: “Io con Mina ci sto bene, benissimo. Siamo a metà trasmissione e sono felice come il primo giorno. Oltre a essere la professionista che è e che tutti conoscono, per me è anche una cara amica. La stimo molto, come cantante e come donna. Cos’altro volete che vi dica?”. Profeticamente (o volutamente, chissà) la sigla della trasmissione è “Non gioco più”.

Strada facendo la voce di Mina esplora tutte le possibili frontiere della musica. Nel corso degli anni Settanta la ritroviamo sofisticata interprete di dischi eccellenti quali “Bugiardo e incosciente” o “Frutta e verdura”. E ancora provocante e sfacciata nei due capolavori scritti per lei da Cristiano Malgioglio: “L’importante è finire” e “Ancora ancora ancora”. A questa canzone (sigla finale del programma “Mille e una luce”, 1978) è legata la sua ultima apparizione pubblica. Un video che rimane nella storia. Spettinata, con la testa abbandonata all’indietro, le braccia nude, lo sguardo fatale ma, sotto sotto, anche un po’ beffardo. Un lunghissimo “sì” che pare un sibilo, eroticamente soffiato nell’orecchio. La bocca fremente, le mani che scarmigliano i lunghi e vaporosi capelli. E lei, femmina come non mai, che ossessivamente ripete “ancora ancora ancora”, incalzando una vorticosa impennata verso suoni sempre più aperti e intensi, come il più sublime degli orgasmi musicali. Ovviamente la Rai non gradisce. E sostituisce con innocue panoramiche gli intriganti primi piani che indugiano sulle mani e sulle labbra, voluttuosamente accarezzate dalla “tigre” con la lingua. Che, sul finale, se la ride allegramente. Il 23 agosto del 1978, in una afosa sera d’estate, Mina sale per l’ultima volta sul palco della “Bussola”. Il pubblico la acclama. Non sa nulla, ma è come se avesse capito. Impossibile (e forse anche noioso) enumerare i successivi trionfi discografici di Mina. Anche dopo il ritiro dalle scene, molte delle sue canzoni scalano i vertici delle classifiche: “Anche un uomo”, “Morirò per te”, “Questione di feeling” in coppia con Cocciante, “Volami nel cuore” (che inaugura la sua collaborazione con gli Audio 2), tutti i brani del disco “Mina Celentano” realizzato nel 1998 con l’amico “Molleggiato”, fino alle più recenti “Oggi sono io”, “Portati via”, “Adesso è facile”…  Dopo trentadue anni di silenzio mediatico la sua voce “urla” più che mai. In un’epoca in cui l’apparire sovrasta l’essere, Mina è la prova vivente che l’arte, quando è sostenuta da un talento vero, non ha bisogno di paparazzi e tv. Rintanata nel suo eremo di Lugano, Mina ritrova la serenità. Grazie anche al cardiochirurgo Eugenio Quaini, suo compagno da quasi trent’anni e marito dal 2006. Il 1º giugno 2001 viene insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale al merito della Repubblica dal presidente Carlo Azeglio Ciampi. Da alcuni anni collabora con “La Stampa” e con “Vanity Fair”, dove, tra l’altro, risponde alle lettere dei fan. Torna anche ad un vecchio amore: lo spot della Barilla, a cui presta la voce parlando e, recentemente, anche cantando “Nel blu dipinto di blu”.

Quale sia stato il vero motivo del suo precoce addio alle scene forse non lo sapremo mai. E, infondo, non è nemmeno giusto domandarselo più di tanto. Mina non è mai stata affamata di lusinghe e flash. A un certo punto qualcosa si è rotto. O, più semplicemente,si è stancata di fare (non di essere) Mina! Lei voleva solo cantare. Per sé. Salire sul palco e prendere in mano un microfono era una festa. E tutto quello che c’era intorno non aveva importanza. Il successo non aveva importanza. Anzi, probabilmente è stata a lungo la sua più grande prigione. Una gabbia. E una tigre in gabbia non sarà mai una vera tigre.

 

cesare@lamescolanza.com

(25 marzo 2010)

*La vignetta è di Piero Romagnoli


MINA, il video della sua ultima apparizione in tv:
"Ancora ancora ancora", sigla di "Mille e una luce"

 

 

 

Per restare un mito Mina smetta di cantare
È stata l’autobiografia musicale di una nazione, ma la sua voce negli ultimi anni si è fatta opaca. Adesso sarebbe meglio che la divina tornasse tra noi umani mostrando i segni dell’età e non più l’ugola

di Marcello Veneziani

Mina è il nome di una divinità che si nega alla vista e delizia l’udito. Nella vita apparente compie oggi settant’anni, di cui la metà circa passati nella clandestinità, ma le divinità non hanno tempo. La visibilità rende famosi, l’invisibilità rende divini. E Mina ha scelto la via della divinità. Qualche maligno potrebbe dire che Mina è la Bin Laden della canzone, presente solo in forma di messaggi, ma quello è un castigo e un privilegio riservato ai ricercati. Però alla lunga anche l’invisibilità stanca e anche la musica venuta dalle sfere celesti, inattingibili allo sguardo umano, rischia di invecchiare. Per restare nell’ambito della divinità senza logorarsi, Mina dovrebbe ora smettere pure di cantare, e dopo averci resi ciechi di lei, dovrebbe ora renderci sordi e magari manifestarsi solo con gli odori e gli effluvi, come capita ai santi e alle madonne. È l’olfatto l’estremo senso in cui si manifestano le forme del divino.

Di Mina vorrei dire tutto il bene possibile, e l’ho già fatto più volte. Una volta sola tanti anni fa accennai ad una contestazione perché Mina scriveva una rubrica su un settimanale ed io dubitavo che fosse farina del suo sacco; ma lei mi scrisse un’adorabile lettera, in cui riuscì quasi a convincermi che era una scrittrice traviata dalla musica; forse perfino una filosofa, che aveva ripiegato sulla canzone. A quali gloriosi risarcimenti porta talvolta la vita, ti trasforma una mancata aspirazione in un ripiego così riccamente e lungamente consolato.
Vidi una volta da bambino Mina dal vivo, venne ad un veglione, come da noi si chiamavano allora i concerti, a Bisceglie. Ma interruppe la sua esibizione perché fu insultata da alcuni cafoncelli che gridarono allusioni pesanti alla sua vivace vita privata. E lei s’offese, giustamente.

Con Lucio Battisti per vent’anni Mina detenne il ruolo di Santa Patrona dell’Italia che è una repubblica fondata sul canoro, la cui capitale morale resta Sanremo. Poi Battisti passò all’invisibilità dell’aldilà e restarono solo canzoni spiritiche in coppia con lui. Il medium alle volte fu Mogol, il mitico. Poi si ricompose con un altro dio coetaneo, Adriano Celentano, che all’invisibilità preferisce l’intermittenza; talvolta appare, si concede, previo preghiere e offerte votive da versare alla sua sacerdotessa, Claudia Mori.
Avevo scritto anch’io perfino in un libro che sembrava alludere sin dal titolo a Mina, perché era intitolato La sposa invisibile, alla sua invadente assenza di cui ha parlato in questi giorni l’acuto Aldo Grasso. Cantavo il suo passaggio al mito, la definivo allieva di Pitagora, la elogiavo per aver lasciato sublimare la volgarità dei corpi nelle sfere invisibili delle armonie celesti. La consideravo iconoclasta di se stessa, incantatrice come una sirena, ma senza mai mostrare il suo corpo e le sue squame. Mi è sembrata un’ottima alternativa al lifting, alle pietose cure dimagranti, alla chirurgia plastica, difendersi dall’oltraggio degli anni e dei chili semplicemente sparendo dalla vista.

Anche perché una voce così intensa e viva che incita all’amore non poteva provenire da quella grassa e matura signora, già logorata ai tempi della vistosità, da infiniti studi uno e dalla tv in bianco e nero, quando appariva con la testa turrita e la risata sfacciata, accanto a Panelli e Luttazzi, ad Alberto Lupo, a Sordi e a Totò. Ha fatto bene, è stata una scelta tra la mistica e il marketing, assai felice. Complimenti. E per decenni ha continuato a mandarci dal suo minareto invisibile come una muezzin della mistica leggera, svariati messaggi e splendide canzoni che hanno deliziato la nostra vita, con quel lieve tocco di malinconia che si addice alla bellezza dell’amore, alle sue apparizioni e alle sue scomparse. Scorporò la sua voce, disincarnò il canto, e diventò la colonna sonora delle più intime tenerezze di molte generazioni.

Sono amico di Mogol e di Cristiano Malgioglio anche per devozione a Mina. Abbiamo continuato a vivere nella civiltà minoica anche dopo anni dalla sua assenza, come accade alle stelle di cui arriva la luce in terra anche se magari da anni sono spente e cadute. Ho perfino litigato con i miei figli, Federica in particolare, che non la sopportano e che spengono la musica quando viaggiano in auto con me; ma difendevo in Mina la mia epoca, la mia generazione, perfino il mio paese. Perché Mina è stata anche l’autobiografia della nazione in versione musicale. Ha provveduto all’educazione sentimentale del nostro paese, come Mike Bongiorno e il maestro Manzi hanno insegnato l’italiano essenziale per capirsi da nord a sud.
Ora, da qualche anno, Mina si è spenta o quantomeno si è fatta opaca, le sue ultime canzoni rivelano il peso degli anni, la stanchezza del tempo. Il mito è eterno finché dura, si potrebbe parafrasare. E anche gli dei alla fine vanno al crepuscolo. Restano le sue canzoni magnifiche del passato e perfino le sue versioni, a volte migliori dell’originale, di splendidi cantautori italiani, da de Andrè a Battiato, oltre Battisti e Celentano.

Ora forse non resta che riapparire in video, dopo il suo lungo viaggio tra gli dei e le sfere celesti. A mostrare sfacciatamente la sua vecchiezza e a disinnescare il suo mito come un ordigno bellico; una mina, appunto. Dopo aver per anni esortato omericamente Mina alle canzoni, Cantami o’ diva, sarebbe giusto magari salutarti ora in tono più dimesso: ben tornata tra gli umani, Vecchia Mina.

IL GIORNALE, 25-03-10 

(Style.it, 25/03/2010)
Anche Jennifer Lopez rende omaggio a Mina

(La Repubblica, 25/03/2010)
"E Mamma Mina cestinò i complimenti dei Beatles"
"La nonna conservò il vestito delle Mille bolle blu: lei ha gettato via anche quello"
"Mia madre è l'unica artista che non rifà i suoi successi. Arrivano 3000 pezzi nuovi" DI GINO CASTALDO


(La Stampa, 25/03/2010)

Mina, 70 anni grandi grandi grandi
Dalle Bolle blu al soul, la voce simbolo d'Italia vive nascosta dal 1978. Il figlio Massimiliano: «Non ho mai visto una persona così libera, non le interessano potere, denaro, vestiti» di MARINELLA VENEGONI


(La Repubblica, 25/03/2010)
Tra i 15 brani del sondaggio di Repubblica.it raccoglie più voti quello di Costanzo-De Chiara-Morricone
Mina lo cantò nel '66. Tra i preferiti anche "Insieme", "Grande grande grande" e il "Cielo in una stanza"
Lo stupore di "Se telefonando"
Tra leggende, note e parole di KATIA RICCARDI


(Sorrisi.it, 25/03/2010)
LifeGate Radio presenta: «Buon compleanno Mina

(Il Sole 24 Ore, 25/03/2010)
Dalle «Mille bolle blu» alla cedrata: quando la Regina sceglie il registro basso

(queerblog.it, 25/03/2010)

Mina e i gay: Platinette, Gennaro Cosmo Parlato, Manuel Agnelli e Marco Mengoni

(Il Giornale, 25/03/2010)
Cristiano Malgioglio: «Quand’ero naufrago sull’Isola la invocavo e scrivevo per lei»

(davidemaggio.it, 30/03/2010)
ASCOLTI TV DI LUNEDI 29 MARZO 2010: BUON RISCONTRO PER MINISSIMA (13%)
Raidue con Minissima, lo speciale di Paolo Limiti dedicato a Mina, tiene incollati al video 3.396.000 telespettatori con uno share del 12.97% 

(Il Giornale, 19/04/2010)
Vincent Cassel canta Mina alla brasiliana
«Il canto è un mio vecchio pallino - rivela Cassel - infatti nel cd duetto con Marie anche in Non non non ma non voglio
rubare il posto a nessuno. Amo il jazz, il blues e mi emozionano le ballate: questa di Mina ha un’atmosfera che rapisce» 

(Il Giornale, 24/04/2010)
MAURIZIO MATTIOLI: «Canto Mina, ma resto un grezzo»
L’attore comico presenta il suo primo album: «Mi chiesero di incidere “Grande grande grande”
e pensai che erano matti. Poi ho deciso di buttarmi, come quando esordii grazie a Lando Fiorini»

(Adnkronos, 28/04/2010)
Mina canta con Seal. E le voci si fondono nel singolo 'You get me'
La canzone ha tutta l'aria per diventare una grande hit

Mina

(il Giornale, 24/05/2010)
Mina duetta con Celentano: lo boccia
come sindaco ma si offre come sua vice


(La Stampa, 24/05/2010)
"Adriano sindaco, io vice" di Mina


(ANSA, 25/05/2010)

Mina, diva e talent scout con 'Caramella'
Nel nuovo cd 14 tracce. Il figlio Massimiliano: da fan vorrei che tornasse sulle scene

(La Stampa, 25/05/2010)
"Caramella" ai gusti misti per Mina
con Benvegnù, Boosta, Casacci
(di M. Venegoni)


(il Giornale, 25/05/10)
Silenzio, canta Mina In «Caramella» i sapori del mondo

(Adnkronos, 25/05/10)
Cinema: Marisa Paredes forse sara'
Mina in un film di Almodovar

 

 
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